Thriller

DONNIE DARKO

Titolo OriginaleDonnie Darko
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2004
Genere
Durata133'
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Scenografia

TRAMA

1988. Donnie Darko è un ragazzo americano di famiglia agiata. Un giorno un coniglio gigantesco, che soltanto Donnie riesce a vedere, gli salva la vita attirandolo fuori di casa poco prima dell’impatto di un motore di aereo con la sua abitazione.

RECENSIONI

Ricercatissimo (bisognava dare uno sguardo all'estero per trovarlo), quasi unanimemente amato (di quegli amori che diventano piccole venerazioni private), DONNIE DARKO esce finalmente, con ritardo imperdonabile, nelle sale italiane. Distribuito fin da subito un po' in tutto il mondo, il film americano (del quale riferimmo in occasione della sua proiezione al Torino Film Festival 2001) è divenuto, ne fummo facili profeti, un vero e proprio oggetto di culto. Richard Kelly ha solo 26 anni quando DONNIE DARKO viene proiettato nelle sale statunitensi ma in quest'opera dimostra una maturità di scrittura e di sguardo che lascia ammirati. Il suo è stato un film sudato, trovare i soldi per produrlo non è stato facile ma l'intervento di Drew Barrymore (tra le interpreti) ha fatto aprire le porte giuste e ha consentito di aggiungere alla squadra altri attori di nome (Patrick Swayze, Mary Mc Donnell). Senza un attimo di cedimento, DD mescola generi (il teenager movie, il mistery, la commedia di costume) senza pesantezze teoriche, rimanendo sempre spigliato e intelligente, mai sopra le righe, mai facilone, anzi: lo spaccato della provincia americana che lascia emergere è sorprendentemente preciso, la descrizione dell'adolescenza consapevole e sensibile del suo protagonista ha toni delicati, a volte amari. L'anima nera (...dark) di Donnie si riflette all'improvviso come parte di un sistema sovraordinato nel quale il giovane si accorge di muoversi e di cui si sforza di comprendere le regole: è proprio questo elemento irreale, via via più inquietante, a fare la differenza con le tante produzioni giovanilistiche cui siamo abituati; non siamo, peraltro, dalle parti di HARVEY, anche se l'apparizione del coniglio lo fa pensare inevitabilmente; il regista usa con finezza citazioni e filoni per arrivare a operare in un ibrido nel quale si districa con maturità e lucidità impressionanti: realtà parallele si incrociano per un attimo e si distanziano di nuovo, fanno capolino dimensioni temporali alternative, possibilità (anche narratologiche) si propongono senza svelarsi come tali se non nell'enigmatico finale. La chiave dell'intricata faccenda può essere nel fantomatico volume di Grandma Death ma anche nella schizofrenia del giovane, istigata dalla mal tollerata insensatezza di un mondo adulto, crudele e incomprensibile, fatto di apparenze e convenzioni: l'autore si guarda bene dal fornire allo spettatore chiavi di lettura privilegiate mentre l'agnizione sul significato del fantomatico coniglio ci colpisce all'improvviso e fa decisamente centro. Quando alcuni nodi vengono al pettine (altri, sottilissimi, passano attraverso i suoi denti e si perdono per sempre) si ha la sensazione di essere di fronte a un film coraggioso e originale, che mischiando le sue carte con grande disinvoltura, non cerca di lanciarti addosso la sua particolarità lasciandoti attonito: un dolce, lacerato smarrimento, questo di DONNIE DARKO, che finalmente si offre anche alla platea italiana.
Sito ufficiale imperdibile:
http://www.donniedarko.com/

Nota al director's cut

Sarò diffidente in eccesso ma la mia teoria a proposito del director's cut di DONNIE DARKO è la seguente: stante il tardivo successo americano della pellicola, che, uscita nelle sale, era praticamente passata sotto silenzio e che è poi diventata oggetto di culto nella versione in dvd, Kelly, o chi per lui, ha colto la palla al balzo per riproporla nei cinema e, per giustificare una tale scelta e renderla appetibile, ne ha editato una versione più lunga inserendo quelli che, in tutta evidenza, appaiono dei sacrosanti scarti (del resto già disponibili nella versione in dvd). Il regista cerca in tutti i modi di venderci la novità come una chicca (si legga in proposito il press book) ma l'impressione di una sorta di innocente fregatura non ci lascia. L'opera rimane praticamente la stessa ma il susseguirsi delle vicende viene cadenzato dalla lettura del fantomatico libro di Grandma Death La Filosofia dei Viaggi nel Tempo (l'elenco degli altri inserti lo trovate qui): tale lettura, oltre a far luce eccessiva sugli eventi, rendendone l'interpretazione praticamente univoca (e questo fa perdere al film non poco fascino), quel che è peggio, risulta essere un mucchietto di sciocchezzuole da libro fantasy di serie C e con un tono biblico a dir poco risibile. DONNIE DARKO rimane per fortuna opera stratificata e trasversale al di là del mero dato tramico, tanto da sopportare bene anche questo evitabile oltraggio commerciale.

Salvato da morte certa, Donnie, ha sentito una voce roca e sussurrante, la stessa che lo sveglierà ancora e lo farà agire. Pare un'allucinazione, uno sfasamento prenevrotico ma in realtà c'è molto più in questo delirio adolescenziale: il tempo si sta avvitando su sé stesso. Un muro di trasparente gelatina separa dimensioni dello spazio-tempo, gommosi vettori vermiformi tracciano le traiettorie di movimento degli esseri umani, scritti parascientifici di vecchie pazze avvertono della vera fine dell'universo. Un morbido dolly inserisce in un mondo americano fino al sarcasmo ma in cui, invece di innestare l'usuale satira dei comportamenti (presente e deliziosa col padre di Donnie che guardando la tv sbotta "Diglielo tu, George!" parlando con Bush sr.) stringe un giro di vite dei più inattesi: l'inspiegabile, il soprannaturale. Con più d'un debito rispetto a Lynch Kelly sprofonda una struttura nota e vieta (college movie, satira famigliare, etc) in un improvviso vortice di spalancamento, Donnie (Jake Gyllenhaal, perfetto) diventa uomo nel modo più delirante possibile, tuffandosi in una trama che ha qualcosa della vite senza fine d'Archimede: trova l'amore e la coscienza di sé fino all'annullamento che si verifica, colpo preziosissimo nella tessitura, nella ratificazione dell'impossibile che si è mostrato. Accettare il mondo come lo si coglie come primo passo (ultimo) all'adulthood.
Il regista, esordiente, maneggia i virtuosismi temporali ed i paradossi con l'unica arma possibile, una studiata non-curanza che permette la sospensione dell'incredulità a favore di un gioioso e -soprattutto - continuo godimento di rara intelligenza.

Uscito nel 2001 in America, non ha lasciato tracce al botteghino ma segni indelebili nel pubblico che, grazie al passaparola a lungo raggio di Internet, lo ha trasformato in un caso. Finalmente anche in Italia e' dato vederlo. Accantonando il peso delle aspettative e il tripudio saltellante di chi ha un nuovo "cult" da sbandierare, ci si trova davanti a un film insolito e riuscito. La cosa che piu' colpisce, al primo impatto, e' il miracoloso equilibrio attraverso cui generi diversi si fondono: la commedia adolescenziale sfiora il dramma, incappa nell'horror e si consola nella fantascienza. Non ci sono assoli, ma un'armonia d'insieme che dona al film un'inaspettata solidita', evitando che le singole sfaccettature perdano consistenza. I dialoghi brillanti e la freschezza delle situazioni godono di una regia sempre misurata che riesce a non trasformare i personaggi in macchiette e a rendere digeribile il grottesco. Perfetto anche il cast, in cui le nuove generazioni (sorella, ma soprattutto fratello Gyllenhaal) si affiancano ad attori affermati come Drew Barrymore e Mary McDonnell e ad una vera e propria icona degli "eighties" come Patrick Swayze. Nel finale, in cui i nodi dell'inconscio vengono al pettine della razionalita', non tutto torna. Il retrogusto e' inquinato da troppe domande e il difetto del film e' forse quello di spostare eccessivamente il baricentro sulla ricostruzione degli eventi a posteriori. Il gioco ad incastri e' uno degli aspetti del film, ma "Donnie Darko" e' anche, e per certi versi soprattutto, il racconto di quell'eta' difficile e irta di insidie che e' l'adolescenza e di quel periodo, luccicante e superficiale, con i germi dell'attuale grigiore, rappresentato dagli anni Ottanta. La presa di coscienza del protagonista, la sua pazzia salvifica, la retorica di un benessere binario in cui l'unica opposizione al disagio di vivere e' una positivita' che si ferma allo slogan, trovano quindi adeguato compendio nelle terribili spalline (che trasformano la Barrymore in un cubo), nei pantaloni a sbuffo, nei "ciuffi" delle pettinature, nei duelli televisivi tra Dukakis e Bush padre, nei dubbi sulle dinamiche sessuali dei Puffi. Inevitabile e appropriato il soundtrack, immerso nelle sonorita' un po' di plastica ma suadenti dell'epoca, dai Tears For Fears ai Duran Duran ormai agli sgoccioli (tanto da doversi riciclare nei sillabanti Arcadia). Il viaggio indietro nel tempo mette quindi tanta carne al fuoco, forse troppa per un congruo approfondimento, ma si distingue per la spigliatezza attraverso cui offre spunti sul presente e pone interrogativi sul futuro, oltre alla capacita', non scontata, di funzionare anche a livello puramente epidermico.