Drammatico

GO WITH ME

Titolo OriginaleGo With Me
NazioneU.S.A./ Canada/ Svezia
Anno Produzione2015
Durata90'
Tratto dadal romanzo “Via con Me” di Castle Freeman Jr.
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Lillian, da poco tornata nel suo paese natale, riceve le attenzioni del violento Blackway. Nell’indifferenza delle istituzioni, solo un ex taglialegna e il suo giovane aiutante decideranno di aiutarla a difendersi.

RECENSIONI

Tre buoni, o pseudo tali. Un cattivo, cattivissimo. Tanti torti da vendicare. Una cittadina di frontiera incapace di ribellarsi al potere dominante. È una sorta di western, quello diretto dallo svedese Daniel Alfredson, con il freddo e il rigore del nord ovest americano, al confine con il Canada, a fare da contraltare a un regolamento di conti scatenato da una ragazza, tornata al paese di origine, che si trova di colpo stalkerizzata da un ex-poliziotto diventato il dittatore della comunità. Una comunità pavida, asservita a una tirannia da cui pare non riuscire a prendere le distanze. Il film di Alfredson, a cui si deve la trasposizione cinematografica degli ultimi due capitoli della trilogia “Millennium”, è tutto qui. Non si perde in fronzoli e punta dritto all’azione. Peccato che non basti e tutto suoni risaputo e privo di mordente. La sceneggiatura, scabra ed essenziale, non trova infatti le giuste motivazioni e caratterizzazioni e si perde in dialoghi asciutti ma improbabili. Sembra assurdo, considerando che il ruvido impera e le armi da fuoco sono pane quotidiano, che uno psicopatico che compie solo soprusi e angherie non sia mai stato messo a tacere da nessuno e basti l’arrivo di una ragazza a cui è stato ucciso il gatto (sic) per trovare la immediata complicità di due abitanti.

E sembra ancora più impossibile l’urgenza della resa dei conti, tutta in una notte, dopo anni di ripetute vessazioni e crudeltà gratuite lasciate impunite. Con l’aggravante di un cattivo che viene dipinto come il male assoluto, e ci si aspetta mefistofelico e luciferino, zittito alla prima schioppettata. L’assenza di vertigini dello script non è compensata dal ritmo dell’azione che è sì incalzante, ma senza sorprese. Tutto è lineare e accade esattamente come lo si immagina. Brevi premesse, lunga fase di ricerca, con numerosi passaggi da un luogo all’altro per stanare il “terribile” manigoldo, e bum bum. Il vero mistero è capire cosa abbia attirato Anthony Hopkins, addirittura produttore, in un progetto così moscio. Probabilmente il rapporto con il regista, con cui ha già girato Kidnapping Mr. Heineken, o forse l’ipotesi di un western laconico e stringato. Uno spunto con un indubbio fascino ma funzionante solo sulla carta perché decisamente povero di idee.