Drammatico

GANGS OF NEW YORK

TRAMA

New York, 1863. Per la conquista del territorio, Five Points – Manhattan, si affrontano sanguinosamente due bande rivali, quella “nativa”, guidata da Bill Poole, e quella dei nuovi immigrati capeggiata dal giovane Amsterdam Vallon, determinato a vendicare la morte del padre, ucciso proprio da Poole in uno dei primi scontri.

RECENSIONI

GANGS OF NEW YORK è un oggettone ingombrante: la tentazione sarebbe quella di sbarazzarsene subito e di bollarlo come l'ennesimo naufragio di un regista alle prese con l'impresa che inseguiva da una vita. Ricaccio subito questo impulso e dico invece del bellissimo inizio: il primo quarto d'ora, fino all'uccisione di Liam Neeson, è puro grande cinema che ci (ri)dice di un occhio freschissimo che ha pochi rivali e che si traduce in guizzi e brillii magistrali, uno zoom breve e orgasmatico, velocizzazioni e rallentamenti di immagine stupefacenti; di fronte a un passo come questo è impossibile essere sbrigativamente liquidatori anche con un filmone come questo: irrisolto, poco incisivo e quasi trascurabile nella filmografia del suo autore. Quanta voglia ci fosse di rappresentare questo Medio Evo americano, misconosciuto perché rimosso (quale cinema lo aveva mai proposto?), e i cui tratti, debitamente filtrati dal tempo, ritroviamo nell'identità attuale degli USA, riusciamo a intuirlo ma i nostri sensi trattengono poco l'intento (anti)epico che è alla base dell'opera: l'enfasi trattenuta nella descrizione di un'umanità ferina dedita a saccheggi, violenze, corruzione e lotte intestine, che sembra rispettare più i morti che i vivi, se in alcuni casi fa centro, il più delle volte appare sottolineatura contratta di un narrato convincente solo in parte, con toni a metà strada tra Dickens, Hugo e Zola. Accanto al già citato inizio (che risulta momento chiave, costruttivo di un inconscio che viene a galla pian piano nel corso del film, per schegge e richiami improvvisi), forse l'unica scena compiutamente riuscita è quella della serata che si conclude con il lancio di coltelli e il fallito attentato di Amsterdam nei confronti del Macellaio: qui tensione e tecnica vanno di pari passo, le soluzioni sceniche sono scarne ed efficaci laddove, nella maggior parte dei casi, tra sparsi splendori, la pellicola pare soffrire di un accumulo e di un'impazienza che non permette al film di distendersi congruamente (è noto che GONY doveva durare quasi il doppio). Tale convulsione porta a una sorta di superficiale, anche se tutto sommato puntuale, esposizione delle stazioni narrative e, penalizzando molto i caratteri, disperde, di conseguenza, l'enorme potenziale attoriale a disposizione: Daniel Day Lewis è bravo ma discretamente monocorde (tutto si può dire tranne che la sua sia una figura densa di sfaccettature o di chiaroscuri) e lo stesso vale, in parte, per Di Caprio, attore che può tutto, ma che, come il suo copratogonista, appare ingabbiato nello schematismo del personaggio (si pensi a come venga sfruttata male, nella prima parte, la sua posizione ambigua all'interno della banda del Macellaio e a come siano sommariamente risolti il successivo tormento e la sua finale presa di posizione vendicativa); Cameron Diaz, attrice che trovo sempre superiore ai film che gira e ai ruoli che interpreta, fa quel che può con un personaggio che è molto presente e che, nonostante questo, risulta tutt'altro che definito. Ne approfittano i comprimari, in particolare il sempre lodevole Broadbent, che hanno invece tempi e modi adeguati per abbozzarsi. Non viene in aiuto al film l'alternarsi delle voci off che, più che una scelta di campo, sembra suggerire un raffazzonato tentativo di raccordare i pezzi di un film piuttosto disunito e traballante che alla ricchezza scenica non riesce ad associare spessore e densità. Scorsese riesce molto di più nel frammento, nelle scene di massa e di combattimento in cui, tra magistrali movimenti di macchina, la sua capacità di orchestrazione riesce ad esprimersi adeguatamente, mettendo a nanna il suo gigantismo soltanto in una scena, quella della confessione di Cutting ad Amsterdam: è questo l'unico momento in cui sembra vibrare una corda, l'unico sprazzo di vera vita di un film che il regista sognava torrido e che risulta il più delle volte soltanto tiepidino. Per il resto è dovuto l'omaggio alla splendente fatiscenza delle scenografie di Ferretti (lo scrivo a ragion veduta avendo visitato il set: l'America è nata nelle strade... di Roma) che costituiscono una sorta di mega teatro, quasi claustrofobico e finto povero nel quale le cruente vicende si susseguono senza un attimo di tregua. Proprio la sua dimensione chiusa e artificiosa sembra essere il dato interessante di questo controverso ibrido che è GANGS OF NEW YORK, film che ci conferma la statura di un cineasta di altissimo stile e la sua attuale incapacità di dare forma al suo formidabile talento con un prodotto che possa dirsi convincente a tutto tondo e non solo da singoli, isolati punti di vista e che è anche pellicola dall'indubbio merito: quello di sfuggire quasi (e forse in questo "quasi" sono da ricercarsi le ragioni dell'incertezza dell'esito finale) totalmente alle logiche industrialotte hollywoodiane per farsi sogno (imperfetto) che, dopo molto patire, giunge infine nelle sale.

Il Medioevo delle Mean Streets, gli antenati di Quei Bravi ragazzi, il tribale Mad Max di New York. Le radici di Little Italy e Chinatown sono cinque dita (il quartiere di Five Points) serrate in un pugno demolitore: parola del giornalista Herbert Asbury, il cui documento affabulato (1928) è trasformato in kolossal (a Cinecittà) da Scorsese, eternamente ossessionato da etnie, violenza e religione. La storia parla di sanguinosa rivolta, Scorsese analizza la fonte dell’esasperazione in un complesso, allegorico, spettacolare trattato di sociopolitica ed etica comportamentale: affogato nella miseria, nel vizio e nel terrore, il microcosmo umano, già multietnico e xenofobo, esplode di rabbia quando Disordine e Ingiustizia s’associano (contro) ad un potente perturbatore estraneo. Vessazione e Caos, se (ri)conosciuti, sono legittimati: Scorsese non demonizza il personaggio di (un grandissimo) Day-Lewis, ne descrive il codice d’onore e la coerenza nelle direttrici di sangue e paura per preservare i “nativi”. Al contempo, fa di quello di DiCaprio un antieroe titubante che vive a cavallo fra conservazione dello status quo (il sangue preservato sul coltello) e Nuova Era (imbrattata di sangue). La miccia della ribellione è accesa da un terzo contendente (la sovranità dello Stato) che turba gli equilibri di potere, s’arroga lo stesso diritto di rappresentanza della Nazione e non esita a reprimere brutalmente i dissenzienti: religione, razzismo, identità culturale e lotte di classe sono bandiere da sventolare più che profonde convinzioni. Scorsese non canta la Nascita di una Nazione e della Civiltà, descrive una ridistribuzione del potere. Male necessario, verso il meglio, spezzando il circolo vizioso delle faide e la logica settaria delle tribù? Forse. Feconda sospensione del giudizio. Certo è che in questa Storia non ci sono ideali patriottici, di affrancamento e di rettitudine. Solo i commensali benestanti (fra cui compare Scorsese) possono permettersi di invocare un Dio misericordioso. Ai pezzenti resta il Dio della vendetta e l’Amore furioso (tre incontri di passione Diaz/DiCaprio: un rubato décolleté di medaglie rubate, un esame di cicatrici, una presa sessuale aggressiva). Fra impiccati volontari, bande di pompieri in competizione, cinismo politico (la legge va sempre rispettata, specialmente quando viene infranta), preti in cerca di fedeli più che di fede e reclute trasformate in bare (memorabile la sequenza dell’imbarco), è inquietante e grottesco il girone infernale mantenuto dai gangs(ter). Mentre piovono le bombe dal cielo, si consuma, sempre uguale a se stesso, l’ultimo rituale dei Sorpassati, impegnati in un duello ninja fra la nebbia: lo skyline di New York ha rimosso le loro tombe, Scorsese ne filma i fantasmi, con didascalia (troppo) solenne. Il suo saggio feroce si nutre di stilizzazione cruenta (con qualche movimento “digitale” di troppo), visionarietà (il totale del “condominio” con le impalcature di legno) e istinto musical (il canto nel negozio del macellaio), mancando il capolavoro per una manciata di minuti: la produzione ha preteso tagli (da 218 a 160 minuti) che tolgono il fiato alla parte introduttiva, pregiudicando anche porzioni del seguito.

Martin Scorsese è certamente l’ultimo baluardo della New Hollywood, che poi oggi come oggi ha ben poco di new ed è invece sinonimo di “cinema americano classico”. Se infatti è vero che gran parte del movimento è confluito nella “old Hollywood” per vie troppo dirette (lo stucchevole “classicismo” di Spielberg) o troppo traverse (la metacinematograficità postmoderna di De Palma), Scorsese sembra ormai l’unico regista americano che ancora crede nel potere evocativo del Cinema, nella grandeur epica e nell’affresco dal respiro ampio ed ambizioso. Non si trovano mai, nei suoi film, tracce di “americanata” votata all’entertainment à la Lucas, né il distacco autoreferenziale riscontrabile in un classico solo apparente come Gli Intoccabili: Martin Scorsese non ha voglia di scherzare né di smontare il suo giocattolo per svelarne i meccanismi di funzionamento, Martin Scorsese fa terribilmente sul serio, e Gangs of New York lo dimostra prendendo Storia e Cinema di petto, a viso aperto, e non facendo nulla per nascondere le proprie ambizioni; il racconto è corale, il taglio è quello della saga, la ricostruzione scenografico-costumistica precisa e i temi affrontati molti, alti, importanti. Il problema è che GoNY, ad una visione più attenta, è un racconto corale ad appena due voci, è una saga che soffoca per il troppo serrato incedere degli eventi, si svolge in (ed “inquadra”) sempre gli stessi luoghi (in forte odore di palese falsità scenica) e si limita ad accennare e non risolvere le tematiche che tratta: i consueti motivi religiosi, la questione etnico-razziale, la natura sporca e corrotta della politica, la Storia americana, l’indagine psicologia del rapporto padre-figlio con espliciti riferimenti edipici (l’ “autoaccecamento” di Bill/Daniel Day-Lewis): c’è tutto questo e altro ancora, in GoNY, e c’è in definitiva troppo perché il film non finisca per crollare sotto il peso delle sue ambizioni. Gangs of New York, semplicemente, non “respira”, non si prende pause, non approfondisce come dovrebbe (e vorrebbe) ma si limita a inanellare una serie di fatti dall’esito prevedibile con una narrazione che nell’ultima mezz’ora perde anche di chiarezza e lucidità. Rimangono, certo, alcune sequenze memorabili (su tutte: l’incipit fino alla morte di padre Vallon e il piano-sequenza che mostra lo sbarco degli irlandesi a New York, il “forzato” arruolamento nell’esercito e il loro imbarco su un’altra nave dalla quale vengono contemporaneamente scaricate le bare dei caduti), e rimane aperta la questione delle traversie produttive con tanto di vociferato director’s cut di 240’, che suona un po’ come ipotetico alibi tutto da verificare; ebbene, in attesa di un DVD triplo o quadruplo di GoNY “nella versione lunga che voleva il regista” (più ore e ore di epifanici extra), così com’è uscita nelle sale l’ultima fatica di Martin Scorsese non mi sembra meritare neanche il già abusato epiteto di “capolavoro mancato”, fermandosi invece un gradino sotto. Un mancato capolavoro mancato.

La sequenza conclusiva di Gang of New York è un luogo comune : le tombe dei rivoltosi sulla riva del fiume e le baracche sono appena svanite e dal nulla , evocata al loro posto , compare una cartolina, lo skyline di New York con tanto di torri gemelle e grattacieli, quello che abbiamo visto migliaia di volte in spot e film, insomma il suo simbolo . Di fatto tutta la filmografia di Scorsese, eccezione fatta per Kundun, non è altro che una rabbiosa ribellione a questa immagine patinata : il regista di origine italiana usa la sua delirante ed inquieta macchina da presa, senza guardare mai la città dall’alto, per ammirarne la vertiginosa imponenza , ma la fa vagare nei suoi cunicoli, nelle sue fogne, nell’ inferno quotidiano dei quartieri degradati, in l’età dell’innocenza nelle segregazioni esistenziali dell’alta società, dove si perdono innocenza e possibilità d essere felici, e in Gang of New York nel suo passato sordido di violenze e sopraffazioni. Vengono in mente ,per contrasto, i quartieri chic vestiti di un elegante bianco e nero nelle commedie e nelle brillanti performance di W.Allen e, per analogia, la Harlem malfamata dei romanzi di James Baldwin, una metropoli senza pace, fatta non di luci, ma di odi razziali, di miserie e crimini e aberrazioni. In questo universo cupo, dominato dalle legge del più forte, hanno la loro discensio ad inferos e il loro desolante romanzo di formazione senza riscatto gli ancor giovani eroi dei film di Scorsese.
Con questa pellicola dunque la sua opera di distruzione del mito è ultimata: la capitale morale di un paese , esaltato da Tocqueville come modello di democrazia, ha le sue radici e il suo atto di fondazione nello scontro violento fra razze, nella corruzione, nelle guerre sofferte e imposte ai poveri, nella cancellazione dei diritti dei più deboli e nella supremazia dei forti, al di sopra di ogni legge. Il sistema democratico sta attraversando una profonda crisi e un film come questo che ne dipinge, non nitidamente , ma con innegabile coraggio, le origini è una poco rassicurante conferma. Quale futuro ci riserva il disgusto per una forma politica di convivenza civile sentita ormai dall’uomo comune come contaminata e incapace di tutele efficaci ?
Nella descrizione grandiosa del passato remoto del suo paese Scorsese sfrutta il racconto del giornalista Herbert Asbury, datato 1927, ma cerca le sue fonti soprattutto nella tradizione del romanzo realista europeo: i modell riconoscibilissimi sono le descrizioni di quartieri e ambienti urbani miserabili di Hugo, Dickens, Zola e anche del Satyricon quello di Fellini , da cui il regista dice , in un’intervista a Panorama d’aver tratto ispirazione “ ho sollevato i ciottoli di una strada e ho trovato sotto un’altra città , come un brulicare di formiche viste dall’alto: lì ogni essere rivendica il proprio spazio di sopravvivenza ottenuto imponendosi sull’altro.” . Su questo sfondo di darwiniana lotta per sopravvivere e per prevalere , l’autore ha tratteggiato uno figura di tiranno da tragedia shakespeariana e gli ha offerto l’occasione di emergere in tutto il suo titanismo creandogli delle evanescenti comparse di contorno: tutta la vicenda non è che il prolungamento del duello romantico fra questi , detto Bill il Macellaio ( (Day-lewis) capo della banda dei Nativi e poi monarca assoluto del quartieri di Five Point e il rispettato avversario , capo dei Conigli bianchi, immigrati di origine irlandesi; la vendetta della sua uccisione sarà unico movente di vita del figlio ( Leonardo di Caprio) , ossessione totalizzante pallidamente simile all’inseguimento della balena bianca di Moby Dick, altro capolavoro caro al regista. Queste incursioni nei territori nobili della letteratura regalano a Gang of New York un fascino romantico ed anacronistico ma lo privano di forza di analisi : la capacita di affresco è quella di certe pagine di Zola o di Dickens, le bettole, le orge, i colori richiamo indubbiamente il Satyricon, ma dove il testo filmico fallisce è nell’individuare le ragione vere di ciò che racconta: le sofferenze e le violenze della masse ribelli fanno da trascurabile sfondo alla sfida fra l’orfano, Amsterdam ( Di Caprio), e l’aspirante padre , il boss ( Day-lewis): Five Point finisce per l’assomigliare troppo a una corte dei miracoli , al banchetto di Trimalcione e a un girone dantesco di derelitti straccioni .
Ma forse l’opera rifiuta la rigorosità fotografica del saggio filmico , perché vuole essere piuttosto espressione della religiosità sofferta e poco ortodossa del suo autore. E come se dietro la cinepresa ci fosse Frank Pierce il protagonista di Al di là della vita, un paramedico che cerca un barlume di salvezza dal sudiciume e dal degrado della suburra newyorkese nello stare accanto a chi muore; costui è ossessionato dal fantasma di Rose, una tossicomane che non è riuscito a salvare, e che gli compare innanzi sui marciapiedi sporchi fra le prostitute di Hell’s Kitchen. Ecco Gang of New York pare la visione allucinata di chi cerca in sé un ‘impronta umana , il ricordo di un padre amato o il rimpianto di un figlio mai avuto o ancora il conforto di un possibile innamoramento, nel caos dell’’ingiustizia e della disperazione, dove , per dirla con Sartre, siamo inferno gli uni per gli altri..
Scorsese ha girato il suo anarchico universo di passioni e sangue a Roma , come a sottintendere che un filo sottile lega le due capitali: l’urbe, come New York oggi,è stata caput mundi ed ha il suo atto di fondazione in un fratricidio, quello di Romolo, e la sua storia non è che un susseguirsi di sciagure e delitti. Lo sosteneva S. Agostino nella sua Civitas dei: tutte le realizzazioni storiche della città terrena hanno le loro radici nell’ingiustizia, nei magna latrocinia. Allora la vita non è che un pellegrinaggio verso la nostra vera patria, la città di Dio , unica ancora di salvezza per gli eroi pellegrini che abitano gli inferni di Scorsese..di tutto il resto si perde memoria.

Augusto Leone