Biografico, Drammatico

HAMMAMET

TRAMA

Il tempo di Bettino Craxi ad Hammamet.

RECENSIONI

Vita vera, domenica 19 gennaio 2020, ore 8.35 AM: "Nel pomeriggio di venti anni fa ad Hammamet in Tunisia moriva il padre, il nonno, il socialista e lo statista". Bobo Craxi, così, su Twitter. E l'Ansa: "Applausi hanno accolto al cimitero cristiano di Hammamet l'arrivo di Anna e Stefania Craxi, vedova e figlia del leader socialista, nel ventennale della morte, il 19 gennaio del 2000. Le due donne sono andate a rendere omaggio alla tomba, su cui hanno deposto un una corona di garofani rossi della Fondazione Craxi. Intorno l'altro figlio Bobo, i nipoti, gli altri parenti e gli amici. Un cantante ha intonato l'Ave Maria di Schubert e la breve cerimonia si è conclusa con un lungo applauso della piccola folla. Uscendo la vedova Craxi è stata avvicinata e salutata tra gli altri da Claudio Martelli, ex numero due del Psi, presente al pari di altri esponenti storici socialisti.  Sulla tomba di Bettino Craxi qualcuno ha posto un libro, mentre sul libro dei ricordi una mano ha scritto «Craxi l’immortale»".

Insomma, sembra quasi che, fuori da Hammamet, la realtà, il Paese possano esistere, "risolversi", forse riscriversi, solo - come dire - sorrentinianamente. A Gianni Amelio, in realtà, Agostino e Maria Grazia Saccà avevano proposto in prima battuta un film su Cavour e sul suo forte legame con la figlia. Ma il regista ha poi convinto i produttori a scegliere Craxi, alla stessa maniera avvinto alla figlia Stefania;lei che il film di Amelio l’ho ha amato, mentre il fratello Bobo - al di là dell'ammirazione per l'autore e per l'interpretazione di Pierfrancesco Favino - non ha nascosto riserve e anche fastidi. La vedova Craxi, Anna, da par suo, è stata consulente preziosa. Alla fine, però, luogo di latitanza o d’esilio che sia stato per gli altri - tra giustizia, storia, cronaca, famiglia, politica e tifoserie - per Amelio, Hammamet, quel posto, quello degli ultimi anni in vita di Bettino Craxi, lì morto quasi sessantaseienne, conduce ad Hammamet, ossia a un film che pare un oggetto come dislocato, a-contemporaneo, addirittura "fantastico", in differita, cioè asimmetrico rispetto a qualsivoglia sentire sociale, a certificazioni storiche o giudiziarie, al tempo che racconta e a quello d'oggi. Da una parte, è un film in sottrazione: sottrae nomi, volti, episodi, diacronie; dall'altra accumula personaggi che ricalcano protagonisti reali ma hanno vita drammaturgica stringata, mentre una figura immaginaria come Fausto, il personaggio - un'anima? - di Luca Filippi (che recita male, in una strana, curiosa sintesi tra lacune d'interprete e specificità del character) è narrativamente costituente. Un film ovattato in questa Hammamet che è necessariamente anche uno spazio mentale, perché ossessivamente fisico, ri-creativo (e la villa è davvero quella della famiglia): dopo l’incursione iniziale nel 1989 al congresso che si tenne all’ex Ansaldo di Milano siamo in Tunisia.

Craxi non è altro che il "Presidente", sua figlia qui si chiama Anita (Livia Rossi) come la figlia di Garibaldi (il leader socialista ne era un grande estimatore e tante sono state le sua visite all'isola di Caprera, alla tomba del Generale), e come la secondogenita di Stefania Craxi. È un film fuori e dentro la Storia, ma senza una storia - vera o non vera -, senza inciampi né progressioni, traiettorie precise, evolutive, nonostante i "tre caratteri principali" che Amelio così definisce: "il re caduto, la figlia che lotta per lui, e un terzo personaggio, un ragazzo misterioso, che si introduce nel loro mondo e cerca di scardinarlo dall'interno". Al di là di degli altri, di tutti i Loro plausibili e implausibili, vicini e lontani, figure che attraversano il senso, lo spazio, l'inquadratura, come apparizioni, come fantasmi che aggiungono dialoghi, scene, informazioni senza poter portare - e senza saper portare - significati, condannati a essere elementi estranei di un racconto sempre straniato, come racchiuso dentro due grandi parentesi tracciate su un foglio bianco, il Presidente senza Potere di Pierfrancesco Favino sta tra il maniacale make-up (grazie ad Andrea Leanza a ai suoi collaboratori, con quattro ore di trucco al giorno e un’ora per struccare a fine riprese) e gli indizi che l’attore intelligentemente dissemina, indossando un ruolo senza eseguirlo ma piuttosto allestendolo. Il Presidente cammina con difficoltà, fa incetta clandestina della pasta che adora ma che gli è proibita, parla ma non riesce a comunicare. Nessuno, qui, ci riesce. Neanche i sogni sanno farlo, in questo film che è soprattutto un falso movimento privato, famigliare, tra le stanze, gli oggetti, gli affetti, tra la materialità delle cose inanimate, in un’intimità sempre irrisolta, irrealizzabile, mentre una verità possibile, sconosciuta, la si può trovare - o solo immaginare - accanto a un carro armato rimasto abbandonato nel deserto, come una navicella smarritasi sulla Terra.
Amelio non sta con Craxi, e neanche mai lo giudica, ma gli si avvicina. Forse troppo, fino a sfocarlo, fino a non trovare più un particolare che si riveli nel generale, che lo rovesci; fino a lasciarsi andare con elegante, incerta indeterminatezza in un flusso tra Shakespeare e Bellocchio, in un'opera quasi evanescente che aggira l’ovvio ma resta inestricabilmente tanto affascinante quanto involuta.