Drammatico, Recensione

ONE SECOND

Titolo OriginaleYi miao zhong
NazioneCina, Hong Kong
Anno Produzione2020
Durata104'
Trattodalla novella di Geling Yan
Fotografia
Montaggio
Scenografia
Musiche

TRAMA

Come in un thriller ambientato negli anni della Rivoluzione Culturale in Cina la giovane Liu Guinu ruba una pellicola cinematografica inseguita da Zhang Jiusheng pronto a tutto per ottenerla, anche a costo della sua stessa libertà.

RECENSIONI

Zhang Yimou è uno che ha reso obsoleta la definizione di “furbacchione” dentro al vocabolario. Da un lato perché ha conquistato la ribalta capendo che il pubblico globale del nuovo mondo post Guerra Fredda cerca e premia, più di ogni altra cosa, la stilizzazione dell’azione (e su questo, torneremo) spinta fino ad astrarsi e a prescindere dall’ambiente, a propria volta ridotto a colore locale (già il suo esordio Sorgo rosso illustrava tutto ciò con inequivocabile letteralità). E dall’altro perché è uno che ha capito che oggi (e invero già da qualche decennio) cinismo postmoderno e propaganda old school non sono due cose in contraddizione.
Questo One Second, in effetti, vuole essere esplicitamente il controcampo contemporaneo di un film di propaganda quale Heroic Sons and Daughters (1964), culminante in una confucianissima quadratura del cerchio tra individuo e collettività (trattasi appunto di un war movie, genere per eccellenza fondato su quella dialettica) nel momento in cui una figlia apprende che il padre, da cui era da anni separata, è in realtà un commilitone di grado superiore. Il film viene mostrato, pochi anni dopo l’uscita, in un villaggio raggiunto da Zhang, fuggito da un campo di lavoro, in cerca del footage di cinegiornale in cui compare, per un secondo, la figlia (pure lei rieducata con le maniere forti). Ci si mette, però, di mezzo Liu, scalcinata orfana in cerca di padre, alla ricerca di un rullo purchessia per mettere insieme un paralume di pellicola con cui togliere d’impiccio il fratellino perseguitato da alcuni bulletti locali.

Ovviamente, la possibilità di una ricomposizione famigliare trasversale tra il padre senza figlia e la figlia senza padre appare all’inizio sullo sfondo ed è destinata ad accrescersi lungo il film. Ma altrettanto ovviamente non arriverà mai, neanche quando Zhang ce l’ha sotto gli occhi. Perché One Second allo stesso tempo è e non è Heroic Sons and Daughters. Da un lato, vi troviamo la medesima quadratura del cerchio tra individuo e collettività: la rivoluzione culturale fa per davvero di Zhang un uomo nuovo, e fa per davvero entrare Liu nei ranghi gloriosi della società ufficiale. Dall’altro, Zhang non smetterà mai di cercare (invano), l’immagine della figlia, pur avendo la “nuova” figlia Liu sotto gli occhi. Il nostro scafatissimo cineasta “ufficiale”, insomma, sa benissimo che nella sua posizione deve da un lato confermare l’idea che la Cina sia il prodotto, di segno positivo, delle discontinuità anche molto negative del passato, mentre dall’altro deve comunque, visto che non siamo più nel 1964, fornire un’aura di disincanto a questa stessa fantasia ideologica. Il che vuol dire non tanto che il Signor Cinema (sic), radioso proiezionista responsabile ugualmente dello spettacolo cinematografico e della tenuta sociale del villaggio, sia anche un vile affarista fin troppo attento al proprio tornaconto individuale; ma soprattutto che la fantasia ideologica di conciliazione tra opposti (individuo e collettività) li lasci, in realtà, aperti e privi di conciliazione anche in presenza della più perfetta saldatura tra i due. Saldatura che il film non nega mai: One Second, in altre parole, non si pone mai come demistificazione dell’ideologia ufficiale, da cui non si ritrae in alcun modo. Il punto è, piuttosto, e in un’ottica più generalmente psicanalitica che il cineasta non ha affatto disdegnato in passato (basti ricordare La foresta dei pugnali volanti), che anche quando l’oggetto del desiderio viene raggiunto, il desiderio per quello che manca rimane. Anche quando individuo e collettività trovano una perfetta sintesi (immaginaria o reale che sia), il divario tra i due non cessa di ricrearsi, a mo’ di asintoto. È questo, l’ammonimento sinceramente civico e civile che fa deviare il film dalla propaganda senza, furbescamente, portarlo a rinunciarvi. E che anzi la compie.
Detto altrimenti: il fantasma ideologico (per esempio: la conciliazione tra individuale e collettivo) si salda solo attraverso la contingenza che di volta in volta fa da ostacolo al suo inveramento. Il vero fine, è il mezzo. Come per Zhang, la vera figlia è Liu. Ma lui non se ne rende conto. E in fondo, lo stesso Zhang Yimou predica bene e razzola male, poiché dopo decenni si ostina a stilizzare l’azione in una maniera allo stesso tempo efficace e rudimentale, troppo ossessionata dalla finalità narrativa a cui tende con tutte le proprie forze. Laddove un Chen Kaige (davvero il suo rovescio oscuro in tutto e per tutto) si fa prendere la mano dal formalismo e dalla coreografia (in lui il mezzo è per davvero il fine), Zhang Yimou rimane cocciutamente attaccato a una resa registica esclusivamente finalizzata al dipanarsi della narrazione, della concatenazione tassello per tassello, imboccando lo spettatore in maniera sconsolatamente infallibile. È insomma, e rimane, un cinema in provetta, che si srotola dentro il vuoto lasciato dal prosciugarsi dell’ambientazione. E infatti, il film comincia e finisce nel deserto, e in mezzo vi fa ritorno con una certa frequenza: è quello, il set preferito da un magistrale regista pubblicitario come lui, per risolvere le sue linearissime equazioni registiche che purtroppo non diventano mai coreografia.