Commedia, Sentimentale

500 GIORNI INSIEME

Titolo Originale(500) Days of Summer
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2009
Durata96'
Fotografia
Scenografia

TRAMA

La storia d’amore lunga 500 giorni fra un giovane architetto finito a scrivere biglietti d’auguri e la collega con cui si crede destinato a dividere la vita.

RECENSIONI

L’amore è eterno finché dura

500 giorni d’estate, ovvero di felicità rigogliosa, ma anche 500 giorni di Summer, la ragazza che porta questa felicità nella vita del protagonista. In italiano si perde però il gioco di parole del titolo originale ed il nome della ragazza diventa Sole, affine simbolicamente; tuttavia si preferisce un più convenzionale (ed incolore) 500 giorni insieme.
Ed è su questi 500 giorni che si snoda questa bella commedia sentimentale, anticonvenzionale e realistica se messa a confronto con gli esemplari classici del genere.
La prima bella invenzione è quella di portare avanti il racconto saltando sapientemente all’interno dei 500 giorni che hanno scandito la storia d’amore, mostrando cioè il giorno 279, poi il numero 1, poi il 3, poi il 58 e così via fino al 500.
Ma è solo una delle tante trovate che sorreggono e fanno volare davanti agli occhi questo film.
Webb, regista di video musicali qui al suo primo lungometraggio, ha uno stile creativo e spumeggiante.
Gli stili si alternano – spesso sopraggiunge anche la voce narrante – resi omogenei da una comune freschezza.
Ad esempio uno split screen ben utilizzato, una volta anche mostrando il confronto tra aspettativa e realtà, poi un breve inserto musical (quando il ragazzo felice in amore vede il mondo intero sorridergli, quasi un novello Levin da Anna Karenina), e persino un paio di inserti animati.
Tutto questo al servizio di una sceneggiatura sempre impeccabile, al tempo stesso attuale e sempre valida in materia di sentimenti d’amore.
Tra le armi vincenti tutto il cast, ma in particolare, nel ruolo di Tom, Joseph Gordon-Levitt (praticamente sconosciuto, anche se recita da quando era bambino), sorriso disarmante e innato candore: sembra nato per questa parte.
Ben affiancato da Zooey  Deschanel (portata timidamente alla ribalta da E venne il giorno e Yes man), il cui look anni Cinquanta contrasta con un animo in realtà più disincantato che romantico e femminile nel senso tradizionale: una confezione che è probabilmente fondamentale nell’alimentare l’errore di Tom.
Fra il Lui e la Lei il soggetto prevede un’inusuale inversione dei ruoli di genere, così come sono intesi tutt’oggi dalla maggioranza: qui il maschio è l’animo romantico da sempre alla ricerca del grande amore, la femmina invece all’amore non crede e preferisce sentirsi libera vivendo i rapporti senza etichette.
La scelta di scompaginare i luoghi comuni prosegue fino alla fine.
Il finale è lieto, ma non nel senso più prevedibile ed atteso. Il pubblico desidera generalmente veder trionfare la storia d’amore raccontata durante il film, e molti si aspettavano di vedere la scettica protagonista, segnata dal divorzio dei genitori, ritrovare fiducia nell’amore e lasciarsi finalmente andare a fianco del suo adorabile coprotagonista (una sorta di vicenda alla Grandi speranze dickensiane).
Invece no.>
O meglio, sì, la ragazza ritrova fiducia nell’amore incontrando la persona giusta, ma questa persona non è quella per cui lo spettatore ha fatto il tifo fin dal primo momento.
Lo spiazzamento è anche sul piano del parallelismo tra accadimenti e sogni/miti mediatici. La passione di Tom per Il laureato (del quale ha dato una lettura distorta, ci viene rivelato) farebbe immaginare un ripensamento in extremis della bella prossima alle nozze, che magari fugge con lui in abito da sposa. Niente di tutto questo.
Anche il comune amore dei due protagonisti per gli Smiths – che fanno la parte del leone in una colonna sonora apprezzabilissima – dimostra che le affinità di gusti non bastano in un rapporto.
Più convenzionale il fatto che nel protagonista scatti magicamente la molla per lasciare un lavoro di ripiego e riprendere la strada per l’amata architettura.
Ironico ed intelligente, il film non blandisce e non raggela e in questo è parte della sua magia. Per questa ragione risulta tanto vero ed onesto e gratifica senza accarezzare le illusioni più ingenue di ciascuno.
Non si fanno sconti in termini di slanci romantici, autentici quando vengono vissuti, ma nondimeno – talvolta – effimeri.
Si ammette chiaramente che può capitare di pensare che qualcuno “sia l’unica persona in grado di rendermi felice”, anche se non è così. Una delusione per chi ama coltivare l’idea più rigidamente romantica dell’amore unico ed insostituibile scritto nel destino, ma al tempo stesso una consolazione per chi crede di aver perduto quell’amore.
Non a caso la pellicola sceglie esplicitamente la casualità piuttosto che il destino, a governare le vite e gli incontri sentimentali delle persone. Meno affascinante, ma più verosimile e in fondo più aperto alle speranze.
Piccolo budget e risultati al di sopra delle attese per un film di cui si sentiva il bisogno, ma soprattutto un passaparola che ne fa probabilmente un futuro piccolo cult.
In Italia, inopinatamente, non è stato pubblicizzato in modo adeguato ed è uscito in poche sale, compromettendone le sicure potenzialità di successo.

Storia di un non-amore o di un amore frainteso (o della ricerca di un amore) che sbriciola in cinquecento pezzi, fin dalla sardonica dedica iniziale, la struttura rodata del boy-meets-girl movie scompaginandola (e poi riconfermandola), amato e disprezzato in entrambi i casi in modo forse esagerato, 500 giorni insieme è in effetti per molti versi il festival della carineria indie (quell’indie che poco ha a che fare a conti fatti con logiche produttive alternative al mainstream e conseguenti scelte narrativo/linguistiche e molto invece, per dirne una, con le pagine più pop, tutt’al più venate di folk, della music webzine Pitchfork e il conseguente target di riferimento). Confezione stilosa e ammiccante che gioca col vintage dei riferimenti culturali (nei pezzi galeotti degli Smiths, nell’abbigliamento dei protagonisti, nelle citazioni cinematografiche che mischiano Bergman a Il laureato), infiorettature stilistiche gestite con la fermezza che viene dall’esperienza del regista nel mondo dei videoclip (gli inserti grafici, gli split-screen, i finti filmati di repertorio), automatismi narrativi innescati con professionale scioltezza (il solito coro degli amici sciroccati, la solita insopportabile figura della saggia sorellina minore), bizzarrie quanto basta (il lavoro del protagonista, autore di slogan in una casa editrice di biglietti augurali) e una colonna sonora di ruffianissima efficacia. Ci sarebbe di che nausearsi. Eppure.
La cronologia non lineare del racconto incastra l’innamoramento nel disamore, lo slancio passionale nella mesta disillusione. Lo spleen eighties degli Smiths o dell’iancurtisiano “Love will tear us apart” (che campeggia su una maglietta di Tom a guisa di profezia), in una versione puramente sentimentale e mondata di qualsiasi malessere sociale, si diluisce nella raffigurazione di una Los Angeles inedita, elegante, “europea”, talmente intima da poter essere racchiusa in un tatuaggio temporaneo inciso sul braccio dell’amata. Lo skyline della città, o quantomeno la sezione di skyline che si ritaglia nella visuale di un piccolo parco metropolitano, si trasforma in istogramma della relazione tra Tom e Summer.
Il punto di vista è indubbiamente maschile ma lo scarto di tono è femminile: nello sguardo vagamente inquietante di Zooey Deschanel, indecifrabile, distante e strabico rispetto ai canoni della commedia romantica si intravede una velata amarezza che corrode un po’ lo scintillio della confezione: è l’incapacità malcelata di misurare i limiti della propria indipendenza esistenziale. Centrale è allora l’azzeccata sequenza ambientata nel grande magazzino svedese, traguardo simbolico di una raggiunta autonomia economica: 500 giorni insieme tenta, forse involontariamente, di fare il punto sullo stato dei sentimenti ai tempi dell’Ikea. Un amore chic & cheap e (s)componibile ma quasi versione in minore di qualcosa di più vero e di più solido che ancora non c’è o forse non c’è più, l’illusione palpabile di una casa comoda e accessoriata di cui però non si riescono a gettare reali fondamenta. L’autosufficienza economica nasconde la precarietà dei sentimenti sotto il tappeto GILDA KVÄLL (€129/pz).
500 giorni insieme ha per chi scrive il merito di riuscire a fermarsi un attimo prima di diventare irritante, di precipitare in una fatuità scaltramente orchestrata. Marc Webb cerca l’ incontro tra l’estetica indie modaiola e la leggiadria senza tempo della commedia sentimentale classica, inseguendo vaghi e lontani richiami di nouvelle vague. E ci sono dei momenti in cui quasi ci riesce come nella sequenza musical in cui Jacques Demy incrocia Minnelli e s’imbatte in Walt Disney. In altri, e sono probabilmente di più, è la carineria indie-chic a trionfare. Però perfino il finale, pur furbo e rassicurante, risponde comunque a una giusta logica, quella che il protagonista si è costruito passo dopo passo durante tutta la sua travagliata storia con Summer: il rifiuto di un fatalismo mortificante per l’iniziativa personale (al cui credo sembra invece cedere lei), l’accettazione della fortuita coincidenza sulla quale costruire, consapevolmente, la propria “architettura della felicità”.

Parentesi o non parentesi, il titolo italiano è fuorviante: Tom e Sole non stanno insieme 500 giorni, ci sono 500 giorni di Summer, cioè il nome in originale di Sole, che fa il paio con quello di Autumn, personaggio che compare nel finale, tradotto da noi in Luna. Anche la pellicola è volutamente fuorviante: la voce narrante, all’inizio, avverte che non è una storia d’amore. Invece lo è, eccome, solo che, in modo originale, i tre esordienti (il regista che viene dai video musicali e i due sceneggiatori, Scott Neustadter e Michael H. Weber) vogliono spostare l’attenzione sugli scartati, quelli che in amore perdono. Tom Hansen ha un preciso punto di vista sulla relazione sentimentale, crede all’amore e, in un gioco ripetuto dalla scrittura anche in altri ambiti, i ruoli si invertono nel momento in cui il “maschio” allergico all’impegnarsi è Sole, mentre a sciorinare al fratello maggiore consigli maturi (nelle pause di una partita di rugby) è la sorellina. Gli autori riescono a rappresentare alla perfezione la situazione di chi perde la testa per una persona anticonformista, trovando negli occhi grandi, ingannevolmente dolci e complici di Zooey Deschanel la trappola perfetta per il cuore speranzoso, disilluso dalla generosità di un’energia travolgente che, tutto a un tratto, interrompe il suo flusso. A volte è paura d’amare: non in questo caso, come rileva un finale commovente e delicato degno di Breve Incontro. Ma l’opera è sul dolore di Tom, stemperato nell’ironica, iconoclasta costruzione filmica alla Jason Reitman (senza, però, certe sue soluzioni geniali e la sua generosità di idee), fra il conto alla rovescia dei 500 giorni che va avanti e indietro, gli split screen che appaiono aspettative e realtà, le canzoni pop britanniche amate da Tom, Il Laureato come nume tutelare e un’affettuosa presa in giro di Persona e Il Settimo Sigillo.