Drammatico, Recensione

FERRO 3

Titolo OriginaleBin Jip
NazioneSud Corea
Anno Produzione2004
Durata95'
Sceneggiatura
Fotografia
Musiche

TRAMA

Siamo tutti case vuote e aspettiamo qualcuno che apra la porta e ci renda liberi.
Un giorno il mio desiderio si avvera.
Un uomo arriva come un fantasma
e mi libera dalla mia prigionia.
E io lo seguo, senza dubbi, senza riserve…
Finché incontro il mio nuovo destino

Kim Ki-duk

RECENSIONI

Una rete: al di là, una statua muliebre di gusto neoclassico. Una violenza invisibile increspa la rete senza scalfire la calma della siderale figura. L’essenzialità di questa prima inquadratura riassume al meglio il più recente incanto di Kim Ki-duk, uno dei film più densi e commoventi affacciatisi sui nostri schermi negli ultimi tempi.
Lungi dal limitarsi a un raffinatissimo esercizio di stile (regole del gioco: pochi personaggi, un pugno di location, azione lineare, dialoghi ridotti all’osso), il regista fa di Ferro 3 un’opera a più livelli di lettura, separabili in sede analitica ma indissolubilmente connessi sul piano testuale e, soprattutto, magnificamente risolti dal punto di vista cinematografico.
Il primo livello offre una storia d’amore, una doppia via crucis che sfocia in un legame impossibile, coronato dal trionfo sulla violenza inflitta e subita. Il girotondo espiatorio di Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera rinnova il proprio fascino in un susseguirsi di scene ellittiche in cui il dramma si tinge di commedia e flirta con il thriller, dimostrando una levità lontana da ogni stonata leggerezza, aprendosi al sorriso senza dimenticare le raggelanti tinte del sangue.
A un secondo livello, Ferro 3 è una riflessione sul cinema come arte della messinscena: i protagonisti entrano in case estranee, ne modificano gli equilibri, si servono di ogni set per fissare un ricordo fotografico del loro passaggio, propongono nuove disposizioni degli oggetti trovati (indumenti sporchi, cibo, pistole, cadaveri), aprono nuovi sviluppi possibili per le esistenze altrui e per le proprie. Questo livello si unisce al primo grazie all’importanza attribuita alla visione: per amare ed essere amati, come per transitare nelle abitazioni (e nell’immaginazione) altrui, occorre passare inosservati, librarsi nell’aria (l’allenamento in prigione), essere nient’altro che sguardo.
Il terzo livello, il più struggente, è un apologo sull’indecifrabile natura delle cose. Le immagini tanto desiderate (il regista-amante si è fatto puro occhio per captarle) potrebbero essere proiezioni mentali (il golf fantasma dei carcerati), riflessi in uno specchio opaco, balsami fantastici del dolore quotidiano. Forse, soggetto desiderante e oggetto desiderato non sono che ombre sfocate, corpi senza peso, non perché infine liberi da ogni vincolo esterno ma in quanto privi di esistenza al di fuori di un effimero sogno in comune.
Fra tanti abissali dubbi resta una luminosa certezza: quella del talento vivace e rigoroso di un regista che riesce a innestare, senza tentennamenti, l’ironia terribile e i sussulti horror dei primi film (L’isola in testa) nel corpo di opere d’inappuntabile equilibrio e inesausta invenzione. Il gioco delle cornici e delle superfici trasparenti, gli imprevisti e depistanti movimenti di macchina, sono lontanissimi da ogni bamboleggiante poeticismo e, proprio per questo, realmente poetici; di una poesia fatta di carne e di lacrime quanto di soffio etereo, capace di stregare in eguale misura il cuore e il cervello (per tacere dello stomaco).
Attendendo Samaria (Berlino 2004) e gli altri inediti, non mi servono altre prove per attribuire a Ferro 3 il massimo dei voti.

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