Criminale, Giallo

IN TRANCE

Titolo OriginaleTrance
NazioneGran Bretagna
Anno Produzione2013
Durata101'
Montaggio
Musiche

TRAMA

Simon, assistente di una casa d’aste, ruba un famoso quadro di Goya, in combutta con una banda di malviventi. Durante la rapina, però, qualcosa va misteriosamente storto, Simon viene colpito alla testa e perde la memoria. Ricorrerà all’ipnosi. Pessima idea.

RECENSIONI

Premessa: la recensione pullula di spoiler ed è pensata, come sempre, per chi ha già visto il film. Boyle si confronta dunque col Mind Game Movie, costruendone una sorta di esemplificazione pratica, se si prende come riferimento la teorizzazione del genere operata da Thomas Elsaesser. Trance contiene infatti tutte le cifre, i tic (e le forzature) dei film-enigma che giocano con la mente di personaggi e spettatori: c'è un protagonista psicologicamente instabile, che vive una situazione di disagio paranoide; c'è una struttura embricata e/o a scatole cinesi, in cui è difficile stabilire lo statuto di realtà da affidare alle immagini; c'è la volontà di trascinare lo spettatore nella spirale del 'gioco' dei personaggi (e della diegesi in generale); c'è, infine, un trick ending che ricompone in modo fulmineo le tessere del puzzle e invita alla re-visione del film alla luce dei nuovi saperi in gioco. Basti citare, insomma, Shyamalan, I soliti sospetti, The others, A beautiful mind, Spider, Fight Club, Matrix o la maggior parte dei film di Nolan (che però hanno il trick ending 'truccato', ma questo sarebbe un discorso lungo).

Presa questa come struttura generale, Boyle e i suoi sceneggiatori costruiscono un filmeccanismo ben congegnato nelle sue meccaniche di base, benché troppo vincolato ai suoi obiettivi (meta)narrativi. La (misteriosa) sequenza “madre” iniziale, sulla quale si tornerà a più riprese con intenti chiarificatori, setta il mood giusto: l’atmosfera è onirica e spesso surreale, con fotografia cromaticamente irrealistica e il contrappunto degli sguardi in macchina di James McAvoy che commenta l’azione, a confondere ancora di più le acque. Il resto del film è, come da manuale, un progressivo disvelamento della verità, con stillicidio di tasselli che chiariscono la sequenza iniziale (e le sue espansioni successive, come l’investimento in auto) fino a raggiungere l’assetto definitivo solo nel finale vero e proprio, quando le possibili interpretazioni diventano una e Trance si chiude su un dubbio accessorio (Franck deciderà di andare in trance e di dimenticare?).

Ci sono delle falle, però, alle quali si è già accennato. Intanto, Boyle esagera con l’indecidibilità realtà/finzione/ricordo, con un utilizzo “improprio” del montaggio fino alle soglie dell’arbitrario. Tanto che in molti momenti ci si chiede perché ci sta ancora ingannando e, in altri, non ce ne frega più niente se ci sta ingannando o meno, e si aspetta solo di vedere come va a finire. Poi, gli ultimi venti minuti sono talmente sovraccaricati di informazioni (si contano due dettagliatissimi spiegoni) da far perdere equilibrio al film tutto. Si procedeva, infatti, a singhiozzo, con pillole di verità, indizi, accenni. Ma “quello che resta”, viene esposto tutto d’un fiato, senza pietà. Infine, come spesso accade in questo tipo di pellicole, la coerenza/credibilità della trama al suo livello narrativo zero è, per l’appunto, poco più di zero. Asservita alle esigenze del meccanismo da far funzionare. Un esempio su tutti: la sequenza dell’investimento, dello strangolamento ecc, non sta semplicemente in piedi. Un’auto, in pieno giorno in mezzo al traffico, quasi investe un passante, questo entra nell’abitacolo in mezzo alla strada e strangola la ragazza al volante senza che nessuno noti niente? Soprattutto alla luce del fatto che poi passeranno settimane nelle quali, si spera, sulla sparizione della ragazza – e della sua auto – verranno effettuate delle indagini. Per dirne una.

Per il resto, Danny Boyle è sempre lo stesso. Regia mobile e –cinetica senza diventare iper-, estetica videoclip anni ’90 (qualunque cosa significhi, qui e ora, questa affermazione. Ma il fatto che le musiche siano di Rick Smith degli Underworld, e il modo in cui vengono usate, forse chiariscono il concetto) e una ritrovata voglia di “stupire” il pubblico generalista. Qui abbiamo delle esplosioni di violenza grafica mediamente forti con qualche accenno splatter e un full frontal della Dawson depilata che, in effetti, arriva un po’ a sorpresa. E qui, azzardo, Boyle è stato “bravo”. Perché le sequenze di sesso che precedono l’immagine di cui sopra sono piuttosto caste e niente faceva presagire che la Dawson avesse stipulato un contratto che la (pre)vedeva così (des)nuda. Azzardo ancora più azzardato: il tutto rientra in un tiro mancino tirato da Danny a Rosario, manipolata dall’importanza “narrativa” della sequenza (che teoricamente esiste) ma la cui unica ragion d’essere è la riaffermazione di Boyle come regista scomodo, obliquo e burlone.