Drammatico

IL TOCCO DEL PECCATO

Titolo OriginaleA Touch of Sin
NazioneCina/Giappone
Anno Produzione2013
Durata133'
Sceneggiatura
  • 40567
Fotografia
Scenografia
Musiche

TRAMA

Un minatore pieno di rabbia si ribella alla corruzione dei capi villaggio. Un emigrante di ritorno a casa per il Capodanno scopre le infinite possibilità offerte da un’arma da fuoco. La graziosa _x000D_
receptionist di una sauna è spinta oltre ogni limite quando viene molestata da un ricco cliente. Un giovane operaio cambia lavoro nella speranza di migliorare la sua vita. Quattro persone, quattro diverse regioni. Una riflessione sulla Cina contemporanea: come un gigante dell’economia viene lentamente corroso dalla violenza. (dal pressbook)

RECENSIONI


Ci ha pensato bene, Jia Zhang-Ke, prima di cimentarsi nuovamente con il film di finzione, dopo il Leone d’Oro di sette anni fa (Still Life). Ne è valsa la pena: A Touch of Sin dimostra un’impressionante maturità estetica, che traspare innanzitutto dalla tutt’altro che banale costruzione di questo film a episodi.
Comincia con un prologo, una rapina finita nel sangue. Le carte vengono scoperte: trattasi di una lunga (due ore e mezza) pellicola sul dilagare della violenza nella nuova Cina. Dopodiché il primo episodio, che invece è un altro prologo: uno spaccato di ordinaria corruzione nell’entroterra rurale, osteggiato da un improvvisato, benintenzionato e sanguinario giustiziere. Altre carte si aggiungono a quelle già sul tavolo: ora è chiaro, non si tratta, nel e col film, di “raddrizzare torti”.
La stortura, infatti, è ontologica, consustanziale con la nostra condizione: ecco perché il peccato originale del titolo, e quelle mele rosse che fanno da insistente rima interna lungo tutto il film. La stortura è un dato oggettivo, della realtà e non degli uomini né delle loro azioni o intenzioni. La tendenza a muovere lungamente e avvolgentemente la macchina da presa (già nella maggior parte delle opere precedenti di Jia), serve qui a intrecciare nella realtà stessa un tessuto in cui la continuità si mescola alla discontinuità secondo schemi rigorosamente irregolari. L’irrompere spesso imprevisto della violenza (seguita dall’obbiettivo con chirurgica impassibilità) è appunto lo squarcio di cui il tessuto che chiamiamo “realtà” non saprebbe né potrebbe fare a meno. Non potendo essere questione di torti da raddrizzare (né dunque di linee narrative da tracciare), non ci rimane che la catarsi di fronte a questo dato di fatto che ci coinvolge tutti a prescindere; la gestione di tale aspetto, sulla carta banale, è tra le cose più riuscite del film: seguendo il filo dei vari film di cappa e spada e delle rappresentazioni teatrali sparpagliate lungo tutto A Touch of Sin arriviamo alla geniale ultima scena in cui il confronto catartico non è più innanzi a qualche finzione spettacolare, ma alla realtà stessa, scoperta consistere di quell’intreccio tra continuo e discontinuo che siamo soliti demandare invece alla finzione.


Sempre all’interno della vecchia commistione finzione/realtà (percorsa in lungo e in largo da Jia fin dall’inizio della sua carriera), i copiosi movimenti di macchina sciolgono insieme narrazione e location (o se si preferisce: azione e descrizione), queste ultime ovviamente gravide di suggestioni “geopolitico/documentarie” (vedere come si gioca a spaccare l’inquadratura tra città e campagna nel secondo episodio). Ma anche qui, Jia si smarca agile da ogni prevedibilità: il movente delle violenze è letteralmente introvabile, perché non può essere facilmente ascrivibile né “al sociale” né all’infelicità (profonda e immancabile) delle relazioni di coppia, bensì sempre all’abbraccio inestricabile e fatale tra il primo e le seconde. Il tutto in un racconto magistralmente congegnato, in cui la simmetria e il quadrare degli schemi si accompagna sempre e sistematicamente a qualche frattura e a qualche dissimmetria. Eccolo, il miracolo cinese: la coppia asfissiata alla fine de Il mondo (sua pellicola del 2004 vicinissima a questa) non finisce di morire, e rimuore in modi sempre diversi.