Commedia

FIGLI DI ANNIBALE

NazioneItalia
Anno Produzione1998
Genere
Durata92'

TRAMA

Domenico, operaio meridionale senza né arte né parte, rapinando una banca fugge via con Tommaso, imprenditore comasco, prendendolo in ostaggio. Tommaso approfitta dell’ingenuità di Domenico, delinquente improvvisato, per scappare dalla sua odiosa quotidianità.

RECENSIONI

Lo stile ancora visibilmente diseguale, il linguaggio cinematografico piuttosto scombinato (per non dire scombiccherato) fanno di questa opera di Davide Ferrario (cineasta molto sui generis che ha, per chi non lo sapesse, un passato da critico cinematografico) un oggetto polimorfo nel suo insieme, (s)fatto di segmenti paratattici che tentano di seguire una linea che ne perimetri in qualche modo la deriva di senso, garantendone una riconoscibilità narrativa. L’impianto filmico è quello della commedia, forma testuale apparentemente unitaria che racchiude al suo interno una variegata molteplicità di percorsi espressivi. E in effetti, più che la commedia in senso stretto, Ferrario si dimostra interessato alle plurivoche divagazioni cui questo grande genere si apre (non solo a livello dietetico), tesaurizzando le ascendenze salvatoresiane (Abatantuono come co-sceneggiatore e soprattutto come corpo attoriale impudicamente memore di indelebili istrionismi ne costituisce un individuabile trait d’union) e anticipando in qualche modo le esperienze di Soldini (Pane e tulipani, Agata e la tempesta).
Figli di Annibale cerca, seppur in maniera faticosa e con non poco affanno, di rifunzionalizzare ancora una volta il paradigma del road movie per costruire una sorta di leggero e incompiuto discorso sul margine, sul confine come possibilità di esplorazione dei rapporti inerenti al medesimo e il diverso, attraverso ampi spettri di declinazione di senso. La divagazione topologica insistendo sistematicamente sulla marginalità geografica (la Falchera torinese da cui la storia prende abbrivio, il degrado urbano brianzolo, la linea di confine con quell’altro mondo che è la Svizzera, il profondo sud del Salento, Taranto e poi il sogno magrebino dell’Egitto) diviene, al di là dell’onnipresente, salvatoresiano (ancora) tema della fuga (il reiterato refrain dei Clash, Should I stay or hould I go è inequivocabile), del desiderio di evasione dalla prigione del sé, diviene ariosa meditazione sull’oblio storico-geografico di una penisola che appare totalmente alla deriva, senza più coordinate rassicuranti in cui molto spesso ci si trova a sud di un non ben identificato nord, tanto per problematizzare il pretestuoso concetto di territorialità, e magari ragionare sul fatto che la terra non è mai appropriazione, ma transito e che i confini appartengono sempre alla topografia delle astrazioni mentali, mai alla fisicità della materia. Così come le genti che popolano i territori sono sempre il risultato di infinite miscele sanguinee, figli di Cesare così come di Annibale.
Interessante non tanto la sconclusionata avventura diegetica del film, un canovaccio che tende ben presto a sgonfiarsi sulla facile ironia abatantuonesca, e sulla paradossalità dei caratteri (l’imprenditore comasco che anela alla solarità meridionale e il solito disgraziato esule campano attratto dalle algide comodità del nord), bensì lo sguardo che sorvola delicatamente i suoni, i colori (tanti e ben dosati dalla fotografia impastata di Giovanni Cavallini) e tutti quegli elementi visivi (a volte iconici, come il deserto salentino che amoreggia stilnovisticamente con le ritrose acque dell’Adriatico) che fanno da sfondo alla solitudine delle anime che vagano alla ricerca di se stesse, o dell’altro. Un tentativo di osservare il mondo che purtroppo a Ferrario non sempre riesce.