TRAMA
Un raid a casa della famiglia Miller, composta dai genitori Eddie e Manda e dai figli, l’adolescente Lisa e il tredicenne Jamie: la polizia sfonda la porta e arresta Jamie con l’accusa di omicidio. La famiglia, sconvolta, non si capacita dell’accaduto…
RECENSIONI
La misura della riuscita di questa serie-scommessa edificata su un tour de force tecnico è data dal fatto che non sembra una serie-scommessa edificata su un tour de force tecnico. Il che significa che forse, alla fine, non è una serie-scommessa edificata su un tour de force tecnico. Ci sono quattro piani-sequenza di un’ora ciascuno, certo, ma questi quattro piani-sequenza non si mangiano Adolescence, ma la assecondano e la valorizzano. Meglio: Adolescence non può non essere costruita così, su quei quattro piani-sequenza. Ci si ritrova rapidamente a dimenticarsi del presunto esibizionismo formale e si viene trascinati dentro al contenuto anche (e proprio) da quella forma, della quale subiamo (in senso buono) gli effetti, dimenticandoci delle cause: la sensazione, fortissima per tutto il primo episodio ma che permane “inerzialmente” fino alla fine del quarto, è quella di non avere margini di distrazione, di andare quasi in debito di ossigeno attentivo. Un po’ come guardare un evento in diretta del quale non vogliamo/possiamo perderci niente, ché tutto scorre e indietro non si torna, non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume.
Certo, questo evento deve interessarci e la serie ci interessa subito, dopo pochi(ssimi) minuti. La scelta autoimposta dell’unica, mobile inquadratura perde immediatamente la sua ipotetica freddezza teorica e diventa un perfetto e naturale esempio di aderenza forma/contenuto. Con l’eccezione del secondo episodio (obiettivamente il più debole dei quattro), nel quale i temi emergono con eccessiva chiarezza e affiora qualche schematismo di troppo, gli ingranaggi (anche contenutistici) non sono mai a vista. Tutto è molto credibile, intimo, umano: uno sguardo partecipato e impietoso sull’insondabile mondo dell’adolescenza, nel quale mondo gli adulti sono (in)colpevoli alieni benché spesso si illudano di conoscerlo o quantomeno di capirlo “abbastanza per…”. Fino a quando una doccia fredda epifanica non innesca inevitabili e dispera(n)ti sensi di colpa. Un discorso, quello di Adolescence, che riesce a farsi generale e particolare, astratto e concreto, che si modula e si declina in base alla sensibilità (e all’anagrafe) personale.

Le possibili, positive considerazioni critiche arrivano, certo, ma arrivano “dopo”: quelle che riguardano la qualità di scrittura (mediamente alta), l’ingegnosità dell’architettura coreografico/scenografica, il tour de force recitativo degli attori, ai quali Graham (come a se stesso) chiede oggettivamente molto ottenendo molto. Dopo. E non intaccano la forza emotiva di quello che abbiamo vis(su)to prima.
La serie in questione è, semplicemente (tra le altre cose), un bellissimo esempio di aderenza forma/contenuto e una storia in realtà molto intima e molto umana sul complicato mondo interiore dei ragazzini, su quanto noi adulti/genitori siamo spesso lontani dal loro mondo, su quanto pensiamo invece erroneamente di conoscerli, su quanto spesso ci sbagliamo e ci incolpiamo (a posteriori) per aver aperto gli occhi troppo tardi e sui nostri sensi di colpa. Questo e molte altre cose che arrivano in base alle sensibilità personali. Quello che sicuramente Non è, è un documentario o una serie/inchiesta su un fatto di cronaca: se poi l’innesco è un fatto di cronaca, a noi non deve fregare NULLA, quello che dobbiamo valutare è il risultato in sé, se e come riesce a parlarci e cosa ci dice come persone. E se poi , ancora, qualche cretino ci vede un messaggio di propaganda anti-bianchi o un governo di cretini si basa su questi quattro bellissimi piani sequenza per fare delle leggi più o meno discutibili (non scendo nel merito delle leggi, ché il problema è alla radice), il problema è tutto dei cretini. Aggiungo un’opinione personale: a mio avviso uniformarsi a una qualche statistica di un qualche tipo (esempio: scegliere un protagonista nero/immigrato/povero/emarginato o che so io) avrebbe tolto universalità al – mi scuso per la parolaccia - “messaggio”, fornendo una giustificazione/spiegazione socio/culturale/economica a un gesto, alla fine, insondabile ed etimologicamente “inqualificabile”. Iperbolicamente parlando, la serie ci dice: attenzione, non sempre c’è una vera causa, precisa, identificabile e quindi “prevedibile”, è solo che siamo umani, pieni di sfaccettature, complessità e contraddizioni.


