NazioneItalia
Anno Produzione2025
Genere
Durata122'
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Scenografia
Costumi
Musiche
TRAMA
Sergio, ex campione di judo e insegnante di educazione fisica che porta con sé i segni di un passato doloroso, viene trasferito per una supplenza trimestrale a Remis, un paese delle Alpi nord-orientali che molti anni prima è stato devastato da una sciagura ferroviaria. La particolarità del luogo è che tutti gli abitanti mostrano un ottimo umore, inscalfibile, in ogni circostanza. Michela, dipendente di un bar dove Sergio trascorre serate malinconiche e pesantemente alcoliche, convince l’insegnante a lasciarsi aiutare, facendogli così conoscere il segreto dell’apparente benessere della comunità, affidato al potere soprannaturale di Matteo, adolescente che frequenta la scuola superiore e che viene considerato un santo in vita. La scoperta porterà Sergio a conoscere le conseguenze della rimozione generale del dolore, in un crescendo di rivelazioni agghiaccianti.
RECENSIONI
The questions are the danger.Leave them alone and they sleep.
Ask them, awake them, and more than you
know will begin to rise.
Jonathan Carroll, The Land of Laughs
Un uomo distrutto, la cui vita è divenuta un lungo e non troppo raffinato suicidio, è lo straniero che arriva suo malgrado in un luogo bucolico e idilliaco, uno di quei borghi montani dove normalmente si va in vacanza (e magari si sogna di restarci, abbandonando tutto) per trovare quiete e rigenerarsi: passeggiando nella natura, respirando aria pulita, gustando cibi semplici e genuini, e soprattutto godendo dell’ospitalità gioviale degli abitanti del posto. Un ragazzo fragile e introverso, che mostra preoccupanti segni di invecchiamento precoce, è il capro espiatorio secondo l'antropologia girardiana, una sorta di novello San Sebastiano che - in virtù di un dono o condanna soprannaturale - si fa bersaglio di tutti i dolori della comunità, permettendole così di ritrovare una pur fragile coesione e di mantenere un aspetto di concordia tra le persone e di armonia generale. Ma cosa accade se il capro diventa demiurgo perché i supplicanti sviluppano una dipendenza totalizzante e sono disposti a cedere la propria volontà e qualsiasi forma di autodeterminazione in cambio di un temporaneo sollievo ai loro tormenti?
“Vuoi smettere di soffrire?”
È la domanda che costituisce il punto di svolta del film e che rimane nella mente dello spettatore come un mantra sommesso, insieme promessa e minaccia. Il filosofo tedesco-coreano Byung-Chul Han, in tempi recenti, in occasione dei provvedimenti di lockdown e di altre restrizioni sociali in cambio dell’assicurazione della nuda sopravvivenza, ha parlato di società senza dolore, definendo così il frutto guasto che si trova dietro la facciata liscia e rilucente offerta agli schermi dei social, l’insensatezza, la rottura dei legami comunitari più autentici e profondi, la paura del dolore - o algofobia, la rimozione della morte, l’ossessione per la sopravvivenza come unico valore. Un mondo in cui non si dà più senso alla vita, ma soltanto al prolungamento della durata, alla possibilità di avere qualche giorno in più. Ma in fondo in fondo, nell’analisi delle conseguenze di una generalizzata e compulsiva rimozione del dolore, non può non riecheggiare l’interrogativo etico posto dal cappellano della prigione in Arancia meccanica: che cosa resta quando la persona umana viene amputata delle sue parti più ingovernabili e sconvenienti? Il mondo dell’algofobia, del rifiuto del dolore, come lo vediamo scorrere davanti ai nostri occhi, appare avviato verso una china distopica huxleyana di dipendenza universale dal soma, la sostanza che fa sparire ogni disturbo o fastidio e garantisce l’estinzione di ogni forma di conflitto interiore o sociale. A tal proposito la psichiatra americana Anna Lembke, studiosa delle dipendenze non da sostanze, descrive il nostro come un mondo di painkiller a buon mercato, di sollievi digitali onnipresenti, un mondo inondato di dopamina, il neurotrasmettitore legato a esperienze di gratificazione immediata e di fuga dalle fatiche, dai dubbi, dal peso delle responsabilità personali. Nell’immaginario paese di Remis quella stessa dipendenza assume forma rituale: il dolore viene delegato, esternalizzato, come se la comunità vivesse costantemente sotto anestesia. La valle dei sorrisi è la metafora perfetta della società senza dolore - un luogo in cui la sofferenza è bandita, ma solo perché trasferita su un corpo sacrificabile.
“Vuoi smettere di soffrire?”
La valle dei sorrisi non è un folk horror, non è Midsommar e non è nemmeno The Wicker Man, non vi si trovano culti arcaici in conflitto con la razionalizzazione della scienza moderna o del tardo cristianesimo. È piuttosto un gotico rurale in cui si ritrovano la pastosità del parlato e la fisicità agreste tipiche del cinema di Ermanno Olmi, in cui - come nel primo Pupi Avati - si va a fondo nella vita delle comunità chiuse dell’Italia di provincia, nei suoi segreti rimossi e nelle collusioni tra sacro e maledetto. Ma la peculiarità e il pregio di questo film risiedono nell’ambizione, nella capacità di andare oltre i confini della rappresentazione di esotismi fuori porta e di usare la provincia come frattale, come microcosmo in cui si rispecchiano aspetti macroscopici dell’Occidente intero, riportando - soprattutto nel finale - ad atmosfere lovecraftiane e romeriane. Tra le interpretazioni spiccano la coppia formata da Michele Riondino e Romana Maggiora Vergano, che innerva la pellicola di magnetismo e sensualità, e un Roberto Citran capace di dare corpo alla doppiezza di un prete che appare disilluso, quasi bergmaniano, post-cristiano in quanto postmoderno, ma che dietro le quinte rivela l’aspetto luciferino di un manipolatore disposto a tutto pur di mantenere il controllo sulla collettività. La regia, rapida, precisa, indugia sui volti, affonda nella psicologia dei personaggi e dosa con sapienza le sequenze più orrorifiche all’interno di una narrazione che si stratifica fino a diventare un congegno che non dà scampo, asfissiante, arricchito da una fotografia nitida e lunare e da un sound design che è una sorta di racconto nel racconto, tra silenzi sinistri e rumori insostenibili. Paolo Strippoli è attualmente uno dei nomi caldi del movimento - informale e ancora poco riconosciuto dall’informazione mainstream - di una possibile rinascita del genere horror in Italia.

7.5

