TRAMA
Checco Zalone è un ricco nullafacente fidanzato con una modella molto più giovane di lui. A pochi giorni dal suo cinquantesimo compleanno, la figlia Cristal scompare ma presto si viene a sapere che la ragazza, minorenne, è partita per partecipare al Cammino di Santiago di Compostela.
RECENSIONI
«C’è chi parte con un raga della sera e finisce per cantare La Paloma», cantava Battiato in Magic Shop, parlando probabilmente di sé (L’era del cinghiale bianco era il disco della svolta pop dopo il periodo sperimentale, e non è un caso che di lì a breve sarebbe arrivata Cuccurucucù Paloma). Per dire che spesso si parte s(inc)eri, finanche impegnati, per poi (s)vendersi, ridotti a pronipoti di sua maestà il denaro. Luca Medici, impegnato in senso tradizionale non lo è mai stato ma di certo, i suoi esordi cinematografici lo configuravano come qualcosa di originale, personale e simpaticamente eversivo (con risp. parl.). Dei meccanismi che a mio avviso sorreggono la sua comicità ho scritto e riscritto tutte le volte che l’ho recensito, mi ripeto il più brevemente possibile. Il punto è sempre stato: stigmatizzare gli stereotipi comico/sociali/civili più risaputi (omofobia, razzismo, maschilismo ecc) mentre li si fa funzionare, creando un cortocircuito. Il personaggio-filtro Zalone costruisce una gag sui gay che fa ridere in quanto gag sui gay ma fa anche ridere perché è ovviamente una meta-gag su chi fa le gag sui gay. Più o meno. Ne viene fuori un simpatico cinismo, un nichilismo spensierato e cerchiobottista che intercetta più tipologie di pubblico, in un limbo in cui il limite tra il fraintenderlo e il capirlo diventa talmente sfumato da scomparire.
Progressivamente, però, Medici ha più o meno intenzionalmente chiarito le sue posizioni (anche diegetiche, intendo): già in Quo Vado? il suo personaggio era protagonista, nel finale, di una edificante redenzione piuttosto chiara e in Tolo Tolo gettava definitivamente la maschera, chiarendo le sue posizioni (non è un caso, credo, che si trattasse del primo e a oggi unico film diretto in prima persona e scritto da uno sceneggiatore – ormai – “classico” come Paolo Virzì). Sono passati ben 6 anni, da quel chiarimento, e volendo sovrainterpretare un po’, potremmo dire che fare qualcosa di nuovo, a carte ormai scoperte, non fosse semplice. Come se Luca/Checco si fosse detto: e ora? E ora è arrivato Buen Camino, che infatti è un film molto prudente, corretto, inoffensivo. Il personaggio protagonista - miliardario nullafacente che campa alle spalle di papà - è un bersaglio trasversale la cui derisione mette d’accordo tutti, il banale Bildungsroman che affronta è prevedibile in tutti i suoi risvolti e anche la comicità, pur se sporadicamente efficace, è in massima parte neutra, educata. Ogni tanto si ride, certo, ma sono risate al grado zero, nazionalpopolari in senso stretto, che non si stratificano e non hanno niente di obliquamente liberatorio.
Non che ci sia nulla di male, ovviamente, è pur sempre cinema iper-popolare che deve (solo) intrattenere, portare la gente al cinema e da questo punto di vista, il fatto che sia il maggior incasso di sempre nella storia del cinema italiano (scalzando il primo Avatar) dà (stra)ragione a questa scelta conservativa. Però, ecco, lasciatemi chiudere, sommessamente, con l’amara quanto semplice constatazione che “prima” si rideva di più. E meglio.


