Drammatico

LA TROISIÈME GUERRE

Titolo OriginaleLa troisième guerre
NazioneFrancia
Anno Produzione2020
Durata90'
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Appena terminato l’addestramento di base, Leo ottiene il suo primo incarico: un’operazione di sorveglianza per cui dovrà girare per le strade di Parigi senza altro da fare se non stare all’erta per potenziali minacce. Ricevuto il compito di assicurare che una grande manifestazione antigovernativa non debordi dai limiti assegnati, Leo è risucchiato nel mezzo di una folla furiosa. La pressione e la rabbia impotente che è andata crescendo nelle ultime settimane sta per esplodere.

RECENSIONI

La lezione è nota: rappresentare la guerra è anche e soprattutto una questione di sguardo (vedi alla voce Notturno, e conseguenti querelle). Nel metterne in scena la terza -  così il regista sceglie significativamente di definire l'Opération Sentinelle con cui la Francia, nel 2015, schiera l'esercito per le strade di Parigi, a monitorarne i punti sensibili - Giovanni Aloi lascia il terrorismo fuori dal quadro, facendo del film un ideale controcampo delle immagini che dai nostri smartphone concorrono a disegnare inedite iconografie della violenza. Per i grandi viali parigini camminano non visti Leo, Colim, Hicham, di diverso grado ma identica solitudine. Bardati di tutto punto e pronti all'offensiva - la diffidenza come sola religione possibile, sull'adagio «il tipo che ti accoltellerà non sembra il tipo che ti accoltellerà» -, radiografano i passanti in cerca di potenziali minacce, di un nemico altro, indefinito, da individuare un po' per fortuna e un po' per supposizione. I passanti, però, non li guardano: non si curano di loro, e passano senza restituirne lo sguardo, come se fosse proprio l'estraneità evidente di questi soldati  rispetto al tessuto sociale cittadino a relegarli in un angolo cieco del paesaggio urbano. Quando, in che modo abbiamo normalizzato simili immagini? domanda Aloi, prendendo coscienza di questo campo-controcampo mancato come se fosse animato dal proposito di emendarlo: per questi militi altrimenti ignoti il regista ritaglia lo spazio di un'identità, restituendone il privato (famiglie disagiate o inesistenti tout court, gravidanze da tacere in cambio di promozioni) e il quotidiano (machismo, nonnismo, cameratismo). Uno spostamento del punto di vista che, tuttavia, rifiuta qualunque possibilità di eroismo: nessuna bomba esplode, nessuna vita viene salvata, tutte le piste si rivelano abbagli. Quando la recluta Leo si impossessa indebitamente di un cellulare nel corso di un fermo, ci aspettiamo una svolta, attendiamo una telefonata rivelatoria, quella di un terrorista al suo complice, magari. E invece non accade nulla: il cellulare suona, Leo risponde e dall'altra parte trova una voce di donna. Innocente. Estranea ai (possibili) fatti. Lei non vuole saperne, ma lui cerca un contatto, e fa di quel telefonino la scatola nera delle proprie inquietudini. Inascoltato, registra messaggi in cui riversa paranoie e ansie crescenti. Dall'altra parte nessuno più risponde. In questa comunicazione frustrata, tutto il senso di un film che parla al e del nostro presente, annegato in un'asfissiante inazione pronta a deflagrare - come nel finale, congegnato con brutale precisione - nel violento spettacolo dell'inettitudine.