Fantascienza

E. T.

Titolo OriginaleE.T. the Extra-Terrestrial
NazioneU.S.A.
Anno Produzione1982
Durata120'
Sceneggiatura
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Un alieno viene abbandonato sulla terra dai suoi simili. Un bambino di dieci anni, Elliott, lo trova e decide di tenerlo con sé. Tra i due si instaura un legame “simbiotico” ma il piccolo E.T. deve tornare a casa perché la sua vita è in pericolo…

RECENSIONI

Certo che E.T. è proprio un fuckin' masterpiece... la verità mi fa male, lo so. Neanche gli sciagurati inserti-novità ¹, ignobile 'alibi' per festeggiare il primo anno da ex teenager dell'alieno, sono riusciti a rovinarlo. E' dura ammetterlo perché la multinazionale Spielberg&Co. non ispira esattamente simpatia e perché forse è vero che il suo cinema perpet-ra/ua nient'altro che lucroso sfruttamento minorile, ma nessuno sfrutta e lucra con la professionalità, la cognizione, la Maestria che dimostra Mr. Montagnadelgioco. Ed E.T., con l'arroganza del suo inattaccabile candore, sta lì/(di nuovo qui) a ricordarcelo. Forte del suo non trascurabile primato d'un lustro prima (ergo l'aver per primo insinuatoci il dubbio che un incontro ravvicinato con un 'alieno' potrebbe non esserci letale, anzi...), Steven Spielberg pensò bene, era l'anno dei mondiali quelli dell'82, di far sbarcare sulla terra un vicino parente di 'quegli' extraterrestri e di (sovrac)caricarlo di simboli. Senza dubbio, la morale più immediata di questa favola moderna è quella dell'accettazione del diverso, l'altro da sé che va accolto senza pregiudizi o, peggio, paure. In quest'ottica, la storiella del mostrillo impaurito piombato tra noi dall'oltrespazio è fin troppo 'diretta' e, se vogliamo, disonesta: l'alieno/pupazzo giocherellone, goffo, e dagli occhioni languidi non può non ispirare simpatia e tifare per lui sa più di scelta obbligata che ponderata (men che mai 'difficile'). Questa unica chiave di lettura, volendo anche ammettere e concedere tutti i corollari/insegnamenti del caso (conoscere prima di giudicare, diffidare delle apparenze, guardare alla 'vera' bellezza, cioè quella interiore), renderebbe E.T. un film sostanzialmente debole, pur lasciandone intatto l'alto tasso emotivo-emozionale che gli rimane aggrappato nonostante l'incedere dell'età. Un elemento già più interessante può essere considerata quell'incondizionata apologia della fanciullezza che da sempre è sinonimo di 'Steven Spielberg': solo (SOLO) l'innocenza dei bambini, il loro candore e la loro capacità di sognare sanno 'aprire' il cuore del mondo alla/e Diversità e renderlo, se non perfetto, almeno il migliore dei mondi possibili... questo semplice messaggio tornerà spesso nel cinema di Spielberg (si veda il pessimo Hook, solo per citare uno dei casi più espliciti), ma verrà ancora più frequentemente banalizzato ed enunciato in forme e modi assolutamente inadeguati (ci vuole difatti grande rigore per impedire che il 'semplice' deragli nel 'semplicistico'). Da questo pdv, invece, E.T. si dimostra pellicola assolutamente rigorosa perché pervasa da un radicale pessimismo di fondo che la riscatta dalla facile retorica. Il mondo è e resterà luogo di odii e divisioni. Irrimediabilmente. La 'forma' accompagna-chiarifica il 'contenuto' e non lascia dubbi: la prima metà del film cinematografa un'umanità letteralmente priva di adulti, ridotti a sagome scure e minacciose o spersonalizzati da inquadrature che escludono i volti, con l'unica eccezione della madre di Elliott che però, più che personaggio vero e proprio, è archetipica figura materna, proiezione fanciullesca del concetto stesso di Mamma (protettrice, premurosa e affettuosamente rompicoglioni); ebbene, in questo mondo popolato e in un certo senso dominato dai bambini, il piccolo alieno (e ovviamente quello che il piccolo alieno rappresenta) vive e vegeta in pace e serenità, in perfetta simbiosi empatica col suo miglior amico. L'idillio è interrotto e distrutto dalla comparsa degli adulti che irrompono, in una sequenza dalle forti tinte antinaturalistiche, nella casa di Elliott: è la perdita dell’Innocenza di un mondo ormai svuotato di bontà e di semplicità, un mondo in cui il piccolo extraterrestre, reificazione dell'impalpabile e incomprensibile magia fanciullesca che l'adulto smarrisce e che inconsciamente avversa, è destinato a morire. L'immagine del piccolo E.T. pallido, cadaverico e rantolante, stride profondamente con tutta la 'carineria' profusa nella prima parte del film e visto il contesto fiabesco, diventa un pugno che Spielberg sferra nello stomaco dello spettatore, adulto o bambino che sia. E' quella la realtà, cruda e spietata, è quello il mondo 'corrotto' da contrapporre alla purezza dell'infanzia. Certo, ci sarà una resurrezione (messianica?) e una fuga, ma sarà una fuga amara, la fuga della rassegnazione e della sconfitta, uno scontro bambino-adulto che di fatto non esiste tanto distanti sono i due piani di appartenenza: i bambini (che hanno già perso: non potranno tenere E.T. con loro senza che questo muoia o senza che gli scienziati lo catturino e lo 'sezionino') fuggono a bordo delle loro biciclettine, col piccolo alieno infagottato nella cesta, gli adulti li inseguono, decisi a reprimere e incatenare la loro fantasia. Finché possono, i bambini fuggono coi loro mezzi reali e tangibili (le bici) condivisi da entrambi i suddetti piani di appartenenza, poi, vistisi spacciati, fanno un ultimo, disperato appello al magico regno dei sogni e 'volano via'. Letteralmente. Si librano nel cielo, sotto lo sguardo sbigottito degli adulti: 'non è possibile'. E infatti non lo sarà mai più... E.T. tornerà a casa senza che l''avvento' di questo piccolo messia (inascoltato) abbia prodotto cambiamenti di sorta nell'immutabile stato delle cose, la 'lezione' che aveva da impartire è stata (ac)colta, in fondo, solo da chi non ne aveva bisogno (i bambini), mentre gli adulti restano saldamente ancorati al loro disincanto cosmico (salvo rare eccezioni: la mamma, che però più che capire 'accetta' in quanto Mamma, e lo scienziato 'buono', personaggio vagamente ambiguo, adulto-bambino, come confessa ad Elliott, che comunque non riesce a ritagliarsi una presa di posizione veramente 'netta'). Non c'è traccia di ottimismo propositivo nel manifesto di Steven Spielberg, il quale sembra consapevole che la sua crociata per la purezza è inutile lotta di retroguardia, fuga disperata, ultima spiaggia sull'isola che non c'è (più).