Commedia

IL GIOCO DELLE COPPIE

Titolo OriginaleDoubles vies
NazioneFrancia
Anno Produzione2018
Genere
Durata107'
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio

TRAMA

Alain, un editore parigino di successo che fatica ad adattarsi alla rivoluzione digitale, nutre seri dubbi di fronte al nuovo manoscritto di Léonard, uno degli autori con i quali collabora da lunga data, trattandosi dell’ennesima opera autobiografica che prende spunto dalla sua relazione con una celebrità di secondo piano. Selena, moglie di Alain e affermata attrice teatrale, è del parere opposto.

RECENSIONI

Nel precedente film di Olivier Assayas, Personal Shopper, l’horror e il thriller erano lo strumento per dire (tra l’altro) dell’anonimo interagire attuale, del comunicare con l’invisibile o con l’intangibile, con persone a cui non si attribuisce necessariamente un volto e un corpo (i messaggi sul cellulare da mittenti misteriosi, le videochat di Skype con il partner: parole e sembianti di fantasmi del nostro tempo). Per raccontare l’oggi il regista stavolta percorre la strada della commedia ribadendo che quella odierna, a dispetto di quanto si pensa, è l’età della scrittura (una letteratura in pillole: gli sms come dispacci, le mail come epistole brevi; i tweet come haiku o motti di spirito settecenteschi): dunque si ambienta la storia in un’editoria in subbuglio, sulla quale incombe la rivoluzione dell’ebook (uno degli iniziali, possibili titoli del film) e lo spettro (di nuovo) della smaterializzazione in un mondo che conta tanti scrittori e sempre meno lettori.
Assayas, come sempre, affastella livelli per dire, da diversi punti di vista, del nostro tempo. E del narcisismo che lo domina: che cos’è infatti questo ossessivo scrivere se non il comunicare agli altri, dissimulandolo, il culto di se stessi? Se non il modo per formulare un’implicita richiesta di attenzione che ci scalzi da quello che è diventato il baratro più atroce, l’indifferenza altrui? Allora Léonard, lo scrittore, è la maschera che rappresenta questo moderno parlarsi addosso: uno che non sa scrivere d’altro che di sé.

Cos’è accaduto in questi anni? Che per la borghesia colta l’intelletto, in tutte le sue manifestazioni (brillanti o inconsapevolmente goffe), è diventato, grazie alla rete, quello che erano la bellezza, l’eleganza e il fisico qualche decennio fa: qualcosa da mostrare e che si vuole dimostrare di possedere per ottenere, in cambio, una fetta di attenzione. Un’epoca, in questo senso, non meno superficiale di quella tanto vituperata del look (parola chiave degli anni 80) e a cui manca un cantore definitivo (mi aspetto che l’imminente romanzo di Bret Easton Ellis come al solito faccia il punto), anche se questo film di Assayas, in modo leggero, ma non poco appuntito, ne costituisce un’istantanea a fuoco. Perché? Perché Doubles vies (Vite doppie) tratta proprio di questo, ma ammantandolo d’altro. Doppia è la vita di una persona reale che si ritrova, sotto altro nome, nei panni di un personaggio letterario (i romanzi di Léonard) perché rispecchi un’altra doppiezza: quella di chi vive, accanto al pubblico ménage di coppia, una parallela relazione clandestina. Doppiezze che sono ingredienti di una commedia che Assayas usa per dire di una terza duplicità (che è quella a cui tiene davvero): quella tutta attuale di esistenze scisse tra una dimensione quotidiana reale (irrinunciabile, ma della quale non è cool vantarsi) e quella telematico-virtuale, che ne costituisce una versione adulterata, potenzialmente più affascinante. Così Léonard, nobilitando culturalmente la sua esperienza, trasforma, nel suo romanzo, una visione di Star Wars in una di Il nastro bianco di Haneke: esattamente come si fa su internet - la fiction di sé sempre aggiornata - traveste un fatto in un modo che risulti conveniente per l’immagine che vuole restituire di sé.
Non è un caso quell’indulgere della macchina da presa sul dettaglio dei device (smartphone, tablet, laptop) lasciati in carica sul tavolo a fine giornata: le nostre vite ne dipendono, ne sono condizionate, e così, dice Assayas nel film, lo è il nostro linguaggio, il nostro modo di affrontare il quotidiano e, naturalmente, di rapportarci agli altri. E allora, ribaltando il discorso, è questa nuova doppiezza (reale/virtuale: quello che si è vs. quello che si dichiara online di essere) che alimenta la scissione, la duplicità nelle relazioni, tanto da portare a non considerare i tradimenti come tali, come se le relazioni clandestine appartenessero a un comparto stagno, impermeabile, mai realmente collegato al canale ufficiale della nostra esistenza [1]. A dire che se il digitale ci conduce in un ambito lontano dalle abitudini e dagli usuali punti di riferimento, nel quale ci si reinventa di continuo, comunque non mette in discussione la nostra dimensione più familiare dalla quale ci allontana. Allora, operando quel tipo di trasposizione che il francese sollecita di continuo nei suoi film, mi spingo a dire: come l’ebook non riesce e non riuscirà a soppiantare il libro cartaceo (cosa di cui si discute nel film), l’editore Alain sa che l’avventura che si concede non comporterà mai l’abbandono definitivo della moglie (e l’inverso: perché apprendiamo che una relazione segreta - che dura da anni - ce l’ha anche sua moglie Selene; e proprio con lo scrittore Léonard); insomma, ufficialità e segretezza, novità e abitudine convivono felicemente su binari paralleli: in queste vite doppie, in cui nessuno conosce davvero l’altro, l’Esistenza A non turba l’Esistenza B  e viceversa. E, tornando al primo livello, il Kindle non soppianta il libro di carta, ma ci convive.
[1] Che poi è lo stesso argomento che tacitamente sottintende una recente, molto assayassiana serie di Netflix, Gypsy: dietro il patologico sdoppiarsi della protagonista (Naomi Watts), che vive letteralmente due vite parallele (e quindi dietro il paravento del genere: il thriller psicologico), c’è il discorso implicito su una contemporaneità che questo sdoppiamento lo legittima attraverso il web, nelle sue varie emanazioni.

Ma la cosa davvero interessante è che stavolta Assayas non si limita a muoversi sul piano metaforico (il gioco delle coppie, per usare l’ammiccante titolo italiano, è la facciata a forma di commedia della doppiezza contemporanea che ci domina), ma fa della riflessione l’argomento di conversazione dei personaggi, in uno specchiarsi reciproco tra soggetto e rappresentazione che moltiplica le rifrazioni. Fino alla capriola metatestuale che esaurisce le possibilità: perché quando Selene, il personaggio interpretato da Juliette Binoche, parla di Juliette Binoche, siamo all’ultima double vie possibile.
Quindi il racconto morale (quanto Rohmer c’è in questo film? E Pascal Greggory è citazione vivente di L’albero, il sindaco e la mediateca?) va a contenere una serie di riflessioni che gioca con il dialogare, anche ovvio, dei personaggi e in cui tutte le tendenze vengono al pettine: dalla serialità televisiva e la sua fruizione compulsiva, alla perdita del passato (cose su cui il regista si sofferma da sempre, si pensi a L’heure d’été che, in forma drammatica, tante riflessioni di questo film già le conteneva), alla strategia politica che si propaga in rete, fino al discorso sulla democratizzazione della cultura, sull’arte gratuita (se non c’è un oggetto non c’è un valore) e sull’abitudine che i fruitori di internet hanno di considerare tutto dovuto (bene ricordarlo su una rivista che, come tante altre, non ha mai tirato su un soldo da un’attività che coinvolge a titolo gratuito tutte le sue firme e che porta avanti questo lavoro da vent’anni, lo dico en passant).
Il genere, peraltro, non è puro strumento per la decrittazione del contemporaneo, perché la commedia c’è e - al netto del pedaggio pagato alla scelta, sempre radicale, della teoria - quasi sempre funziona, servita da uno stile visivo piano che ne asseconda le caratteristiche, in questo l’autore tornando al suo cinema più speculativo in cui la messa in scena è al servizio della scrittura. In questo senso si è giustamente parlato molto di Woody Allen, al quale aggiungerei una sua derivazione che mi pare si attagli ancor di più al nostro caso, perché figlia di questo tempo: Noah Baumbach. Perché ancora una volta, come per l’americano, il lavoro del regista si attesta quale testimonianza di attualità, dei cambiamenti tecnologici che testimonia, e dei modi in cui questi ultimi, come detto, influenzano la nostra vita. Di più: la maniera di raccontarla.
Film termometri quelli di Assayas (quanto è stato profetico Demonlover?), che proprio per questo sarà ancora più interessante rivedere domani, sottoponendoli alla prova del tempo e del senno di poi