Coming of age, Drammatico, Sala

ENZO

Titolo OriginaleEnzo
NazioneFrancia, Italia, Belgio
Anno Produzione2025
Durata102'
Fotografia

TRAMA

Enzo è un adolescente di La Ciotat che, pur venendo da un’amorevole famiglia borghese, lascia gli studi per cominciare a lavorare come apprendista muratore. In cantiere si invaghisce di un collega più grande, l’ucraino Vlad…

RECENSIONI

In bilico

Enzo, sedici anni, di famiglia altoborghese, decide di lavorare in un cantiere edile, mettendo da parte un percorso di vita idealmente segnato e fondato su possibilità concrete, opportunità inevitabili e un talento di disegnatore che - spia di una sensibilità divergente rispetto a quella familiare - viene anch’essa letta dai genitori come funzionale a un progetto di realizzazione “produttiva”, pienamente coerente con le aspettative della loro classe sociale, come già accaduto con il fratello. Ciò che colpisce di questo bellissimo film - che il compianto Laurent Cantet non ha fatto in tempo a realizzare e il cui progetto è stato raccolto da Robin Campillo, collaboratore di una vita - è che non tenta di spiegare le scelte di Enzo, lasciando le sue ragioni tra le pieghe delle immagini, all’intuizione di chi guarda, presupponendo che, nella confusione che regna nell’animo del ragazzo, non è dato fare ordine (ci ritorno). È una indeterminatezza che molto confina - in altro registro e con altre implicazioni - con quella messa in scena in Diciannove: anche in questo caso ci troviamo di fronte a un ragazzo che non scivola sulle cose, dandole per scontate, ma le interroga. Enzo non si lascia sopraffare dall’inquietudine per il futuro e non si affida alle certezze borghesi dei genitori boomer (ovvero la generazione più ricca di sempre, talmente abituata al suo privilegio da non riuscire a scorgere che si tratta di un benefit ormai esclusivo, esaurito per i posteri): alla immaterialità e alla incorporeità che dominano l’interagire contemporaneo preferisce la concretezza di un’opera che possa dire di aver fatto con le proprie mani e che possa sfidare - almeno per un po’ - il tempo. È un orientamento che non combacia - per ragioni differenti - né con quello dei suoi coetanei, né con quello dei genitori: l'abbraccio protettivo del padre, il suo toccarlo e accarezzarlo di continuo, quel raccoglierne la biancheria per metterla in lavatrice, sanciscono una cura, la volontà di stabilire con Enzo quantomeno un contatto fisico, stante la totale incapacità di comprenderne i pensieri. Del resto quella di Enzo è una presa di posizione che nasce da una pulsione che il ragazzo stesso non riesce a razionalizzare, tanto che le richieste di chiarimenti su certi suoi comportamenti non sono mai soddisfatte: Enzo non sa o non risponde, dice bugie e le smentisce, segue un istinto che avverte ineludibile e che egli per primo non sa dominare in un mondo che di certezze sembra nutrirsi e che non contempla alternative a esse. Quando, respinto all’ingresso della discoteca, raggiunge un punto panoramico, restando fermo a guardare il cielo stellato, oppure quando si pone di fronte al costone di roccia nel lago, è come se Enzo cercasse il proprio posto nel cosmo: sono pennellate che evidenziano la caratteristica del film a cui mi riferivo all’inizio, il non voler far luce sulle motivazioni del protagonista, sul suo cieco dibattersi alla ricerca di una dimensione che lo rappresenti; così, avvertiamo, da spettatori, che queste scene distillano l’essenza del personaggio senza fornirci, di contro, una chiave per definirlo. Perché Enzo è una crisalide, un essere in divenire che sta cercando la sua identità, un sedicenne col suo bagaglio di tormenti e immaturità: per lui la guerra smette di essere una parola e diventa un fatto quando i compagni di lavoro ucraini discutono sulla necessità di rimpatriare («Hai paura?» chiede ingenuamente); l’attrazione per Vlad -  (vero) fratello maggiore, seducente guida all’adultità, alternativa vivente ai modelli familiari - lo frastorna: è forte, ingestibile, disorientante. Vlad che vive tutt’altri dilemmi (rimanere in Francia o tornare in Ucraina a combattere) è l’esempio plausibile da seguire, l’alternativa (viva perché fatta di dolori veri, dubbi serissimi, scelte cruciali che riguardano la sopravvivenza) alla vita viziata e già spianata, alla piattezza del benessere in cui è stato allevato. E oppone, al corpo in trasformazione di Enzo e al suo balbettante agire, un fisico già virile, la sicurezza di un uomo. Ma Vlad - che ha sicuramente un moto d'affetto sincero e di protezione per il ragazzo (la bellissima sequenza in cui lo osserva vivere nel suo nido) - non vuole, in un momento così delicato della sua vita, questa responsabilità (Enzo è minorenne ed emotivamente inaffidabile): il suo - non umiliante, ma fermo - respingere l’avance fisica è però letto come un rifiuto netto da Enzo, è una miccia che fa esplodere la sofferenza del ragazzo.

Tu es là?

Del cinema di Laurent Cantet, Enzo riprende soprattutto la riflessione sulla complessità delle dinamiche di classe con un protagonista che si muove al confine tra due mondi sociali, in una posizione che si rivela ambigua fin da subito: quando il capocantiere lo accompagna a casa per segnalare ai genitori l’inadeguatezza del ragazzo al lavoro, resta colpito dallo sfarzo della villa familiare. Di fronte a quel contesto, modera i toni e accetta di fargli proseguire l’apprendistato. Paradossalmente, Enzo può continuare a fare il muratore proprio grazie a quel privilegio sociale che vorrebbe rifiutare. Questa ambivalenza (fluidità?) sociale diventa - ecco Campillo - simbolica anche del disorientamento tipico dell’adolescenza, di una fluidità (ambivalenza?) che si associa alla rivelazione dei primi impulsi amorosi, di un’attrazione sessuale legata a filo doppio al bisogno urgente di trasformarsi. Nel rappresentare questo smarrimento - torno al merito principale del film - gli autori non idealizzano mai l’agire di Enzo, non lo sovraccaricano di significati, lo guardano per quello che è: l’espressione di un moto puro, ingenuo, di un animo adolescente.
È in questo felicissimo muoversi tra questi due blocchi tematici, nel suo sovrapporli e confonderli che il film rivela la finezza della sua riflessione, la sensibilità con la quale entra nel mistero indecifrabile dell’adolescenza, dei suoi turbamenti che si riflettono anche nel contesto sociale nel quale si manifestano (in questo si pone sullo scaffale accanto a Call Me By Your Name e Matthias & Maxime). Merito di una regia sensibilissima, capace di distillare il meglio dal cast (Eloy Pohu, il protagonista, è una rivelazione) e di una narrazione coerente che sa culminare in un finale potentissimo, che tira le fila, anche emotive, del racconto. Enzo, alla vigilia della partenza per gli Stati Uniti per seguire un prestigioso corso di studi, è al telefono con Vlad che finalmente lo ha contattato dall’Ucraina. Chiamato dai genitori, non risponde loro; chiede invece a Vlad «Tu es là?», una battuta ambigua che lascia intendere il suo slittamento verso un altrove, ancora una volta reale e simbolico. Quel non rispondere ai genitori, quel protendersi verso Vlad e il suo possibile esserci è il segno che Enzo si sta allontanando, ancora una volta, dall’ovattato mondo familiare e dalle scelte imposte, riaffermando il desiderio di seguire una strada che gli appartiene davvero.

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