Drammatico

LE FATE IGNORANTI

TRAMA

Da poco vedova, Antonia scopre che il marito aveva un’amante. Si mette sulle sue tracce, e realizza che… deve togliere l’apostrofo.

RECENSIONI

Tutto sulla Buy

Parte bene, molto bene, il terzo film dell'italo - turco Ozpetek: in un museo d'arte classica, una raffinata signora e un gentiluomo in abito da sera intrecciano un ridente esercizio di seduzione, giocando con quelli che saranno i temi portanti del film (la maschera e il volto, il segreto nascosto, la finzione, e quindi la recitazione, come arte del vivere). Una scena brevissima, ammaliante, spiritosa. Peccato sia l'unica.
La vita quotidiana di Antonia, monotona e rassicurante, svelata in tutta la sua fragilità dalla scomparsa del marito e dalla scoperta del quadro rivelatore, è narrata senza compiacimenti, con uno sguardo velato fatto di ellissi pudiche e toni smorzati; ma quando la donna si mette sulle tracce della "donna del mistero", iniziano i guai, del resto intuibili fin dai primissimi minuti.
Se la scena dell'incidente in cui perde la vita Massimo sembra tolta di peso da una comica del muto e le macchiette della domestica affetta da sincretismo religioso e della madre impicciona ed "emotivamente corretta" sono difficili da digerire, la descrizione del "piccolo mondo contemporaneo" con cui entra in collisione Antonia appare schematica e approssimativa come è difficile essere. Più che di personaggi, si tratta di un catalogo di tipi, che vanno dalla profuga turca al transessuale i cui parenti ovviamente non sanno nulla, dal malato terminale al bel tenebroso reduce dall'ennesimo viaggio all'estero. Una sequenza di caricature, costantemente sopra le righe, che il regista e cosceneggiatore dota di battute e vezzi da Bagaglino, ed abbandona non appena si profila, all'orizzonte, qualche spunto interessante (vedi una delle ultime sequenze, in cui Serra ricorda una fase particolarmente dolorosa del proprio passato).
Ozpetek, furbescamente, cavalca l'onda lunga del successo internazionale, con tanto di Oscar, che ha arriso ad Almodóvar e, ancora prima, alle "commedie con gay" sfornate dall'industria hollywoodiana, in particolare a quel filone degli "strani amori" lanciato da "Il matrimonio del mio migliore amico" e rinforzato da titoli come "L'oggetto del mio desiderio" e "Sai che c'è di nuovo?", in cui una donna ha una relazione di varia natura con un omosessuale: ma queste "Fate ignoranti" non hanno il gusto paradossale e l'umorismo irriverente dell'autore spagnolo, e nemmeno la verve sofisticata o anche solo la patina di maliziosa ingenuità di alcune delle suddette produzioni americane.
La recitazione di tutti (o quasi) è di stampo marcatamente televisivo, la trama è troppo prevedibile nelle sue implicazioni, le metafore e i giochi visivi (il bicchiere che cade) troppo banali per avvincere lo spettatore e abbastanza insistiti per irritarlo. Ad infossare ulteriormente il risultato contribuisce la presenza di Stefano Accorsi, come al solito inespressivo e qui, in particolare, preda di quella "sindrome di Tom Cruise prima maniera" cui vanno sempre più spesso soggetti molti attori, americani e non: si agita, strepita, starnazza come se avesse qualcosa da dimostrare, e tutto questo sarebbe (forse) sopportabile, se non fosse proprio il sottotono la cifra caratteristica della regia di Ozpetek e soprattutto dell'interpretazione di Margherita Buy.
E se il minimalismo del primo risulta un po' soporifero, per non parlare delle continue dissolvenze incrociate, ridicole nel loro volere occultare lo "scandalo" delle immagini di sesso (tanto scabrose e inquietanti, per inciso, che il film non è neppure vietato ai minori di 14 anni, e ciò è molto significativo, in un Paese cattolico come l'Italia, che proibisce agli adolescenti di vedere "Kràmpack", opera rivolta principalmente ai giovanissimi), è sulla seconda, in quanto nome di richiamo per il pubblico, che si concentrano le aspettative del pubblico: aspettative che, naturalmente (e fortunatamente), non vanno deluse.
La Buy aggiunge, con il personaggio di Antonia, l'ennesimo tassello al suo mosaico di donna apparentemente realizzata, profondamente melanconica quando non terribilmente nevrotica, che sa trovare in se stessa la forza di sopravvivere, nonostante tutto. Imbattersi in un'attrice italiana capace di esprimere emozioni estreme senza scadere nel querulo o nel teatrale è di per sé difficile: va da sé che, se la signora in questione è anche dotata di un'eleganza ed un fascino non comuni, si grida al miracolo.
Ma che malinconia, vedere un talento simile sprecato in un'opera raffazzonata e pretenziosa, sostenuta soltanto da qualche finezza tecnica (la fotografia di Pasquale Mari) e minata da una contraddizione interna: come può il regista pretendere di descrivere un mondo controcorrente, alternativo rispetto al mondo borghese e "normale", se la sua opera non è qualcosa di più che l'espressione di una moda (vedi la sfilata del Gay Pride 2000, che fa capolino nei titoli di coda) perfettamente integrata nell'industria culturale e già pronta per essere sfruttata in serie?

Le fate non volano

nbsp;L'idea di base del nuovo film del regista italo-turco Ferzen Ozpetek e' molto bella e attuale. "Le fate ignoranti" potrebbe essere infatti interpretato come una riflessione sull'evoluzione che la struttura familiare ha subito nel tempo, fino ad arrivare ad un equilibrio in cui il sesso, la consanguineita', le etichette sociali, perdono il peso asfissiante che da sempre ostacolano la libera esternazione delle pulsioni dell'individuo. Ed e' affascinante, e non priva di inquietudine, anche l'idea che le persone che ci vivono accanto, e di cui pensiamo di sapere tutto, coltivino a nostra insaputa una parte misteriosa, segreta e quasi inaccessibile, che non impedisce la complicita' ma, forse, la fortifica. Lo spunto narrativo da cui questa riflessione prende vita e', oltre che forte, molto coinvolgente e ricco di sfumature. Le interessanti implicazioni della storia, pero', perdono presto di incisivita' a causa di vari elementi che non funzionano. Prima di tutto gli interpreti. Se Stefano Accorsi risulta convincente in un ruolo difficile, Margherita Buy pare poco convinta nel tratteggiare la protagonista del film e il suo dolore che diventa nuova consapevolezza. Si limita ad attraversare la storia con un'aria di manierato spaesamento senza picchi, e la sua recitazione sottotono non comunica il dolore, il groviglio dei pensieri e l'evoluzione della sua rinascita. Anche il rapporto con la madre, pur avendo una funzione sdrammatizzante, pare una serie di sketch da fiction televisiva alla Sandra Mondaini e Raimondo Vianello. Cio' che piu' annacqua la potenza del soggetto, pero', e' il quadretto di varia umanita' in cui vive Stefano Accorsi, dove il buonismo la fa da padrone e i personaggi si riducono presto a macchiette prive di spessore. Qualche momento ispirato c'e', l'inizio al museo e il fotogramma con cui si conclude il film, ma in mezzo, il potenziale ampio respiro del film risulta presto soffocato dalla banalita' e dal luogo comune.

La verità è necessaria?

"Non voglio conoscere il segreto delle statue", dice la fata ignorante all'amato, chiusa in un tempio di cristallo. La fata romantica sposa l'amore tossico (l'uomo costretto a letto), la fata arrogante quello impossibile che cambia la vita di chi ha costruito il proprio Io radicandolo nell'etichetta e nel senso comune. A volte costruiamo un personaggio per rendere felici chi ci sta accanto, fermamente convinti che la Verità la colpirebbe mortalmente al cuore. Ozpetek rifiuta di ragionare per tradimenti e menzogne: se la realtà ci sfugge è perché non la vogliamo vedere e, in quel momento, qualcuno pensa bene di non sporcare il nostro universo di fiaba. La vita vera, però, è un'altra e solo uno shock, a volte, può rimettere in discussione il nostro concetto d'amore legato al possesso, aprendo gli occhi sul destino che incrocia addii e ritorni, incurante delle persone fisiche, paladino del sentire "nel" momento. La verità è necessaria? Nel momento in cui la Buy sveglia dal sonno della morte un cuore infranto, Ozpetek risponde di sì e il tutto si trasforma in un'allegoria dell'orgoglio omosessuale (il Gay Pride a Roma nei titoli di coda), in un mesto canto per le amanti che vivono nell'ombra delle spose ufficiali, in un appello all'elaborazione del lutto che abbraccia l'empatia, la compassione, la comprensione e con esse i "rivali" vicini nel dolore. Un bellissimo carrello all'indietro sottolinea un altro colpo di scena, quello delle poesie di Nazim Hikmet (lontano parente di Ozpetek: l'autobiografismo dell'autore turco è evidente anche nella messa in scena dei suoi quadri, del suo quartiere, dei suoi primi anni a Roma). I Tiromancino cantano di due destini che si uniscono in un istante solo, le bizze del Caso suggeriscono un amore nato per sbaglio, una complicità ritrovata, un bisogno figlio della nostalgia, l'ansia di conoscenza di sé scambiata per gelosia. A seguire un bacio con "Perdonami", la banalità dei "non detti", una parte finale fin troppo ricercata nella propria sospensione (gravidanza, amore soffocato, ansia di libertà, presa di coscienza?), ammiccante e ignorante del percorso esistenziale profondo e edificante fin lì intrapreso. Un ritorno al mondo delle fate di Magritte? La colonna sonora multietnica invade i campi e toglie i microfoni alle sequenze, la commedia attenua l'afflato grave dei sentimenti.

Le menzogne si intrecciano e le fate, ignoranti, se ne credono vittime e artefici. Ma la verità la conosce solo l'uomo delle meraviglie, la sua bugia tacita e taciuta sancisce la definitiva attrazione per un altro uomo e, per costui, si finge quello che non è. Massimo non ama Ikhmet, forse non sa nemmeno chi sia e si traveste, indossa l'anima di sua moglie per conquistare l'improvviso oggetto del suo desiderio. Ma il libro è ancora lì, utile scrigno che favorisce lo sfiorarsi tardivo delle due anime affini, l'incrocio delle loro labbra. Ostaggi, ciascuno di un mondo a parte, Antonia e Michele non sapranno dare voce all'amore che pure scaturirebbe dalle loro corde vocali. Ma il bicchiere, cadendo, non si rompe: l'adorato essere tornerà.
Come in Hamam, Ozpetek dimostra un gusto per un'immagine ricercata e mai italianamente sciatta, poco comune dalle nostre parti, ma i suoi personaggi, al solito, parlano troppo e male. La retorica gay degli ambienti non aiuta: di fronte a atmosfere pregne di proprio, che riescono a dire tutto, ogni parola è didascalia. Per questo la prima scena, di austera perfezione, bella e gratuita com'è, vale il film e un'intera stagione di cinema nostrano.

Cosa succede a frullare un Almodovar mondato della sua destabilizzante irriverenza con il Kieslowski di "Film blu" senza il suo crudele, sfrontato, morale rigore? Un film fichetto, assolutamente di moda come (fortunatamente, per altri versi) la cultura gay negli ultimi anni. Un film decentemente confezionato, fotografato con gradevolezza programmatica e ineccepibile, sceneggiato con brio (ci scappano pure una decine di risate) partendo da una intuizione intrigante ma troppo paradossale, recitato da un cast frizzante e piacevole. Compresa la Buy in un personaggio per lei pur così prevedibilmente facile da essere in odore di manierismo. Escluso il sempre più legnoso Accorsi, passabile quando si tratta di prestare la (bella) faccia ad un carattere (lo sfrontato e il bullo, poco altro) ma assolutamente incapace di modulare stati d'animo e sfumature. Insopportabili il "volemose bene" generalizzato, la prevedibilità dell'intreccio e di ogni passaggio nell'alternarsi tra farsa e tragedia, ed i cliché, davvero troppi e troppo ovvi: la casa terrazza microcosmo con la varia umanità così umana nella sua varietà, la galleria dei tipi (non manca neppure la mignotta dal cuore d'oro, vergogna!) contrapposta ad un mondo borghese etcetc… aiuto, basta, vi prego.