Drammatico

DARK NIGHT

Titolo OriginaleDark Night
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2016
Durata85'
Sceneggiatura

TRAMA

Ispirandosi al massacro di Aurora del 2012, il racconto si concentra sulla routine quotidiana vissuta da alcuni personaggi presi in un anonimo centro suburbano d’America. Diversi di loro, in modi diversi, finiranno coinvolti in un terribile atto di violenza.

RECENSIONI

Pur essendo un film che fa dell’ellissi e della frammentazione del narrato i suoi strumenti basilari, Dark Night indica con molta chiarezza, fin dal titolo, la sua principale fonte di ispirazione: la notte del 19 luglio 2012, quando il giovane James Holmes ha causato la morte di 12 persone e il ferimento di altre 58 sparando all’interno di un cinema di Aurora, Colorado, durante la prima de Il Cavaliere oscuro – Il ritorno.
Dal punto di vista strettamente diegetico l’evento sembra fare da incipit e chiusura del racconto. Il film si apre sullo shock di una superstite colta subito dopo l’accaduto, sul primo piano del suo occhio si riflettono freddi i colori e le luci delle sirene; da qui il racconto torna indietro, all’inizio della giornata, per mostrare le azioni quotidiane e i momenti morti vissuti da alcune delle potenziali vittime; infine le varie traiettorie convergono sul farsi della tragedia, presentata come tassello di congiunzione con l’incipit ma non messa in scena. Eppure, in questa struttura circolare e stilizzata, fatta di piccoli gesti, incroci casuali e attimi di vita qualunque (e che è il primo dei grossi riferimenti al modello Elephant di Gus Van Sant), Tim Sutton inserisce in una delle scene iniziali un elemento discordante che stride con il tessuto diegetico del film. Durante la mattinata evocata, due dei personaggi immaginati da Sutton guardando la televisione commentano un servizio al telegiornale in cui viene riportato l’inizio del processo subito da James Holmes. Proprio lui, Holmes, l’attentatore e autore della strage di cui teoricamente staremmo seguendo vittime e preamboli. Nel corso del film non mancano certo i riferimenti alle passati stragi compiute su suolo americano, tuttavia questa scena pone ciò che si sta raccontando in una dimensione diversa dalla ricostruzione, per quanto trasfigurata e astratta questa possa essere. Dark Night allora, nonostante i suoi riferimenti diretti ad un accadimento preciso, non è la rievocazione personale di un fatto passato quanto piuttosto la predizione di un evento futuro, di una ripetizione. Sutton costruisce un racconto corale e impressionista che si fa cronaca di una crisi sul punto di reiterarsi, ancora e ancora, esito di un’emulazione e adesione ad un concetto ormai ampiamente spettacolarizzato e canonizzato come è quello del public mass shooter – un fenomeno che con la comunicazione social 2.0 sembra in crescita, forte di un’attrazione gravitazionale che permette di dare forma e sostanza alla rabbia, al rifiuto, al dolore esistenziale (e in quest’attrazione e moltiplicazione dei casi non siamo lontani dal terrorismo partecipato e liquido emerso ai tempi dell’ISIS).

Rendendo James Holmes già notizia, Sutton colloca il film in un contesto a-temporale e assoluto, e letta da questo punto di vista assume ancor più forza la scelta di distribuire tra i personaggi del film – tutti intrappolati in una condizione di sofferenza esistenziale, più o meno rabbiosa, più o meno ossessiva – caratteristiche facenti parte spesso del profilo psicologico dei killer, e più in particolare di Holmes. Ecco così che uno degli adolescenti pedinati da Sutton si tinge i capelli di arancione, similmente a quanto fatto da Holmes prima della strage con l’intento di assomigliare al Joker; un altro giovane, evidentemente protagonista di un atto fuori dalla norma, parla con il suo intervistatore invisibile e ricerca nel suo passato biografico i germi di una possibile infezione, analizzando tra le varie abitudini di vita la sua passione per i videogiochi violenti; un reduce padre di famiglia si dedica in maniera ossessiva al culto delle armi; un bambino si perde in sogni di gloria in cui viene glorificato dai media… e ancora così, piccoli dettagli, sfumature, elementi di un disagio suburbano che abita più e più persone ma che solo in certi terribili casi si formalizza in atti di violenza. Solo un personaggio, tra i tanti che compongono quel mosaico frammentato e privo di centro che è Dark Night, sembra incarnare più di altri i tratti del killer, solo lui si armerà e preparerà al massacro evocato in chiusura dal film. Sutton così sembra volerci dire che per una persona che effettivamente finisce per vestire gli abiti del carnefice, molte altre ne condividono il disagio e l’alienazione. Una posizione scomoda che ci priva delle soluzioni più facili con le quali indicare e isolare i killer, spingendoci piuttosto a vedere come nel generale appiattimento del nostro orizzonte esperienziale (la prospettiva  virtuale di google maps, le riprese aeree dei suburbs) si possano trovare molteplici segnali di disagio, lontani dall’etichetta di “follia” che per quanto opportuna continua a non aiutarci a comprendere e nel migliore dei casi prevenire il fenomeno.
Elephant
di Van Sant (di cui Sutton recupera filologicamente alcune inquadrature, su tutte il cielo nuvoloso nel finale) faceva riferimento alla parabola buddista dell’elefante tastato da sei persone cieche, ciascuna delle quali ne tocca una parte scambiandola per il segno distintivo di un altro animale. Conservando una prospettiva isolata e cieca del fenomeno non potremo quindi coglierne l’essenza. Sutton, suddividendo le caratteristiche del killer tra i vari personaggi, ci richiama allo stesso aneddoto, senza scivolare però nel didascalismo spicciolo a cui ricorreva Van Sant nel suo film sulla Columbine (il bacio omosessuale e il documentario sui nazisti vissuti come elementi di disagio). In Dark Night infatti è la vita stessa a porsi in condizione di frammentazione, mostrando elementi che ritornano al di fuori di rigide occorrenze causa-effetto. Ciascuna parte dell’elefante potrebbe disattendere le aspettative e rivelarsi escrescenza mostruosa, fatale, ciascuna di esse fa comunque parte dell’animale nel suo insieme, e ad esso va ricondotta se vuole essere compresa.
Nella scena del telegiornale, di cui si è detto in apertura, una giornalista chiede ad un poliziotto se quella vissuta da Holmes prima della strage fosse stata una giornata particolare. La sua risposta? «Sono sempre giornate qualunque, tutta la vita è una giornata qualunque».