Thriller

IDENTITÀ

TRAMA

Dieci personaggi, tutti che nascondono un segreto, si ritrovano costretti da una terribile tempesta a passare la notte in un motel. Ma col passare delle ore, iniziano a morire uno dopo l’altro per mano di un misterioso assassino che si nasconde tra loro.

RECENSIONI

C'e' poco da fare: il luogo isolato, l'interazione di personaggi che in altre circostanze non avrebbero niente da dirsi, la serrata sequenza delittuosa, l'importanza narrativa del clima, restano degli intramontabili "topoi" per chi si accosta al giallo, nel caso specifico con squarci di horror. Tutti i cliche' vengono quindi rispettati in "Identita'", con l'unica variante di una soluzione del mistero inaspettata e non banale, che risolleva un po' le sorti di un racconto fino ad allora entro i confini della piu' spietata routine cinematografica. Non che sia l'originalita' a tutti i costi a rendere un'opera interessante, ma la messa in scena di James Mangold sconta luoghi comuni e stereotipi in eccesso. In particolare, si fatica ad entrare in un'atmosfera di sospesa inquietudine. Suonano subito di maniera sia l'ambientazione (il motel stile Psycho bagnato costantemente dalla pioggia) che i personaggi (l'attrice fallita, la bella prostituta in cerca di redenzione, la coppia che scoppia, la coppia grigio borghese, il poliziotto duro e il detenuto facciadapazzo, il bambino introverso) e i dialoghi. Poi, e' vero, non tutto e' come sembra e il fantasioso dipanarsi della vicenda giustifica in parte la visione schematica adottata dal regista, ma durante la proiezione si finisce con il dare poco peso al ritmato succedersi degli eventi. Come se si fosse all'interno di un gioco di cui si conoscono le regole a memoria. Tutto risulta infatti troppo smaccato per poter solleticare, dalle coincidenze alle sfighe che gravano in una sola notte sul gruppo dei malcapitati protagonisti.
Tra gli aspetti che colpiscono, oltre alla virata psicanalitica, il modo in cui i personaggi vengono presentati, con una narrazione frammentata e non lineare che li catapulta con prepotenza nella storia. Una volta dentro al motel, pero', il conto alla rovescia dei cadaveri regala piu' interrogativi che brividi e, nonostante il tentativo di uscire dalle convenzioni del genere, il film non lascia particolari strascichi, ne' cinematografici, nemmeno di paura.

Per quanto si affidi spesso a codici di genere e sia eclettico senza troppa personalità, James Mangold ha però temi e modi su cui ama ritornare: ha più volte trattato la follia o le psicologie anomale; ha spesso messo in scena personaggi o film in cui si confondono sogno e realtà; ama rinchiudere i protagonisti in microcosmi allegorici. In questo thriller è anche evidente il suo amore per Hitchcock: ci sono il Bates motel di Psyco e la capacità di spaventare ad effetto, preparando con sapienza la tensione. Il racconto, sulla falsariga di Dieci Piccoli Indiani, del commediografo inglese Michael Cooney (che cita anche Sartre e il cimitero di Poltergeist), però, assomiglia a tutt’altro, e cioè ad una pellicola scritta dal troppista Eric Red (The Hitcher), fra morti violente e situazioni sempre più paradossali-incredibili, figlie del grand guignol e del gusto per il colpo di scena in un impianto volutamente artificioso e sorprendente. La partenza corale, con flashback che spiegano gli eventi ad incastro, è davvero notevole: poi si passa al thriller serial killer e infine al giallo, una volta che ogni principale sospettato si rivela innocente. Un “giocattolo” che funziona bene e intriga e che smette di essere giocattolo con il colpo di scena davanti al giudice, al contempo comodo per sviare le ipotesi dello spettatore e, a sorpresa, felicemente schierato nell’allegoria contro la pena di morte: per questo il controfinale che si trova nella versione extended di 91’ è stato un bene toglierlo, sarà d’effetto ma riporta il tutto su terreni meno impegnati.