Avventura, Drammatico

LA STANZA DELLE MERAVIGLIE

Titolo OriginaleWonderstruck
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2017
Durata116'
Sceneggiatura
Trattodal romanzo Wonderstruck di Brian Selznick
Fotografia
Scenografia

TRAMA

1977, Minnesota. Il dodicenne Ben è preda di un incubo ricorrente in cui viene inseguito da un branco di lupi. Una notte, cercando tra gli oggetti della madre, trova il vecchio catalogo di una mostra newyorkese sulle origini dei musei: i cosiddetti gabinetti delle meraviglie. C’è anche un biglietto, dentro, con l’indicazione di una libreria. E poi c’è un fulmine, che entra dal cavo del telefono e cambia la vita di Ben. 1927, New Jersey. Rose è una ragazzina che vive sola con il padre, isolata per via della sua sordità. La anima una grande passione per un’attrice, una diva del muto, di cui colleziona ogni notizia. Ben e Rose, a distanza di tempo, compieranno lo stesso avventuroso viaggio attraverso New York, guidati dal comune bisogno di conoscere il loro posto nel mondo.

RECENSIONI

Ten, Nine, Eight, Seven, Six, Five Four, Three, Two, One, Liftoff

Ben e Rose: due infanzie in due epoche diverse, due fughe e due ricerche, due percorsi in apparenza paralleli, ma destinati a incrociarsi. Da un romanzo per ragazzi Todd Haynes trae un film che non si limita a riprodurre il senso di meraviglia, la stupefazione (Wonderstruck, recita il titolo originale) della letteratura di settore, ma va oltre e si converte, come la sua filmografia ci ha abituati, in opera teorica che riflette sul cinema, il suo linguaggio, il rapporto tra suono e immagine.
La novella di Brian Selznick distingueva le due linee utilizzando per l’una (Ben) la prosa, per l’altra (Rose) semplici disegni a matita, senza testi. L’autore usa per l’uno (ambientato negli anni 70) il colore e il registro visivo di un film New Hollywood e per l’altro - siamo alla vigilia della Grande Depressione - il protocollo del cinema muto. La scelta rispetta anche la modalità percettiva della realtà dei due ragazzi: i suoni ovattati e distorti che avverte Ben e il silenzio che circonda Rose (sostituito dalla musica d’accompagnamento - fondamentale il ruolo della superba partitura di Carter Burwell per la resa dell’intero film -). E nessuna didascalia. Per cui, relativamente a questo livello di racconto:
1) si restituisce quell’isolamento dalla parola che Rose vive anche nel romanzo (in un’epoca in cui il cinema muto sta tramontando la bambina non potrà più comprendere i dialoghi dei film, che, con l’avvento del sonoro, non presenteranno più didascalie).
2) si invita chi guarda -  il lettore del romanzo, lo spettatore del film - a cercare di comprendere la vicenda in base a quello che viene mostrato (quello di Todd Haynes rimane un cinema interessato alla superficie, che si affida all’immagine).
È solo così che quello che appare (e vuole apparire) come il viaggio di una ragazzina alla ricerca di un idolo cinematografico si potrà rivelare (
meraviglia! - la prima del film -) il protendersi verso la Madre. È così che potremo comprendere solo in un secondo momento perché Rose si reca al museo e chi è la persona che vi incontra e la ospiterà.
Prima c’è constatazione e tentativo di comprensione di ciò che accade, in seguito è concessa la ricomposizione delle tessere del puzzle (Haynes fa quasi sempre film-puzzle), la ricostruzione lineare di una cronologia piena di ellissi. Il percorso verso la meraviglia passa attraverso le immagini e alla fine si sposa al suono (oooh!).

Perché al di là delle scelte di linguaggio, il regista sta tessendo una tela fatta di simmetrie, temi che ricorrono e motivi che si richiamano. Ben lascia l’ospedale e fugge a New York perché, (rifacendosi alla citazione di Oscar Wilde che rinviene nella camera della madre) anche se siamo tutti nella spazzatura, qualcuno guarda le stelle: e lui non smette di guardare in alto («Mio padre era un astronomo? Forse per questo mi piace tanto lo spazio»), non smette di pensare al genitore che non conosce, non stacca lo sguardo dal cielo, da un altrove che gli darà le risposte che cerca. Quello che fa anche Rose che segue una stella (una star, anzi [1]) e lascia la sua piccola realtà per muovere verso il cosmo-New York che diventerà la sua vita. Come quello di Major Tom, il protagonista della canzone di David Bowie, il loro è un viaggio di esplorazione che è destinato a essere senza ritorno. E in cui scopriranno che le stelle che cercavano sono diverse da come le avevano immaginate («And the stars look very different today», Space Oddity). È un viaggio che ricorda molto da vicino quello del protagonista di Molto forte, incredibilmente vicino (film, come questo, fondamentalmente incompreso): anche in quel caso per il ragazzino protagonista lo spostarsi per le strade della Grande Mela costituiva una vera e propria esplorazione, anche in quel caso la spedizione, che puntava a un obiettivo preciso, porta a un risultato sì completamente diverso, ma oltremodo rivelatorio.
In quest’ottica, quella dei nostri protagonisti come astronauti alla ricerca degli astri Padre e Madre, è ironico quanto pertinente il riferimento musicale a
2001: odissea nello spazio attraverso la rilettura di Eumir Deodato di Also Sprach Zarathustra di Strauss: quell’arrangiamento dice di un’epoca (data 1972) e ammicca al capolavoro di Kubrick che parla di viaggi intergalattici, cortocircuiti temporali e a una circolarità che, come nel film di Haynes, nel finale fonde passato, presente e futuro. Accompagna, infatti, l’apparizione di Rose/Julianne Moore che entra nella libreria del fratello - un'altra stanza delle meraviglie, a proposito - dove si trova Ben: è il momento in cui si celebra la confusione dei due itinerari narrativi, in cui gli anni 20 e gli anni 70 si sovrappongono, in cui si comincerà a guardare all’avvenire.
Il momento che farà seguire al buio di conoscenza in cui annaspa il ragazzino, il venire pienamente in luce della storia dalla quale proviene (nel grande buio del blackout di New York del 1977 viene risparmiato il Queens, essendo servito da un’altra compagnia elettrica: è in quel quartiere che si trova il museo che conserva il modello della città costruito per la World’s Fair del 1964, è solo lì che la vicenda può illuminarsi).

[1] Da notare il nome della madre, Lillian, riferimento a Lillian Gish, protagonista di The wind di Victor Sjöström.

Nella recensione di Carol si ricordava come quello di Todd Haynes fosse un cinema-casa di bambola. Ci risiamo: la stanza delle meraviglie è il luogo in cui si conservano le collezioni, in cui ogni oggetto ha una sua collocazione: un sistema, un insieme di sottoinsiemi. E il film stesso passa da una scatola (cinese) all’altra: dalle camere di Rose e Ben («Vivi davvero in un museo!»), al museo d’arte naturale (un mondo in miniatura che contiene in un’altra scatola -  il diorama dei lupi - un pezzo esistenziale significativo per entrambi i protagonisti), per giungere alla scatola enorme della città di New York infine ridotta in scala, per rappresentare, stilizzandole, la Storia e le storie che la animano (attraverso delle bambole, il passaggio in stop motion - altro livello temporale, dunque altra tecnica -).
Wonderstruck è l’approdo ultimo di questa mimetizzata messa in abisso, la Scatola che le contiene tutte. A dire, insomma, che la stanza delle meraviglie è il cinema, un’arte che (ri)colloca ogni cosa in una nicchia e la espone col cartellino emotivo conseguente (Paura, Rivelazione, Riconoscimento, Stupore, Incantamento): il tempo perduto, i sogni, l’avventura, i ricordi, il passato, tutto è processato in forma meravigliosa e archetipica, incidendo un immaginario comune.
Rimanendo nell’ambito di un cinema che si rivolge a un pubblico preciso, Haynes dimostra di poter fare di un film coscientemente minore un campione credibile della sua poetica (si pensi all’amico quasi androgino Jamie - un nome già ambiguo -, a Oscar Wilde, alla scelta di guardare al passato - con le conseguenti ricostruzioni d’epoca -, alla riflessione sul mezzo, alla struttura temporale, a tutti gli ibridismi - stilistici, narrativi, - che vi ricorrono), rimanendo fedele, come fa sempre, sia al senso dell’operazione messa in campo, sia allo spirito del dramma messo in scena.