TRAMA
Dopo un decennio in prigione per l’omicidio della sorella, Elisa ricorda a malapena il crimine. Un criminologo la aiuta a riportare alla luce ricordi sepolti, conducendola verso una potenziale redenzione.
RECENSIONI
Le geometrie del mondo - e dei mondi - di Di Costanzo sono geometrie di interni: dalle atmosfere sospese di un ospedale abbandonato capace di trasformarsi in un fiabesco reame del possibile (L'intervallo) alla pluralità vocale - collettivizzante ma non priva di resistenze - di un centro ricreativo nelle periferie napoletane (L'intrusa), passando per gli indugi terminali di un istituto penitenziario prossimo alla dismissione (Ariaferma). La traiettoria del nostro sguardo segue il prevedibile perimetro del carcere entro cui si muove Elisa, uno spazio che sembra capace di circoscrivere senza comprimere, tra la quiete dei boschi e il rigore delle abitazioni a chalet, scrutando un orizzonte ipotetico - quello che deve essere stato, quello che avrebbe potuto essere - attraverso le fessure delle veneziane. L'istituto diventa rifugio, la costrizione si fa abitudine ma la nuova comunità, con il suo coro e le sue nevi non sembra essersi tradotta in famiglia ed Elisa sembra prigioniera di un presente inalterabile, cullata da quella solitudine che forse si è scelta e da un'amnesia amniotica. Il desiderio di intraprendere un ciclo di sedute con un criminologo, dopo il fallimento di numerosi percorsi terapeutici precedenti, innesca quindi una risoluta interferenza tra una memoria che si nega a se stessa e il confronto con quanto si trova o è stato lasciato all'esterno, un esterno egualmente declinato al passato, al presente e al futuro. La presenza del Professor Alaoui arriva a spezzare un circuito chiuso fatto di fratture ormai date per scontate ma non per questo saldate, andando alla ricerca del proprio tempo perduto. Discostandosi per longitudine dalle opere precedenti, abbandonando il tessuto periurbano e le sue umanità ai margini, Di Costanzo cerca tra gli ovattati inverni di una svizzera francese quel malessere benestante che finora non aveva portato sullo schermo: non più quella criminalità che alcuni vogliono figlia di una quotidianità refrattaria all'ordine, ma una reità più universale, che si muove nello scarto tra ciò che siamo e ciò che sentiamo potremmo essere. Le parole chiave che evocano il mondo interiore di Elisa prima dell'omicidio della sorella sono infatti quelle di paura, adattamento, invisibilità, sguardo, panico, fallimento.
Dietro alle crepe materiali di un piccolo mondo borghese (la conduzione dell'azienda di famiglia, gli appartamenti da vendere, gli affari che non vanno) si nascondono rarefatte inquietudini che affollano il regno della psicanalisi: incomprensioni famigliari indifferenti al passare delle stagioni, maternità riluttanti e sistemi relazionali sfilacciati. I volti che popolano le sue memorie sono volti che comunicano l'incomunicabilità, incarnazioni di parentele innaturali e oppressive, di prossimità che non possono dirsi affinità elettive. E se il gesto compiuto da Elisa finisce quasi per farsi portatore di un significato autoconservativo, in risposta alla minaccia di una distruzione del sé - secondo Sarte, del resto, Noi diventiamo ciò che siamo solo col radicale e profondamente insito rifiuto di ciò che gli altri hanno fatto di noi - la presa di coscienza della propria colpa passa anche attraverso la strada linguistica: se il criminologo francese la invita ad esprimersi in italiano, la sua lingua madre, questi la esorta anche ad attribuire alle sue azioni il nome che gli è proprio, trasfigurando così un imperturbato il fatto in un ben più irreparabile omicidio. Dopo Ariaferma, Leonardo Di Costanzo affronta nuovamente l'universo della detenzione in un bildungsroman della coscienza a sfondo carcerario. Un cammino che attraversa brandelli di memoria alla ricerca di una redenzione, di un riconoscimento della responsabilità individuale. In un'opera che per temi poteva avvicinarsi alle tinte del giallo e del noir, il cui tono si fa invece intimo: un'indagine sull'umano tutta rivolta verso l'interno, estranea ad ogni spettacolarizzazione. I frammenti di ieri, ormai ricomposti, si negano allo sguardo dello spettatore, le sole immagini che ci sono concesse sono quelle che raccontano i margini. Quasi a rievocare le forme documentarie con cui si è fatto conoscere agli inizi degli anni 2000, per il suo quarto lungometraggio, sceneggiato con Bruno Oliviero e Valia Santella, Di Costanzo torna a sondare il reale a partire da un'opera non-fiction, Io volevo ucciderla. Per una criminologia dell'incontro dei criminologi Adolfo Ceretti e Lorenzo Natali che, nelle sue mani, diventa, anticlimaticamente, Elisa. La persona, non più (solo) il fatto. Se le parole, secondo Wittgenstein, sono azioni, Di Costanzo sceglie di ripercorrere assieme ad Elisa la strada che la porterà a fare i conti con la parola giusta da utilizzare, per poi superarla. La parola va ricercata, evocata, interiorizzata, attraversata e, infine, superata. Chiamami col mio nome.


