Sentimentale

LA MIA AFRICA

TRAMA

Kenya, 1914: Karen Blixen ha sposato, senza amarlo, un barone che la lascia spesso sola nella sua piantagione di caffè, preferendole i safari. Conosce e resta affascinata dal cacciatore Dennis Finch Hatton.

RECENSIONI

Tripudio di Oscar (sette: miglior film, regista, fotografia, musica, suono, sceneggiatura, scenografia) per la pellicola che, in realtà, segna il declino di un grande regista: da qui in poi Sydney Pollack preferirà, da un lato, seguire il filone sentimentale alla Come Eravamo, abbandonando quello di tensione etica/politica/thriller e, dall’altro, asserragliarsi nella narrazione più classica per trasformarsi in una sorta di autore vecchio stampo, da energico e malinconico cantore della Nuova Hollywood che era. Adattando, in parte e con libertà, le memorie di Isak Dinesen (alias Karen Blixen) e relative biografie, realizza un’opera tanto affascinante quanto accademica, appoggiata sul tema musicale reiterato (John Barry) e sulla prolissità della sceneggiatura di Kurt Luedtke, con voce narrante e suddivisione in capitoli vitali. Il nume tutelare sembra essere il kolossal epico e poetico che riveste gli affetti alla David Lean, dove il paesaggio naturale, colto in ampie panoramiche e reso suadente dalla fotografia di David Watkin, serve da contrappunto melodrammatico alla vicenda, narrata con carezzevole ma spossante tranquillità. Pollack punta molto sullo charme e la bravura dei due protagonisti: sono loro a donare la linfa vitale alla pellicola e alla sua immagine più iconica (Redford che lava i capelli a Streep con ‘La ballata del vecchio marinaio’ di Samuel Taylor Coleridge). Questa scelta di campo, però, annichilisce tutti gli altri spunti, quelli sulla genesi di una scrittrice, sui rivolgimenti storici africani, sulla malìa che fa innamorare di quel continente, sul profilo psicologico dei personaggi (compreso il Dennis di Redford, elementare) e sul tema della donna volitiva che deve imparare ad attraversare e non possedere gli oggetti d’amore.