Drammatico

WAITING FOR THE BARBARIANS

Titolo OriginaleWaiting for the Barbarians
NazioneItalia
Anno Produzione2019
Durata112'
Fotografia
Montaggio

TRAMA

Un magistrato, amministratore di un isolato avamposto di frontiera al confine di un impero senza nome, aspetta con impazienza la tranquillità della pensione, fino all’arrivo del colonnello Joll. Incaricato di riferire sulle attività dei barbari e sulla sicurezza al confine, Joll conduce una serie di spietati interrogatori. Il trattamento dei barbari per mano del colonnello e la tortura di una giovane donna barbara spingono il magistrato a una crisi di coscienza che lo porterà a compiere un atto di ribellione donchisciottesco.

RECENSIONI

Notizie di un imminente attacco da parte dei fantomatici barbari che si annidano tra le sabbie della frontiera spingono l’Impero a inviare lo spietato colonnello Joll nel tranquillo avamposto amministrato da un anonimo Magistrato, prima testimone impotente e poi vittima egli stesso delle torture con cui i soldati estorcono conferme agli indigeni. Le stagioni si susseguono, ma nessuna minaccia sembra concretizzarsi.
Dopo la nomination all’Oscar per il miglior film straniero di El abrazo de la serpiente e gli ottimi riscontri raccolti da Oro verde – C’era una volta in Colombia, arriva anche per Ciro Guerra il battesimo del fuoco della produzione internazionale (a larga partecipazione italiana, con Iervolino Entertainment) in lingua inglese e con star di rilievo. Se il soggetto di Waiting for the barbarians – adattamento dell’omonimo romanzo del Premio Nobel J.M. Coetzee, qui anche sceneggiatore – è a tutti gli effetti nelle corde del colombiano, che dell’attacco all’imperialismo e alla depauperante egemonia culturale ha fatto chiara cifra del suo cinema, si stenta a riconoscere la sua mano salda forse fin quasi al calcato, altrove capace di mantenere un non facile equilibrio tra la sottaciuta devozione verso drammaturgie e sintassi convenzionali e l’agguerrita e personale restituzione del dato antropologico, per lo più esente da esotismi predigeriti e di maniera.
La dimensione allegorica dell’avamposto smaterializzato in uno spaziotempo indefinito, che nel romanzo poteva efficacemente declinarsi a stigmatizzare non solo il regime dell’apartheid suo probabile soggetto, priva qui il regista per la prima volta di basi storiche su cui fondare la ricerca e finisce con l’inibirne la militanza a scapito dell’attualità del messaggio. Si insiste allora con poco guizzo sul trito paradosso della barbarie del ministro di civiltà – un finalmente calzante Johnny Depp caricaturale e monocromatico, con tanto di lenti nere ad offuscarne le vedute – opposta al fascino sepolto dello stato di natura, tradotto da una sedotta macchina da presa in immagini di una certa abbacinante bellezza ma inerti, imperscrutabili come le tavolette che il Magistrato tenta inutilmente di decifrare onde poi sposarne il panismo polisemico e venire dunque punito, oppure come gli occhi ciechi ma più di tutti inevitabilmente percettivi della ragazza indigena, nei quali egli si specchia, incapace di vedere oltre la propria amorevole immagine e intendere i sentimenti di lei. Questa insicurezza nell’approccio riverbera massima nella scrittura del finale, ove si sacrifica la sospensione beckettiana del romanzo e soprattutto della poesia di Kostantinos Kavafis cui esso si ispira – che dietro allo stile estremamente parco riusciva a celare richiami politici assai mordaci – a favore di una risoluzione meno aperta e più simile a quella de Il deserto dei tartari di Buzzati e poi Zurlini, di cui si condivide però poco altro oltre all’ambientazione. Così la comparsa teatrale dello sfavillante esercito dei barbari all’orizzonte non si traduce affatto in una parabola più incisiva (i civili barbari sono costretti a sopprimere i barbari invasori imperialisti e dunque la strumentalizzazione di nemici artefatti è genesi di nemici autentici?) e lascia l’impressione complessiva di un film fuori tempo massimo, radicato tanto quanto il suo avamposto in un’elegante ucronia (ovvi echi di David Lean e John Ford) che vuol essere lettrice del presente, ma troppo spesso ha calcati sul naso un paio di raffinati occhiali neri.