Drammatico

LETTERE DI UNO SCONOSCIUTO

Titolo OriginaleGuilai
NazioneCina
Anno Produzione2014
Durata111'
Sceneggiatura
Fotografia

TRAMA

Detenuto in un campo di lavoro come prigioniero politico durante gli anni bui del Maoismo, Lu non vede la moglie Yu da 20 anni. Ha alle spalle anche un tentativo di fuga, però fallito a causa della denuncia della figlia. Rilasciato al termine della Rivoluzione culturale, Lu torna a casa, dove scope che l’amata moglie è affetta da amnesia. Incapace di riconoscerlo, Yu continua ad attenderne pazientemente il ritorno.

RECENSIONI


Lettere di uno sconosciuto è il (goffo) titolo italiano di Guilai – letteralmente “ritornare” – ventesimo lungometraggio di Zhang Yimou. Zhang ha dato prova di una eterogeneità forse unica nel panorama cinese contemporaneo: dagli esordi finto-etnografici (Sorgo rosso, Ju Dou, Lanterne rosse), alle parabole neo-neorealiste (La storia di Qiu Ju, Non uno di meno), al wuxia (Hero, La foresta dei pugnali volanti, La città proibita); da enfant terrible portabandiera di una nuova generazione iconoclasta di registi cinesi, a icona nazional-popolare fabbricatore di kolossal a uso e consumo dell’orgoglio nazionalista cinese (i già citati wuxia, la cerimonia d’apertura delle olimpiadi di Pechino 2008). In quest’ultimo film, torna a navigare i toni a lui congeniali del melodramma, orchestrati con grande consapevolezza e controllo da un regista indubbiamente efficace nel veicolare al contempo narrazione, sentimenti e appagamento estetico.
Non è la prima volta che Zhang si confronta con il tema della Rivoluzione Culturale: lo aveva fatto già nel 1994 con l’appassionante epopea famigliare Vivere!, e nel 1999 con La strada verso casa, un altro melodramma. Momento cruciale della storia cinese contemporanea, la Rivoluzione Culturale (1966-76) coincide con l’apogeo delirante della dittatura maoista in Cina, configurandosi come olocausto etico di una nazione e trauma civile ancora largamente non superato. Zhang si inserisce nelle pieghe morali e sociali di questa Storia e ne mette in scena, per mezzo di un racconto metaforico, le devastanti conseguenze umane. La delazione della figlia che fa arrestare il padre è l’esempio topico che il regista utilizza per dare il senso di un’umanità capovolta e desolante, in cui i valori sociali fondanti sono distrutti in nome di un credo ideologico che scavalca anche il richiamo del sangue. La figlia ritaglia il volto del padre dalle foto di famiglia ed è questa la prima amnesia messa in scena dal film: un’amnesia consapevole e auto-provocata.


Sul finire degli anni Settanta, morto Mao e terminata la Rivoluzione Culturale, il marito Lu finalmente torna a casa dopo aver trascorso 20 anni di prigionia nelle zone più remote del paese per ‘rieducarsi attraverso il lavoro’ (tipica espressione utilizzata per spiegare il fine della deportazione di migliaia di intellettuali, dissidenti o supposti tali durante il trentennio di potere maoista). La devota moglie Yu, che a lungo lo ha atteso, soffre però di amnesia psicogena e ora non lo riconosce. Lo scambia inizialmente per un malvagio funzionario del Partito da cui ha subito abusi in passato, sottolineando la fondamentale confusione fra bene e male, buoni e cattivi – distinzione profondamente labile nel contesto storico di riferimento. L’amnesia di Yu corrisponde – metafora facile facile – alla perdita di memoria storica e, di conseguenza, alla negazione della Storia stessa. Ma il film si concentra anche sulla tragedia di Lu che torna e, nonostante tutti i suoi tentativi, non viene mai più riconosciuto dalla moglie. In questa difficoltà del ritornare e la beffa del non essere riconosciuti, giacciono questioni cruciali della figura del sopravvissuto a vicende di inenarrabile violenza storica: il non trovare parole per raccontare, il non saper raccontarsi e dunque non sapersi far riconoscere attraverso la narrazione di un passato prossimo troppo mostruoso per essere ascoltato, quindi immediatamente rimosso. Lu leggerà a Yu tutte le lettere che le ha scritto in 20 anni di lontananza, ma le legge come se non fossero sue: serve un filtro per raccontare il trauma della Storia. Quella di Lu è dunque la lotta di chi porta le stigmate di una Storia minore, dimenticata, negata; una lotta per essere ammessi nella grande narrativa della Storia ufficiale che si perpetua solo tramite sistematiche amnesie. Ad ogni modo, nonostante abbia tutte le carte per esserlo, Lettere di uno sconosciuto non vuole essere e non si presenta come film politico. Zhang Yimou preferisce votarsi al lato romantico e il film rimane essenzialmente una storia d’amore, che però sottolinea in maniera cruciale i sentimenti ambivalenti verso la Rivoluzione Culturale – un misto di dimenticanza, accusa e perdono – che ancora oggi turbano la coscienza storica e civile del popolo cinese.


Sul versante prettamente cinematografico, il film ha i suoi momenti migliori nella parte iniziale. Due scene in particolare sono condotte in maniera magistrale, pervase di uno struggimento melodrammatico al contempo delicatissimo e straripante: il tormento di Yu che, pur sapendo che il marito (momentaneamente evaso) è al di là della porta della porta di casa, decide di non aprire; e l’episodio della stazione, in cui un gesto mal interpretato porta all’arresto definitivo dell’uomo: Yu gli urla di fuggire fra la folla, lui accecato d’amore le corre incontro e viene catturato. Forse anche al confronto con un avvio tanto convincente, lo sviluppo centrale risulta meno d’impatto e vagamente ripetitivo: i numerosi tentativi di Lu di farsi riconoscere dalla moglie rallentano l’intreccio e l’evidente volontà di commuovere rivela certi limiti sul lato espressivo. Lettere di uno sconosciuto è infatti sicuramente un film solido, ma nella sua continua rincorsa ad un’impeccabilità formale fatta di aspettative – narrative, emotive, estetiche – puntualmente confermate svela man mano il suo calcolo di fondo che lo rende, di fatto, un’opera più commossa che realmente commovente. Efficaci gli attori, fra cui spicca Gong Li, diva per eccellenza del cinema cinese contemporaneo, che acquista sorprendentemente col tempo sempre più doti e carisma attoriale.