Commedia, Drammatico, Grottesco, Netflix, Recensione, Storico

LA FAVORITA

Titolo OriginaleThe Favourite
NazioneIrlanda, Gran Bretagna, U.S.A.
Anno Produzione2018
Durata120'
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Inghilterra, 18esimo secolo. La regina Anna è una creatura fragile dalla salute precaria e il temperamento capriccioso. Facile alle lusinghe e sensibile ai piaceri della carne, si lascia pesantemente influenzare dalle persone a lei più vicine, anche in tema di politica internazionale. E il principale ascendente su di lei è esercitato da Lady Sarah, astuta nobildonna dal carattere di ferro con un’agenda politica ben precisa: portare avanti la guerra in corso contro la Francia per negoziare da un punto di forza – anche a costo di raddoppiare le tasse sui sudditi del Regno. Il più diretto rivale di Lady Sarah è l’ambizioso politico Robert Harley, che farebbe qualunque cosa pur di accaparrarsi i favori della regina. Ma non sarà lui a contendere a Lady Sarah il ruolo di Favorita: giunge infatti a corte Abigail Masham, lontana parente di Lady Sarah, molto più in basso nel sistema di caste inglese. Quel che non manca ad Abigail però sono la bellezza e l’istinto di sopravvivenza, sviluppato in decenni di abusi e prepotenze subìte. Quale delle due donne riuscirà ad insediarsi per sempre come Favorita della regina?

RECENSIONI

La grande costante del suo cinema, diciamo almeno da Dogtooth in poi, Lanthimos l'aveva esplicitata attraverso Martin, il diabolico ragazzo de Il sacrificio del cervo sacro (in una scena peraltro brillantemente analizzata da Alessandro Baratti nella recensione del film): «Do you understand? It's metaphorical. My example, it's a metaphor. I mean, it's symbolic». Che si tratti di una casa-prigione entro la quale costruire una diversa realtà, di un'infermiera che fornisce assistenza a coloro che hanno appena perso una persona cara sostituendosi ad essa e interpretandone il ruolo, di una distopia dove i single vengono rinchiusi in un hotel prima di trasformarsi in animali o ancora di una divinità che si vendica distruggendo una famiglia borghese, la dimensione metaforico-allegorica della narrazione messa in scena dal regista greco è sempre stata un elemento evidente e centrale, quando non addirittura ingombrante (è il caso, ad esempio, di The Lobster), nella sua filmografia. La concezione del racconto come grande metafora, come film-simbolo in cui ogni elemento rimanda a/riflette su qualcosa d'altro, porta però con sé delle inevitabili conseguenze, sulle quali i detrattori più agguerriti di Lanthimos (chi scrive non è tra questi) fanno costantemente leva. Personaggi che non diventano mai persone, burattini senza sentimenti che non fanno nulla per nascondere il loro essere manovrati dall'alto, e per di più osservati con uno sguardo apparentemente gelido e invece cinico, sadico e compiaciuto, attento a mettere in risalto le perverse tragedie e il dolore che li colpisce. Ci viene in aiuto ancora Il sacrificio del cervo sacro (ad oggi forse il suo film più compiuto, assieme a Dogtooth): quelle di un chirurgo che viviseziona gli spazi e le sofferenze altrui in modo asettico e glaciale e di una figura divina profondamente sadica che tiene saldamente in mano le regole del mondo in cui si trova sono ancora due figure chiave per comprendere il cinema di Lanthimos. Metaforicamente, ça va sans dire.


Ricordare nuovamente e a grandi linee qual è stato il cinema del Nostro fino a La favorita, di fatto un inaspettato (ma non radicale) momento di svolta nella sua filmografia, è sicuramente utile a mettere in luce gli aspetti di rottura e quelli di continuità del suo ultimo lavoro, entrambi, come vedremo, profondi portatori di senso. Nei crudeli giochi di potere al femminile che animano il nuovo film di Lanthimos infatti, la dimensione allegorica del racconto è certamente presente, ma non finisce mai per sottrarre energia a quel sincero e divertito gusto per la narrazione che finora era rimasto piuttosto estraneo al cineasta greco. Il merito di tutto questo, la variante che rende La favorita una parentesi atipica all'interno di un'idea di cinema a forte rischio stagnazione, è presto detto: trattasi infatti del primo film in cui né Lanthimos né il suo fedele compare di scrittura Efthymis Filippou firmano la sceneggiatura (qui di Deborah Davis e Tony McNamara, quest'ultimo impegnato principalmente sul fronte seriale). Lo scarto, nella vitalità che anima personaggi finalmente liberi dai fili del burattinaio e nella calda carnalità che emerge naturalmente dai corpi delle sue attrici (si metta in relazione una qualsiasi inquadratura di Emma Stone con la carne gelida e morta della Nicole Kidman de Il sacrificio del cervo sacro), è evidente. Così come è evidente, d'altra parte, quanto quello di Lanthimos non sia affatto un film che aderisce alle svogliate logiche del lavoro su commissione: il suo mondo (il suo sguardo) c'è tutto, solo declinato in forme differenti e legate ad una dimensione prettamente visiva, le cui peculiarità, se possibile, vengono perfino accentuate. Gli spazi (bellissimi e mostruosi) pesantemente deformati dal grandangolo e i personaggi inquadrati, beffardamente, sempre dal basso, come a voler mettere in risalto una regalità e un'imponenza di facciata che stride con la miseria morale delle loro azioni, sono solo gli elementi più evidenti e significativi. Sicuramente i più stranianti, soprattutto in un mondo, quello del '700, che si vorrebbe dominato dalla ragione e che qui invece, tra corse delle oche, giochi con le arance e spietate quanto inutili gare per godere dei favori del potere, pare posseduto dalle forme più subdole di bestialità (sta qui il metaforone con il presente?). Di fronte alla rigorosa suddivisione dei ruoli di questo mondo poi, le interpretazioni di stampo femminista sono inevitabili: gli uomini sono costantemente messi in disparte quando non apertamente in ridicolo, sempre privi di una reale capacità di azione, mentre le donne hanno (e lottano per) il dominio. Letture sacrosante, ma sempre ambigue, e forse proprio per questo ancora più complesse e interessanti. In questa sede però, per questioni di tempo e spazio, non andiamo oltre.

In fin dei conti insomma, La favorita non è altro che una tragedia, l'ennesima nella filmografia del regista greco, osservata però attraverso il filtro deformante della commedia grottesca in costume; un travestimento che consente a Lanthimos di alludere senza gridare, di osservare senza indugiare nel sadismo, di raccontare senza compiacersi del dolore (e ce n'è di dolore in questo gioco al massacro) messo in scena. La risata nasconde il dramma, ma non lo annulla mai. La giocosa superficialità del mondo rappresentato e il tono leggero con cui vengono raccontati gli infantili screzi tra le due (tre) protagoniste servono ad alleviare le sofferenze mentre queste continuano a maturare, silenziose, sotto la pelle. Per farle esplodere, per ritornare improvvisamente e senza sconti alla tragedia più disperata svelando che la vicinanza al potere è anche e soprattutto una questione di sottomissione e abiura della propria libertà, ci vuole un attimo. Giusto il tempo di tre inquadrature unite da una (straordinaria) dissolvenza incrociata.