Drammatico, Mystery, Recensione

AMERICA LATINA

TRAMA

Massimo è un dentista di Latina, felicemente sposato e con due figlie. Un giorno scende in cantina per una faccenda domestica e vi trova una ragazza legata e imbavagliata che chiede aiuto.

RECENSIONI

Che immagine ci rimane alla fine di America Latina? Probabilmente, anche per via del poster, quella di un testa, di un cranio rasato osservato così tanto e così vicino da assumere tutt’altri connotati fino ad assomigliare quasi a un pianeta galleggiante. Una testa-mondo, frutto, come abbiamo accennato, di una sfigurazione dell’immagine, del suo corrompersi nello stravolgimento della prospettiva, che riporta alla memoria un’altra testa volteggiante, quella su cui si apre Eraserhead.
Del resto, anche in America Latina abbiamo a che fare con una mente che cancella, quella di Massimo Sisti, tormentata dopo aver scoperto nello scantinato della propria casa una ragazzina legata e imbavagliata. La sensazione di smarrimento che prova Massimo non è poi così diversa dalla nostra, messi, sin dalle prime immagini, nella condizione di domandarci: dove siamo? Qual è il luogo, il paesaggio del film? L’impressione, come già accadeva in Favolacce, è di stare in un territorio ai margini del fantastico, reale e infernale, un po’ estrema periferia cittadina, un po’ mondo a sé, che ruota dentro il vuoto cosmico; un mondo che dispiega oggetti quotidiani, corpi e narrazioni apparentemente riconoscibili e, allo stesso tempo, integrati in un mondo altro, le cui regole non sono conosciute. Un mondo, quello del film, che ne contiene altri. Siamo persi in uno scenario indistinto di rovine umane e narrative, in una progressiva sdefinizione.

Dev’essere questo aspetto a suscitare il fastidio nutrito da parte dei detrattori del cinema dei fratelli D’Innocenzo, frettolosamente apparentato, al momento dell’esordio con La terra dell’abbastanza, a tutto il cinema coevo di suburre e gomorre (Fiore, Manuel, Cuori puri), da cui ha preso presto le distanze per muoversi lungo le coordinare del film di genere in cui, però, proiettare continue distorsioni per sconvolgerne le costanti. Un cambio di rotta che per essere compreso chiede d’essere osservato da uno sguardo senza automatismi.
Su America Latina incombe un sentimento d’imminente catastrofe alimentato da un clima di tensione isterico e paranoico, sordo e crescente, che compromette la stabilità psichica di Massimo sempre più dissociato non soltanto dalla realtà, ma anche da sé stesso: è un personaggio che progredisce nei suoi incubi a occhi aperti, spesso colto in un corpo a corpo con il proprio riflesso, ma questo confronto, invece d’ancorarlo a un immagine precisa di sé spalanca dentro di lui un abisso. È una riproposta della metafora del doppio, dove la minaccia è data dall’esistenza d’una copia tanto più terrificante in quanto l’altro non è veramente “altro”.
Doppio e riflesso sono concetti che rimandano a un universo barocco, disarmonico e asimmetrico, cifre che contraddistinguono il gesto registico dei D’Innocenzo, irrequieto, fatto di inquadrature taglienti e sottili trasformazioni. America Latina è un film visivamente ricco e allo stesso tempo svuotato per quanto riguarda la scrittura. Svuotato, non vuoto: l’impressione, infatti, è quella di un lavoro fatto in sottrazione, come se si fosse partiti da un materiale densissimo e da lì si sia cominciato a togliere quasi per sperimentare fino a che punto la storia potesse reggere. Una storia che ha una progressione minimale, così come il mistero che l’avvolge che è una specie di ritmo di basso continuo. Un mistero il cui motivo d’interesse non risiede tanto nel filo che instaura con l’inconscio del protagonista quanto con quello dello spettatore.