Video

WELCOME TO MONTERO

MONTERO (CALL ME BY YOUR NAME) – Lil Nas X
Diretto da Tanu Muino & Lil Nas X

Il clamore che ha suscitato Montero (Call Me By Your Name) – un good old-fashioned moral panic, come l’ha definito il New York Times – è aria fresca: reazioni, commenti, interpretazioni & revisioni, sono ossigeno per una videomusica finalmente al centro di un dibattito non parcellizzato (com’è di regola oggi), ma globale, come avveniva nella golden age: come allora un video costruito per far discutere centra l’obiettivo. Ci riesce perché – al di là dell’attesa (un brano annunciato da tempo, un album prossimo, bramato come pochi in questi anni) – si presenta come lavoro nello stesso tempo semplice e stratificato. Fruibile a un primo grado, ma aperto a letture alternative che, coinvolgendo argomenti sensibili (sessualità, morale, religione), favoriscono discussioni e dibattiti.
Il video è diretto dallo stesso Lil Nas X e da Tanu Muino, regista rivelazione dell’anno passato con Juro Que (ROSALÍA, ne scrivevo qui) e già autrice per Katy Perry di questa fantasia camp. Nel 2021 ha già lanciato la bomba Up per Cardi B, video che conferma tutte le qualità della regista (fantasia sfrenata, immaginario bizzarro, clip altamente scenografici – con uso di set reali o in chroma key a seconda delle esigenze -, disseminati di pacchianerie geniali, girati con camera sempre utilmente mobile e una gestione magistrale dei tempi).

Montero, dicevo, è semplice e stratificato. È semplice perché illustra in modo molto chiaro un percorso: Lil Nas X, come Adamo/Eva, si trova in una sorta di Eden dove viene tentato dal serpente; gli cede e ha con esso un rapporto sessuale. Sconta la colpa di quell’amplesso come un martire cristiano, venendo colpito a morte, in una gogna pubblica, ambientata in una sorta di Colosseo, ma in un’epoca ibrida (le parrucche ammiccano al Settecento e, si dice, anche al mondo dei Simpson): in un’intervista al Time l’artista ha sottolineato come il mix di tempi storici che caratterizza il video stia a indicare come la persecuzione di certe categorie di persone attraversi immutata tutte le epoche.
Mentre ascende al paradiso, si materializza un palo da lapdance, aggrappatosi al quale il Nostro precipita all’inferno: qui raggiunge Satana e, dopo averlo sedotto, lo elimina. Strappategli le corna, si autoincorona re degli inferi.


Stratificato perché, al di là della prima lettura, ci troviamo di fronte a un racconto allegorico nel quale Lil Nas X mette in scena un processo di costruzione della coscienza di sé: il protagonista, scoprendo la sua omosessualità (il rapporto col serpente), viene a contatto con l’altrui giudizio e con l’etica religiosa giudicante (la gogna, in cui muore colpito da un butt plug  – tanto per essere chiari -), trovandosi al bivio tra conformismo moralistico (il paradiso) e trasgressione (l’inferno).
Che di percorso interiore si tratta, lo si evince innanzitutto dal titolo della canzone (Montero, che fa riferimento al vero nome dell’artista: Montero Lamar Hill), e dal sottotitolo che, citando il film di Guadagnino (o il romanzo di Aciman), ribadisce il concetto (Call Me By Your Name): Montero, dunque, è il mondo “fatato” nel quale il video è ambientato. Nell’intro Lil Nas X dice: «Nella vita, nascondiamo le parti di noi stessi che non vogliamo che il mondo veda. Le rinchiudiamo. Diciamo loro no. Le bandiamo. Ma qui, non lo facciamo. Benvenuti a Montero». A Montero – dentro di Sé, dunque – Lil Nas X riconosce l’omosessualità. E cerca inizialmente di sfuggirle. Invano, perché in quel mondo che porta il suo nome, tutto lo riporta al confronto con se stesso: il serpente, le nuvole, i fiori sono tutti antropomorfi e rimandano la stessa immagine, la sua. Perché nel mondo di Montero Lamar Hill, tutto è lui. E al Sé non si sfugge [1].

Nel promo, dunque, tutti i personaggi sono interpretati dallo stesso Lil Nas X/ Montero Lamar Hill e quello che è un dato interpretabile come attinente alle circostanze pandemiche e al relativo protocollo sanitario, si rivela elemento narrativamente significativo: tutti i personaggi sono Nas perché tutte le istanze del racconto – l’omosessualità/serpente, la gogna/giudizio, l’assoluzione/paradiso e la condanna/Inferno – sono fantasmi mentali che egli ha affrontato: il video mette in scena – in un modo ironico, colorato, kitsch-pop e provocatorio – la lotta che l’artista ha dovuto combattere con se stesso per arrivare a viversi serenamente.
Non a caso il momento chiave è quello in cui si materializza il palo da lapdance [2] che (non credo di sovrainterpretare) ha anche un valore fallico, penetrando l’orifizio creato dalle dita di Lil Nas X.


Il momento chiave del video porta con sé anche l’interrogativo più importante: quella dell’inferno è una strada scelta? Se lo è, allora Montero parla di Nas come di una potenziale creatura celeste (e dunque moralmente normalizzata) che preferisce trasformarsi in figura sensuale, farsi soggetto attraente che agisce la propria sessualità (fino al provocante twerking – lì il video fa la Storia, distruggendo convenzioni –  che soggioga il diavolo). Se non è una scelta, allora la discesa agli inferi rappresenterebbe la strada additata della morale religiosa corrente che lo condanna senza alternative, una condanna alla quale l’artista reagisce autoproclamandosi re di quello che altri vedono come un peccato o un vizio.
Questa ambiguità, i simboli disseminati in ogni dove, le citazioni esplicite (persino il passaggio del Simposio di Platone in cui Aristofane espone il mito dell’androgino, appare inciso, in greco, sull’Albero della Vita: «quando dunque gli uomini primitivi furono così tagliati in due, ciascuna delle due parti desiderava ricongiungersi all’altra») rendono il video fruibile a più livelli (esperti hanno lodato la quantità e l’accuratezza dei riferimenti storici e religiosi).
Appassionante in ogni sequenza, evolvendo continuamente, inanellando situazioni che si collegano l’una all’altra, tutte diverse e tutte interessanti,
Montero somma la sovrabbondanza visiva di un Anaconda al potenziale politico di WAP – parlando anch’esso di affermazione di sé, liberazione sessuale, riappropriazione del desiderio e innescando un dibattito in tutto simile -, ma con una forza visiva e una continuità d’invenzione che vanno oltre i due video diretti da Colin Tilley.
Non c’è momento in cui il clip non proponga qualcosa allo spettatore, in un’epoca di video in cui il minutaggio a volte è un incubo da bruciare riciclando e variando l’unica ideuzza.

N.B. – Nulla dico della polemica satanica, delle sneakers col sangue umano e di tutto il restante bailamme fatto scatenare in occasione dell’uscita del video perché non mi compete, ma un riassunto lo trovate qui.

[1] A integrare il discorso una lettera resa pubblica da Lil Nas X in cui scrive al se stesso quattordicenne, ancora lontano dal coming out.

[2] Sulla polemica relativa a questo passaggio, e che investe il possibile plagio di Cellophane di FKA twigs diretto da Andrew Thomas Huang, quest’ultimo, lamentandosi del disinvolto modus operandi delle major, ha dichiarato che l’etichetta di Lil Nas X lo aveva contattato per dirigere il video e che aveva finito per reclutare, per la sequenza di lapdance, la stessa coreografa di Cellophane. Lil Nas X si è in seguito pubblicamente (e serenamente) confrontato con FKA twigs, che ha apprezzato e lodato il clip.
Ciò detto, la questione mi pare decisamente sopravvalutata: parliamo di una singola frazione di un video in cui succedono mille cose e che, concettualmente, punta in direzioni diverse. E di un’arte che dei fenomeni di tendenza fa uso, riciclo, citazione, rimessa in circolo da sempre.
E poi, cosa dovrebbe dire allora Ryan Staake che fece questo nel 2012?

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