Drammatico

LA MÉLODIE

Titolo OriginaleLa mélodie
NazioneFrancia
Anno Produzione2017
Durata102'
Montaggio

TRAMA

Il concertista Simon Daoud arriva in un istituto di periferia: dovrà preparare i ragazzi per il saggio di violino alla Filarmonica di Parigi.

RECENSIONI

Rachid Hami era Arlecchino ne L’esquive di Abdellatif Kechiche: in uno dei film più potenti sull’installazione dell’arte nella periferia, l’attore recitava col suo stesso nome di battesimo, Rachid, e aveva assegnato il ruolo di protagonista maschile ne Il gioco dell’amore e del caso di Marivaux, messo in scena nella banlieue. Poi cedeva la parte al vero protagonista del film, Krimo, per farlo avvicinare a Lydia (nella commedia Lisetta), sperare in un bacio e infine venire schivato. Rachid Hami, algerino migrante come il tunisino Kechiche, è oggi regista e riscrive chiaramente la sua esperienza su quel set in sede di costruzione da La mélodie: affine fin dalla concisione del titolo, che segnala un momento cruciale nell’atto dell’interpretazione (la schivata fondamentale in Marivaux, il faticoso raggiungimento della melodia qui), il film immagina allo stesso modo di frequentare la pratica artistica nella periferia di una città francese. Simile è anche lo stridente contrasto tra il dialetto, gli insulti e lo slang dei giovani, e la necessità di interpretare un testo alto e sublime, lì la lingua aulica della commedia settecentesca e qui l’esibizione al violino che porta i ragazzi alla Filarmonica. La parolaccia viene costretta alla classicità. Con le dovute divergenze nella costruzione della storia (i ragazzi de La mélodie sono più giovani di quelli de L’esquive, quindi ulteriormente indomabili), Hami conferma l’ascendenza dal film nelle note di regia. Ma c'è uno scarto nella sostanza: se Kechiche suggeriva tra le righe, con nettezza, la strada interpretativa basata sulla confusione tra realtà e rappresentazione (con la chiave decisiva di Krimo che si innamora di Lydia non nella vita, ma solo in abito di scena), La mélodie è invece un racconto al primo grado.

Meno stratificato e profondo dell’opera di riferimento - oltre al particolare di arrivare quindici anni dopo -, il film adotta la prospettiva del concertista Simon Daoud (un impeccabile Kad Merad), che in attesa di essere reclutato si “degrada” a insegnare violino in un istituto di periferia. Pensandola come sistemazione momentanea, l’uomo arriva nella classe difficile ricollegandosi al cinema transalpino sulla e nella scuola, dal fondamentale La classe al più vicino Les Choristes. Ma il perno della sua orchestra non sarà dentro le mura: mentre prova a governare i ragazzi, con un semplice ma efficace fuori fuoco, Hami segnala la figura che osserva alla finestra, il giovane nero e in sovrappeso Arnold. Figlio senza padre, seconda generazione di immigrati, il suo contatto col violino è turbolento, scoppia una rissa innescata dal contesto, ma presto si rivela un talento. Il racconto si immette quindi nel canale tradizionale del genere: il maestro dovrà superare le difficoltà, valorizzare i complessi allievi e portarli compiutamente al saggio finale. Le asperità riguardano anche lui: Simon, uomo dal privato controverso (divorziato, problemi con la figlia), in partenza non crede nell’uguaglianza pedagogica, vuole espellere i disturbatori e lavorare con i migliori, e soprattutto riceve un’offerta di ingaggio per tornare a fare il concertista. È qui che si apre un dilemma intimo, il dubbio etico tra il nuovo ruolo di educatore e la sostanza storica di musicista; oltre allo sbocco naturale della scelta, però, il punto della questione sta nella possibilità di apprendimento reciproco, mentre insegna Simon impara qualcosa su di sé. Ecco allora che in ultima istanza sia il maestro che l’alunno più dotato nei loro ruoli si qualificano: gradualmente Simon “diventa” insegnante e Arnold musicista. Molto altalenante, alternando una scrittura ridondante (l’innesto pleonastico sul padre di Arnold) a momenti silenziosi e riusciti, come l’assolo del maestro a casa dell’alunno più riottoso, La mélodie finisce quietamente in trionfo, non solo artistico ma anche esistenziale: per l’ennesima volta realizzare un’impresa significa trovare il proprio posto nel mondo.