Drammatico

LA SPOSA TURCA

Titolo OriginaleGegen Die Wand
NazioneGermania/ Turchia
Anno Produzione2004
Durata121'
Sceneggiatura
Montaggio
Scenografia

TRAMA

Cahit e Sibel tentano entrambi il suicidio; si conoscono in clinica e lei gli chiede di sposarla, per sottrarla al fondamentalismo religioso della sua famiglia islamica. Diventeranno coniugi ed ognuno condurrà la sua vita, ma non proprio…

RECENSIONI

L'Orso d'oro di Berlino 2004 è un film sincero ed appassionante, che straccia le budella allo spettatore, difficile da girare e proporre al grande pubblico. Una storia d'amore finalmente non generazionale, che stempera i suoi toni nell'allusione e la soggettività dello sguardo; se inizia alternando fotogrammi in rapida successione stile videoclip, il turco trapiantato tedesco Fatih Akin costruisce un'ammirabile struttura drammatica che regge l'urto di due ore tonde di pellicola, mantenendosi rigorosamente dolente senza mai cedere al moralismo o ripiegare nella maniera. GEGEN DIE WAND, la cui traduzione letterale richiama il tentato suicidio iniziale del protagonista ('contro un muro'), si presenta come l'incontro di due solitudini, introdotto da una grottesca orchestrina che intona un motivo turco stesa su un enorme tappeto persiano. L'elemento grottesco, che è poi la melanconica nenia interiore dei personaggi, irrompe nell'intreccio (almeno in un caso con esso si con/fonde) stemperando i toni lancinanti che lo agitano dall’interno; poi la macchina vira sull'esistenza di Cahit e Sibel (ed il loro metaforico suicidio: cambieranno vita), inscena l'inarrestabile deriva, tocca il fondo scenico del pozzo trasfigurando un personaggio nell'altro (Sibel diventa Cahit dopo l'arresto di lui, affogando nell'alcolismo rissoso) ed infine tenta un impossibile recupero, disegnando una chiusa lancinante. Da un plot elementare affiora un film miracolosamente bilanciato in tutti i suoi elementi, che per oltre un'ora si destreggia sul filo della perfezione: il rapporto tra i protagonisti, dall'incipit casuale fino al progressivo conoscersi ed amarsi, è tra le cose migliori ammirate in sala in questa stagione. Il culmine: il tentato approccio sessuale tra i due, che inizia con lo sfioramento per poi tuffarsi nell'osmotico intrico di corpi, respinto sul filo di lana da lei, in nome di una libertà di costumi bella e tiranna. Poi è vero che la pellicola la tira evidentemente per le lunghe, non vuole decidersi ad abbassare il sipario e risolve alcune situazioni in sbocchi canonici (l'ultimo appuntamento alla stazione); nell’eccesso di introspezione (c'è una lunga sequenza in cui la figura di Sibel si muove solitaria) si rischia di inciampare nello psicologismo, per rappresentare un conflitto interiore attraverso le tappe obbligate del filone (il rifiuto del lavoro normale, la ricerca della droga). Ma è un difetto che si perdona volentieri ad un film appassionatamente polimorfico come questo: tenta la commedia dei caratteri saldando probabilmente il debito con GOODBYE LENIN (unico grande successo tedesco di questi tempi ed inevitabile pietra di paragone) e la impallina gustosamente a più riprese, maledice sé stessa sfoderando un inferno urbano degno di Ken Loach, sfiora l'argomento etnico-religioso con garbo allusivo e fa l'autopsia a silenzi gesti e simboli per significare lo sbocciare dell'amore. La ricorrente antitesi del sentimento è il liquido sanguigno, che innaffia la pellicola senza preavviso anche a livello figurativo: difficile togliersi dagli occhi la danza disperata di Cahit tra la folla, le braccia tagliuzzate verso l'alto, dopo aver urlato alle mura del pub i suoi sentimenti. La regia opera una calzante scelta d'assenza rilasciando il compito narrativo sulle spalle della sceneggiatura (squisita la dialogistica bilingue: turco e tedesco), ma all'occasione si cala magistralmente nell'esigenza di tenero maledettismo della storia (Cahit rannicchiato sulle coperte di Sibel); Akin pesca due splendidi sconosciuti nei ruoli principali, dove Birol Uenel gestisce con il solo sguardo la propria disperazione e Sibel Kekilli impegna addirittura il suo corpo, attuando una metamorfosi estetica da consumato camaleonte. La disintegrazione di ogni luogo comune sulla crisi del cinema tedesco; unita ad altre pellicole berlinesi (MILCHWALD di Cristoph Hochhaeusler) si ha l'impressione che questa scuola, non paga di gloriosi passati, possieda una poetica del drammatico tutta personale che avrà ancora molto da mostrare. Certo che GEGEN è un rilancio in piena regola, meteorite più che meteora, destinato a non passare inosservato.