Comico

IL GRANDE DITTATORE

Titolo OriginaleThe Great Dictator
NazioneU.S.A.
Anno Produzione1940
Genere
Durata124'
Sceneggiatura
  • 44826
Musiche

TRAMA

Hynkel, dittatore di Tomania, è un guerrafondaio antisemita e vanesio. Ma è anche il sosia perfetto di un oscuro barbiere ebreo…

RECENSIONI

In un’edizione restaurata a cura della Cineteca di Bologna torna, o meglio, si affaccia per la prima volta sugli schermi italiani il film in cui Chaplin deride i terribili fantocci della politica (non solo) europea fra le due guerre mondiali. È una (ri)scoperta da non perdere, non solamente per la presenza di scene finora inedite dalle nostre parti (nello specifico, quelle che coinvolgono la signora Napaloni, cassate per non turbare i sonni di donna Rachele, ritratta come un innesto fra l’ippopotamo di Fantasia e una garrula comare un po’ timida) ma per la natura stessa dell’opera, che fonde con commovente naturalezza magniloquenza visiva (i vani fasti del potere) e cameristica attenzione al dettaglio (la vita quotidiana nel ghetto), creando uno spettacolo più vero del vero (gli ambienti interamente ricostruiti, con squisito gusto teatrale, in studio) a proposito del vero, fatalmente compromesso dalla scheletrica visione televisiva. Le ossessioni del regista [l’odio (ricambiato) per le macchine, il puro folle che segue la propria strada a dispetto del mondo] percorrono una commedia che sa farsi irresistibilmente frenetica (i discorsi del dittatore, il suo confronto alimentare con l’esilarante Jack Oakie) senza perdere di vista l’orrore carico di angoscia, la muta disperazione delle vittime di tanta idiozia (agghiaccianti il tentato linciaggio, al termine del quale il barbiere conversa affabilmente, la testa nel cappio, con Schultz, e la “disfida del budino”). E se dal cielo piovono aerei bombe e qualche uomo il cui paracadute non si è aperto in tempo, dalle onde sonore che attraversano l’aria può giungere non la risposta a tutti i problemi, ma la preghiera di una rigenerazione spirituale: Bene e Male hanno la medesima faccia, quella di un uomo in cui gli opposti convivono come abiti malamente sovrapposti, un essere comune che può scegliere di danzare non ai danni del mondo, ma in armonia con se stesso, con gli altri. A proposito del finale, Bazin ha scritto cose difficilmente eguagliabili quanto a profondità analitica ed emotiva: mi limiterò a un copia/incolla, aggiungendo una lode speciale all’altro volto del film, quello purissimo e dolente di Paulette Goddard, rischiarato dalla pace celeste dell’ultima inquadratura.

La maschera lunare di Charlot poco a poco scompariva, corrosa dalle sfumature della pancromatica e tradita dalla prossimità della macchina da presa, a sua volta moltiplicata dall’effetto telescopico del “grande schermo”. Sotto, come in sovrimpressione, appariva il volto di un uomo già invecchiato, scavato da qualche ruga amara, i capelli percorsi da alcune ciocche bianche: il volto di Charles Spencer Chaplin. Questa sorta di psicanalisi fotografica di Charlot resta sicuramente uno dei momenti più alti del cinema universale.

[Nota sulla distribuzione nostrana: il film è proiettato nella nota versione italiana, e le scene reintegrate presentano voci (naturalmente) differenti rispetto al resto dell’opera. Sarebbe stato semplice proporre la versione in lingua originale, ma la semplicità è del tutto fuori moda, si sa.]