Drammatico

L’INFEDELE

Titolo OriginaleTrolösa
NazioneSvezia
Anno Produzione2000
Durata155'
Sceneggiatura
Fotografia
Scenografia
  • 67212

TRAMA

Marianne, attrice, sposata con Markus, direttore d’orchestra, ha una relazione con David, regista, il miglior amico del marito.

RECENSIONI

Di fronte a un turbine come quello della passione amorosa esiste davvero un limite etico al concedersi? Marianne ama e ammira suo marito ma, lentamente, lucidamente, con disincantata freddezza, accetta la relazione adultera con David, l'amico del coniuge, l'idolo della sua figlioletta. Il suo sembra quasi un inchinarsi alla forza di una necessità che rompe gli argini dell'animo e che le diviene pressochè impossibile ignorare; un'affermazione di Marianne, disarmante nella sua verità, dipinge perfettamente la situazione ("Va meglio di quanto pensassi: se non fossi indottrinata moralmente sarebbe anche divertente"): l'unico ostacolo al godimento assoluto della situazione è, per l'appunto, il lacciuolo morale (consumare un adulterio, farlo col miglior amico del marito); ma la morale, per quanto pungente, non scalfisce l'inevitabile prodursi della relazione: questa deve avere il suo corso. I rigurgiti etici si manifesteranno dopo, forse distruggeranno tutto, ma la passione scoppia in un momento e lo infiamma per intero: ciò è ineluttabile, non ha senso opporsi.
Nel 1970 Bergman girava L'Adultera, un'opera minore, un pasticcio coproduttivo, che, come il titolo italiano rivela, rimanda direttamente a questo film. Nel suo bellissimo libro IMMAGINI, a proposito de L'Adultera, Bergman scrive: la vita segreta degli amanti diviene a poco a poco la vera vita, mentre quella vera diviene una vita d'apparenza. Il travagliato sdoppiamento determinato da un'illecita relazione è anche al centro di T: Marianne (una splendida Lena Endre) nasconde, dietro una maschera di disinvoltura, il tradimento; mette in scena una dolorosa finzione che salva un'apparenza che, scopriremo, non ha ragione d'essere; Markus, infatti, sa già tutto, ha sempre saputo, ha atteso nella speranza che tutto venisse a smorire dopo l'irrefrenabile entusiasmo iniziale. La sceneggiatura di Bergman, che la Ullman ha affermato non aver modificato di una virgola, opera lo scavo approfondito delle situazioni, la scarnificazione dei sentimenti, il soppesare maniacale di ogni implicazione, l'analisi di un dolore, di un dubbio, di una gioia, di un rammarico. E' chiaro che quanto stiamo vedendo è il frutto romanzato di un dolore vero, di un rimpianto reale: il personaggio di Josephson, cineasta che vive su un'isola (Faro?), è naturalmente Bergman stesso (come ci rivelano i titoli finali) e la storia che Marianne gli racconta (la bellissima prima scena, in cui la donna si materializza pian piano, rivelando la sua natura immaginaria), quella che egli sta scrivendo, novello Prospero nella sua isola di spiriti, è un frammento della sua vita con il quale decide di fare i conti. Bergman è David (si chiamava David anche l'amante de L'Adultera e, a questo proposito, il regista scrive: quella storia era basata per me su qualcosa di molto personale) e con la creazione di questo film - in cui sviscera, con la spietata sfrontatezza di sempre e il cinismo dell'artista che mangia sui propri dolori, un viluppo di sofferti rimpianti - tenta di ottenere una redenzione, una pallida forma di perdono. Bergman guarda se stesso (David a un tratto è sulla poltrona di fronte alla sua) e, dopo averlo ascoltato, lo accarezza, cerca di assolverlo(/si). Le colpe di David: l'aver tradito il suo miglior amico e averlo in qualche modo indotto al suicidio (e poco conta che anch'egli, come scoprirà Marianne alla fine, avesse un'amante); l'aver umiliato Marianne dopo la confessione di quest'ultima di aver accettato il rapporto sessuale con Markus in cambio dell'affidamento della figlia (non è evidentemente lei a tradire David quanto David a tradire la donna nel momento del reale bisogno, come l'uomo riconosce nella sua unica confessione al personaggio interpretato da Josephson).
Il film ha un inizio davvero fulminante, di sospesa bellezza, di un fascino enigmatico che impregna di sè anche le scene che seguiranno. Il racconto di Marianne - che si alterna, in una sorta di flashback (ma possiamo dirlo tale? O è soltanto la sceneggiatura del film che Bergman/Josephson scrive che va prendendo forma?), ai lunghi monologhi/confessione - vive di alcuni momenti convincenti, sottolineati da una cinepresa molto mobile e elegante, soprattutto all'inizio, e di altri più meccanici e verbosi che finiscono con l'appesantire tutto, memori, ma non parimenti efficaci, dei complessi intrichi di Scene da un Matrimonio. Liv Ullman, da parte sua, non si limita alla pedante trasposizione dello script bergmaniano e dirige con mano per lo più ispirata; azzecca alcune scene (quella di Marianne allo specchio è la più bella del film e strappa l'applauso), riesce a dare al crescendo della vicenda carattere e forza, infilando un'ultima parte tesa e amarissima, priva di sbavature.
Forse datato, un cinema della chiacchiera ormai emarginato, L'Infedele rimane film da vedere, per la sincerità dell'approccio, l'indubbia consistenza della scrittura, l'impegnativa messinscena e come antidoto a tanta produzione scellerata e dilettantesca che imperversa nelle sale: un esempio del buon cinema che fu, migliore di tanto cinema che è.