Drammatico

LA FELICITA’ NON COSTA NIENTE

TRAMA

Sergio, architetto di successo, con famiglia, amici, giovane amante, in seguito ad un incidente in auto decide di cambiare vita, abbandonare le ipocrisie e i compromessi, lasciare tutto e fermarsi ad aspettare la felicità. Arriverà?

RECENSIONI

Mimmo Calopresti è uno dei nuovi autori del cinema italiano. Alle prese questa volta con la ricerca della felicità (ma non è sempre stato una ricerca il suo cinema? ricerca della verità, dell’amore, del proprio posto nel mondo). La felicità arriva dopo aver travagliato a lungo, oppure si travaglia a lungo per impedire che questa felicità ci raggiunga? Perché la felicità è fatta da cose semplici come il pane e il salame, e da cose povere come la libertà. Ma la felicità costa un’intera vita e un’intera coscienza. La vita è quella di successo di Sergio un architetto con famiglia, amici, e amante (molte amanti). La vita è quella dell’alta borghesia romana. La coscienza è invece quella di un’altra razza, i cui monumenti (momenti) non sono fatti di marmo (freddo) ma di acciaio fuso e calcestruzzo (fuoco), è la razza operaia che lavora a Roma ma ha cittadinanza a Torino, nella Torino operaia. Ma se il marxismo, fondamentale per Calopresti negli esordi video (la politica come veicolo di valori da perdurare nel tempo: cambiare il mondo in meglio; e il video come viaggio di comunicazione di un’intera classe sociale e della sua memoria), è qui declinato nella geografia dei luoghi di potere e di lavoro, è l’esistenzialismo (non lirico) di Sergio e della sua crisi di uomo di fronte alla morte a segnare il passo di tutto il film. Sergio è in crisi perché Gianni, un operaio nel suo cantiere, è finito sotto una betoniera per colpa sua. Da qui e da un doppio incidente, quello in macchina che farà riemergere il fantasma di Gianni e la coscienza di Sergio, e quello dell’intervento chirurgico di Sergio, la storia della ricerca di una felicità possibile inizia a svilupparsi in lunghi flashback, dove Sergio ricostruisce la sua vita recente, la sua crisi matrimoniale, l’illusione di ritrovare l’amore con un’altra donna, la nuova solitudine. La vita di Sergio riemerge dalla morte di Gianni. La contrapposizione politica non potrebbe essere più forte. Ma se Calopresti era riuscito perfettamente a misurare la distanza politica, riuscendo a non schierarsi attraverso la profondità dell’assunto che non si spiega ma che comprende le due parti (La seconda volta), e aveva bene illustrato la passione d’amore come soluzione alla passione della vita (La parola amore esiste), con La felicità non costa niente rimane in bilico. In bilico tra girare un film politicamente schierato, oppure intimamente appassionato. La contrapposizione tra borghesia e proletariato rimane una cornice che innesca la ricerca dell’identità d’amore come immagine della crisi dei valori della società contemporanea, senza riuscire ad evadere completamente dalla dimensione di quadretto. Calopresti gioca con i luoghi comuni dell’amore, della comprensione umana, della crisi, ma non riesce a costruire una profondità, una riflessione su questi temi come gli era riuscito in passato. Se il marxismo si stempera nell’esistenzialismo (se la vita può dividere gli uomini -tenore di-, la morte invece ricongiunge gli uomini -uguale per tutti-), l’amore però non finisce nel sentimentalismo. Calopresti è bravo a non cadere nel sentimentalismo perché: primo, l’amore è solo una scusa per intessere un discorso critico più ampio, secondo, perché il tema centrale non è l’amore ma il confronto dell’uomo con la morte. La vera felicità non si conquista nell’orario di lavoro, ma si gode nella pausa pranzo. Abbandonata la dimensione marxista e sentimentale delle passioni umane, rimane una riflessione sull’uomo in quanto individuo e sentimento. Emerge una figura solitaria ma sprezzante, cinica ma folle, un personaggio a metà: un po’ ambiguo un po’ male rifinito. Calopresti carica la regia di movimenti avvolgenti, di rivoluzioni intorno al personaggio, di passaggi rasenti, mentre scarica il Calopresti attore di intensità, di pathos. Mentre la regia appassiona, l’interprete distacca. Rimane una bellissima fotografia (Arnaldo Catinari) capace di disporre gli ambienti (Roma e Torino) per contrapposizioni cromatiche (cupa e solare). E la musica (Gianni è interpretato da Beppe Servillo degli Avion Travel che donano il motivo del film: “Piccolo tormento”).