Biografico, Commedia, Drammatico

JOY

TRAMA

Vita e opere di Joy Mangano, la donna che negli anni ’90 grazie all’invenzione del Miracle Mop (il mocio autostrizzante) spianò e spazzò la sua strada per il successo.

RECENSIONI

A raccontare la storia di Joy Mangano, della sua trasformazione da bimba sognatrice in desperate housewife e infine in imprenditrice milionaria, è la nonna. Una classica success story, in chiave femminista, narrata come se fosse una favola della buonanotte, con toni suadenti e tranquillizzanti. Ci sono una matrigna e una sorellastra, c'è un principe detronizzato e confinato in uno scantinato, c'è una protagonista femminile indomita, c'è un oggetto magico che l'aiuterà a vincere le avversità, il Miracle Mop. La voce narrante però, lo scopriremo più tardi (non è un grande spoiler), è quella di una morta: la sfumatura luttuosa incrina l'atmosfera da feel good movie, insinua un dubbio, concorre a quella lettura sghemba degli eventi che sottende tutta la narrazione, anticipata nel bizzarro incipit dagli sguardi fuori asse degli interpreti dell'assurda soap The Joyful Storm che la madre agorafobica e teledipendente della protagonista segue assiduamente. Ha dell'ambizione David O. Russell e gliene va dato atto. Joy è l'ultimo tassello di una filmografia che da una manciata di titoli ad oggi porta avanti, con una particolare propensione per i ritmi della commedia - una commedia che sa essere grottesca e brillante, acida e sentimentale al tempo stesso -, un discorso sulla disfunzionalità dell'American Dream e del suo ripercuotersi e riflettersi nella disfunzionalità delle famiglie working class che in quel sogno credono e crescono. L'ha fatto attingendo al grande serbatoio dei film sul pugilato come strumento di rivalsa e riscatto (The Fighter), tramite le schermaglie amorose di una rom-com bipolare con ricordi di Ashby e Cassavetes (Il lato positivo), mettendo in scena uno squillante affresco d'epoca settantesco in bilico tra Scorsese e Blake Edwards (American Hustle). C'è dell'ambizione, lo ripetiamo, e non è un male.

Joy, nel suo mélange chiassoso di generi e toni - mélo familiare, biopic fantasioso, commedia survoltata, soap allucinata, perfino accenni di western nel segmento texano del regolamento dei conti finale -, è un pastiche sconcertante (eppur godibilissimo) ed è forse questo, assieme a qualche cedimento di ritmo nel racconto delle peripezie burocratiche della seconda parte, che può spiegare la fredda accoglienza di gran parte della critica (e del pubblico). Il compromesso stilistico sul quale si regge tutta la narrazione è sapidamente precario: un passo in qua e siamo nella farsa trash alla John Waters, un passo in là e si potrebbe precipitare in un incubo lynchano (con la Rossellini e Diane Ladd a far da guida). Solitamente accostato a Scorsese per via dei virtuosismi della mobilissima macchina da presa, David O. Russell è stato spesso tacciato di realizzare un cinema troppo derivativo. Anche se fosse, si tratta di un copista di talento, ritrattista di un'America minima con uno spiccato gusto per la pennellata grottesca, dalle innegabili capacità tecniche di orchestrazione corale e di direzione attoriale (è un fatto che De Niro non sia mai stato così efficace negli ultimi anni come nei film diretti da Russell). Eppure Joy, al di là della luccicante confezione, è un film più acuto di quanto possa apparire.

La protagonista, ispirata all'autentica Joy Mangano, non ricalcata su di lei, è agita da due forze contraddittorie, un individualismo cocciuto che ne fa una bizzarra eroina femminista suo malgrado (la dedica in apertura, "inspired by true stories of daring women, one in particular", andrebbe letta con un sorriso bonario) e un familismo che la riporta sempre nel nido avvelenato dei suoi cari, dove affetti sinceri e vampirismi reciproci creano una tela di ragno inestricabile, avvolgente e soffocante. Non esiste l'una senza l'altra, non può eliminarne una senza che l'altra non si vanifichi. L'invenzione che le assicura la scalata al successo, un mocio autostrizzante, proietta in una beffarda dimensione simbolica di autosufficienza ed emancipazione quello che è tradizionalmente un simbolo del giogo femminile domestico. E la magia avviene nel favoloso mondo delle televendite, dove il potere di fascinazione che un tempo fu del cinema hollywoodiano ha trovato nuova sguaiata sede, tra bigiotteria di seconda scelta e improbabili ritrovati casalinghi, un incantato Paese dei Balocchi consumista dove il quarto d'ora di notorietà warholiano spende il suo countdown in set di dubbio gusto e il pop degenera ineluttabilmente nel kitsch. Lo sguardo satirico di Russell non abdica però all'affetto per la sua protagonista che proprio in questo luogo, grazie anche al pigmalione Bradley Cooper (col quale no - ennesimo smacco delle aspettative del pubblico - non scatta la love story), trova la molla per il riscatto personale, presentandosi con fierezza nei propri panni, modulando voce e gesti senza subappaltarli a controfigure, imparando a gestire in prima persona le regole del gioco catodico/capitalista (a margine: la presentazione in diretta tv del Miracle Mop è l'apice dell'ottima sfaccettata performance di Jennifer Lawrence).

La strada per l'affermazione e la ricchezza sarà lunga e accidentata ma Joy ce la farà. In un flashforward conclusivo, sempre raccontato dalla nonna ormai defunta, la vediamo, ormai imprenditrice navigata e padrona di un'imponente magione, seduta dietro la sua scrivania in attesa di concedere udienza a rivali in affari e giovani inventori. La concretizzazione degli ideali infantili ha colori cupi (i familiari tenuti stretti a sé le faranno comunque causa per il possesso dell'azienda): affiora inquietante e ghignante il parallelismo visivo col Padrino coppoliano, epopea familiare sulla declinazione criminale del sogno americano. Tutto questo però Joy non può ancora saperlo e continua a passeggiare sorridente e soddisfatta per le strade di Dallas. Happy ending? Probabilmente, e perché mai privarcene, ma con un sottile e ineliminabile retrogusto di inganno. Finta, d'altronde, è la neve che d'improvviso comincia a cadere sulla donna mentre ammira in una vetrina natalizia il modellino di un mondo perfetto, simile a quello costruito da bambina. Un mondo che ha un prezzo, in vendita al primo acquirente che saprà cogliere al volo l'offerta.