Drammatico

GHOSTED

NazioneInghilterra
Anno Produzione2011
Genere
  • 66659
Durata102'
Sceneggiatura
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Un giovane detenuto, arrestato per incendio doloso, finisce sotto l’alaprotettrice di un prigioniero modello in crisi esistenziale. Le dinamichepadre/figlio sono destinate a scontrarsi con la dura realtà della vitacarceraria. Un prison movie teso e dolente, con John Lynch (Cal,Una scelta d’amore) e Martin Compston, protagonista di SweetSixteen di Ken Loach e di Soulboy, in concorso a Torino nel 2010. (dal catalogo TFF)

RECENSIONI


Esordio cinematografico di grande immaturità, Ghosted di Craig Viveiros vorrebbe essere un dramma carcerario duro e feroce: una messa in scena del microcosmo penitenziario dove è la sopraffazione a ergersi come unica regola riconosciuta e in cui è il passato individuale a permettere agli individui di continuare a sopportare il difficile equilibrio di una gerarchia tanto netta quanto impossibile da convertire. La pellicola sembra funzionare solamente nella semplice descrizione dei “tentativi” di sopravvivenza dei due personaggi contrapposti (Jack e Clay): se da una parte si cerca di aggirare il tempo di reclusione attraverso la disciplina e la correttezza, dall'altra Clay mira a diventare intoccabile e privilegiato con la prepotenza, la bieca violenza e gli accordi con i poliziotti. Il rapporto tra Jack e Paul - l'assorbimento completo del codice carcerario contro il novello destabilizzatore di un ordine- trova le sue radici nella costruzione identitaria del ragazzino basata sul finale colpo di scena per sollevare lo spettatore da un tono troppo “buonista” per appartenere al prison movie. Un duello di caratteri a dir poco convenzionale, che non riesce a smarcarsi dal cliché, dalla ridondanza delle situazioni (la violenza sessuale all'interno degli ambienti adibiti alle docce) che trova nella sola (e continua) giustificazione narrativa, l'unica via di fuga. Una giustificazione narrativa basata sull'introspezione, sulla distruzione di un affetto che esplode sul finale non rispettando il ritmo e i propositi iniziali. Difficoltoso poter apprezzare un ricatto morale tanto rudimentale, che basa il suo punto di forza nella bella fotografia in grado di cogliere i volti dei detenuti sciupati e lesionati, elemento di poco conto rispetto alla totalità del film.