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VIDEO DELL’ANNO 2019: TOP 20

 

# 20
Yellow (Rich Brian)
diretto da Dave Meyers

Si torna a Dave Meyers, dopo aver deprecato la sua tendenza all’accumulo gratuito (vedi quanto detto a proposito di bad guy per Billie Eilish nella sezione sui video performance). Qui, invece, la solita roboante effettistica è tutta al servizio della narrazione e risulta davvero efficace. L’inizio sembra quello di un video performance atmosferico, con un racconto sottinteso, ma l’attacco orchestrale finale libererà il potenziale e scioglierà il non detto in una folata struggente di flashback, con un additivo di tensione e coinvolgimento innegabile. Cinematografico e visivamente potente: è il Meyers che mi piace di più.

# 19
Sucker (Jonas Brothers)
diretto da Anthony Mandler

King Mandler. Giochi di una corte moderna, debosciata e caciarona, kitsch che la metà basta. Sontuosa messa in scena, perfetta resa del brano (e che brano), scenografia, costumi, art direction come al solito di livello superiore. E un movimento, una verve, una giocosità… I Brothers (& Wives) in gita a Hatfield House nel video pop più bello dell’anno.
E c’è anche un (ancor più bello) director’s cut che raccoglie qualche milione di view anch’esso.
Riverenza.


# 18
God Control (Madonna)
diretto da Jonas Åkerlund

Madonna, a 60 anni, vuole definire in modo coerente un percorso videografico che, senza avere più l’incidenza di una volta, non ha comunque concorrenti per rilevanza, qualità, valore seminale. Lo fa guardando al nuovo più nuovo che c’è: Diana Kunst e Mau Morgó per Medellín (video molto bello e stratificato), Dark Ballet e Batuka diretti da Emmanuel Adjei (grande occhio, ma buono più per gli ad che per la videomusica: promo con costruzioni sempre carenti). Mentre affida la semplicità poetica di Crave a Nuno Xico, oramai collaboratore abituale (e sua personale scoperta). Alla fine, però, a vincere è la forza del connubio d’elezione: la chimica è chimica. Così col fedele Åkerlund (a cui deve anche l’ultimo guizzo davvero milionario della sua carriera – parliamo di view -) mette su un classico clip dei suoi, quasi un revival di quella tendenza alla provocazione studiata (pianificare la reazione è il suo modo paradossale di essere autentica) con annessa riflessione sul contemporaneo: sangue e violenza sulla pista da ballo, con un’inventiva e una convinzione che, in un altro tempo, avrebbero fatto gridare al capolavoro e allo scandalo. Ecco, questo video non tiene conto (o non vuole tenere conto) che quell’epoca è svanita (era un altro millennio…) e che la posta, in rete, è stata alzata al punto che non si può più pretendere di prendersi il piatto con queste carte. Solo chi ha occhi continuerà a godere e a divertirsi.

# 17
Be Someone (CamelPhat, Jake Bugg)
diretto da The Sacred Egg


Sempre molto eclettici The Sacred Egg stavolta alle prese con un bel narrativo che segue in montaggio alternato le storie di due gemelli dal momento in cui le loro strade si separano e decidono a tavolino di costruirsi un’identità (essere qualcuno, per l’appunto). Il video è in bianco e nero: bianco come una tonaca e nero come un giubbotto sono i destini che abbracceranno le vite dei due protagonisti. Ma, come avverte la canzone, «When you’re dressin’ up, still, it’s not enough». La storia è sostanzialmente la stessa per entrambi e si sviluppa in percorsi speculari, ma in contesti diversi: figure carismatiche, uno diventerà un musicista rock, l’altro un santone. L’uso della loro voce (il leit motiv del registratore) ammalia in diverso modo, in diverso modo crea proseliti e fan, ma in entrambi i casi conduce alla tracotanza tipica del narcisista che scopre di poter esercitare un potere sugli altri, agli eccessi che determina la progressiva perdita del controllo sulla propria esistenza. E alla morte. Click, il registratore si ferma.
Exploit tecnico e fotografico al pieno servizio dell’idea narrativa e che sorregge al meglio una traccia musicale superba.

# 16
bury a friend (Billie Eilish)
diretto da Michael Chaves


Eilish difficilmente sbaglia un clip ed è evidente come, nella diversità dei regist(r)i, riesca a imprimere un’impronta personalissima al suo discorso (non sorprende, dunque il suo debutto alla regia anche se con il primo passo falso della sua videografia, xanny).  In questo video performance si usano tutti gli stilemi, i topoi, gli standard dei film dell’orrore legati all’incubo notturno. Piegandoli allo scopo del promo, Chaves li colloca sul piano ritmico del brano, facendone figure coreografiche perfettamente armonizzate all’atmosfera musicale. Chapeau.

# 15
Exits (Foals)
diretto da Albert Moya

Una produzione CANADA vecchio stile, giocata sul citazionismo cinematografico (il filone paranoico e complottista anni 60-70, con un pizzico di Lanthimos) e sulla ricercatezza delle composizione visiva (il rigore filologico delle cromie e dei movimenti di macchina). Affascinante per come la narrazione retrofuturistica, pur enigmatica e cronologicamente frantumata, riesce a restituire una linea coerente senza concessione di un senso ultimo allo spettatore (al di là di un’evidente allusione alla Brexit). E per come Moya contestualizza con bella disinvoltura la performance del gruppo, senza inficiare l’equilibrio della storia.

# 14
Vossi Bop (Stormzy)
diretto da Henry Scholfield


Scholfield ha la capacità di inventarsi sempre un tricky video all’altezza dei precedenti: nel coreografico (soprattutto) e nel performativo è fortissimo (ne riparlo). Ne è dimostrazione piena questo clip, uno dei suoi massimi risultati, costruito sul senso della continuità tra le diverse sequenze – da un ambiente all’altro, da un quadro all’altro – garantito dalla fluida esibizione di Stormzy.
Video dell’anno agli UKMVA.

#13
Melody of Love (Hot Chip)
diretto da Nima Nourizadeh

Nourizadeh torna al videoclip e lo fa con i prediletti Hot Chip: Melody of Love si allinea perfettamente al lavoro già svolto col gruppo, con la consueta riproposizione ossessiva di un’idea di messa in scena (sotto forma di vero e proprio beat visivo), variata su cromie differenti e riposizionamenti strategici. Ma a imporsi è soprattutto un sottotesto inquietante che non viene mai esplicitato e che contrasta con la soavità della melodia. Il risultato è ipnotico e disturbante, a dominare una delicata angoscia.

# 12
Happens to the Heart (Leonard Cohen)
diretto da Daniel Askill

Pedinamento in un bosco di una figura che, cappotto e cappello, ricorda quella del cantautore canadese: si rivelerà invece una ragazza (Bobbi – già India – Salvör Menuez, attore genderqueer) che incrocerà sul cammino un monaco zen che le farà indossare una tonaca: meditando, arriverà a levitare. Stilizzazione di una frazione di vita di Cohen che negli anni 90 si ritirò per più di un lustro in un monastero in California. Askill allude a un percorso di transizione sessuale e, universalizzando l’esperienza, la estende a qualsiasi rito di passaggio. Lo fa con simbologia semplice, drammaturgia intensa e registro visivo di clinico nitore.

# 11
Miracle – Labrinth
diretto da Sacha Barbin


Migliore narrazione a chiave dell’anno, un genere che da un po’ non veniva realizzato a questi livelli (produce Division, del resto). Tra realtà e visione la storia di un ragazzo che sacrifica al desiderio di volare la propria immaginazione. La vende infatti al diavolo che la reclamerà una volta che il protagonista, divenuto una sorta di uomo-uccello, potrà librarsi in volo. Ma il bimbo, divinizzato e coperto di doni, sotto il peso della ricchezza ottenuta, non riuscirà più a sollevarsi da terra (il finale, anticipato nel flashforward iniziale). Parabola sul ricorrente discorso relativo al successo e al vuoto di valori che determina: così Labrinth incarna sia il diavolo sia il bambino ormai adulto che ripercorre i luoghi della narrazione – il che riporta tutto su un  piano di rappresentazione simbolica -.

# 10
Doin’ Time (Lana Del Rey)
diretto da Rich Lee

Santa Lana, mai che lanci un video banale o di puro servizio. Questo parte come un bel performativo-concettuale, con la nostra come una gigantessa che si aggira per la città (più che agli ovvi precedenti videomusicali, il riferimento chiave mi pare l’Anita Ekberg felliniana di Le tentazioni del dott. Antonio), per poi rivelarsi un clip narrativo in tre tempi e un intermezzo. Quindi dopo il primo atto, il video arretra di un livello, a mostrare le immagini come quelle di un fantasy proiettato in un drive-in, e concentrarsi sul racconto di un tradimento. Dopo l’intermezzo, in cui ci poniamo nell’ottica degli spettatori del film, l’enorme creatura esce dallo schermo (La rosa purpurea del Cairo?) per vendicare la tradita, suo alter ego. Clap clap.

# 9
You And I (Barns Courtney)
diretto da Pablo Maestres

Che Pablo Maestres sia una realtà consolidata del videomaking contemporaneo ce lo dicono non solo i suoi video, ma soprattutto la continuità stilistica degli stessi, una cifra già riconoscibile (il respiro di una narrazione che moltiplica livelli, l’attenzione all’aspetto scenografico, un uso tanto disinvolto quanto creativo degli effetti speciali, una palette vintage che profuma di pubblicità e cinema anni 50). Qui la ricerca dell’amata diventa un tourbillon con immagini ricorrenti che sconfina nell’onirico (è l’autore di Fantasia) e nell’ossessione. Il tutto con una levità, una girandola di trovate e con un gusto che lascia a bocca aperta. Maestres è un autore che guarda alla vecchia scuola: produzioni ricche, nessuna tentazione realistica, piena voce alle proprie fisse e nessun interesse per il trend video del momento (deo gratias).

# 8
Foreign Car (Kelsey Lu)
diretto da Vincent Haycock

Un anno convincente per Vincent Haycock che qui mette in scena una serie di quadri neosettecenteschi che, con il linguaggio della contemporaneità, rappresentano, stilizzandola, la vicenda di una gran dama ossequiata dal suo stuolo di maschi succubi. L’auto come una carrozza, gli amori cortigiani spiati da una videocamera, le frequentazioni maschili ritratte come cicisbei serventi, i fisici perfetti oggettificati, pronti all’uso, detersi in un autolavaggio. Il tutto con un senso spiccato della composizione figurativa che converte il video in una collezione di miniature decadenti e morbose.
L’altro lato di Solange: concreto, carnale, vivo.
Making of

# 7
Remains of Nothing (Archive)
diretto da NYSU

In un tempo videomusicale dominato dall’ossessione del reale, fa piacere che Nysu tenga ferma la sua poetica consegnata a una teatralità onirica e a orizzonti narrativi impossibili e visionari: lo fa con un dramma purgatoriale in 4 atti di impatto scenografico sontuoso che si muove tra l’austerità carnale di Jodorowsky, i trucchi (tele)visivi di Rybczynski e (soprattutto) certe derive pittorico-estetizzanti di Tarsem. Una trappola ottica ossessiva che imprigiona lo sguardo a ogni quadro, che non ha paura dell’enfasi e che si tiene a debita distanza da certo dominante orgoglio poveristico.
Archive+NYSU anche per l’angosciosa allucinazione di Erase.

# 6
State of Mind (Cora Novoa)
diretto da Alex Gargot


La perdita di un figlio, il disperato aggrapparsi della madre alla sua immagine, un legame che non si spezza: due livelli che camminano paralleli, quello della vita e quello dell’oltretomba. Mix di tendenze riconoscibili (soprattutto transalpine: tra quadri e ralenti gavrasiani e narrazioni cinematografiche à la Fleur & Manu), ma senza essere pedissequi, anzi, con una buona dose di originalità e con un taglio lievemente horror che dà forza e suggestione ai simboli (la rosa bianca che perde i petali).
Qui l’Act 1 diretto da Ana Libanez Lario.

# 5
Naeem (Bon Iver)
diretto da AG Rojas

L’apparizione miracolosa di un masso sospeso, al centro di una strada, spinge un uomo a deporre davanti alla pietra il corpo esanime del figlio (la morte) e una donna a bagnare il capo del proprio bimbo con l’acqua che sgorga dalla spaccatura della roccia (la vita). AG Rojas si fa interprete di una visione panteistica, non antropocentrica, in cui divinità e mondo si identificano: di qui l’accostarsi al prodigio con rispetto fiducioso, quello che nasce da una concezione di coesistenza responsabile tra uomo e natura. Non è un caso che il padre dell’incipit e la madre che bagna il figlio siano nativi, appartenenti a una cultura che vive in forte connessione con la madre terra. E che la donna che inveisce sia bianca, quindi riconducibile a una condizione di privilegio e a un atteggiamento di chiusura e sopraffazione. Rojas evoca figure legate alla cristianità (il corpo deposto sul selciato, evidentemente cristologico; il fonte battesimale), ma solo per riformularle trasversali e libere da dogmi e codici predefiniti, perché a trionfare sia un concetto di sacralità universale.

# 4
Graveyard (Helsey)
Diretto da Anton Tammi

Tammi, che segnalai come rivelazione del 2018, è un talento vero, uno che crea qualcosa in ogni sequenza, seguendo coerentemente il filo conduttore designato e traducendolo in immagini (movimenti di macchina, uso delle luci e della palette cromatica sono sempre fantasiosi e funzionali al discorso): qui la metafora semplicissima dell’innamoramento (il luna park notturno illuminato) che è giostra di colori e felicità, fase in cui si guarda l’altra persona idealizzandola, senza percepirne i difetti. Sarà l’ingresso nell’acquario (quindi nelle profondità dell’animo, superando l’impressione della superficie) a determinare il letterale bagno di realtà che fa sparire la persona che ci si è figurati per mostrarla per quel che è. Il luna park si spegne, è mattino, tutto è freddo e incolore metallo, l’illusione è sfumata. Narrazione che si incastra in un contesto di connotazione simbolica precisissima, esaltata dal taglio registico, nello stesso tempo denso e pulito, mai inutilmente arzigogolato.
Che bomba.
Anticipato da questo video, danzato da Helsey col fratello (e diretto da Tammi e dall’autrice della coreografia Dani Vitale).
Le qualità visive di Tammi sono confermate nella non esaltante narrazione di Heartless per il sempre amato The Weeknd, strafatto a Las Vegas.

# 3
Beograd (SebastiAn)
diretto da So Me

Ci voleva il ritorno di SebastiAn per potersi rituffare in un progetto di uno dei videomaker (definizione limitante, stante il soggetto) che amiamo di più. E l’attesa è valsa perché So Me porta a casa uno dei risultati più alti e ispirati di questa annata. Trascinato da SebastiAn in un viaggio alla ricerca delle proprie radici (serbe), offre questo spaccato aspro e stilizzato di un’umanità locale, quella di Belgrado, posseduta dalla danza, infine tutta convergente nel catino-discoteca finale. Nelle more siparietti, coreografie embrionali, una narrazione sottintesa, docu-tableau di desolazione smisurata. E lo stile riconoscibile (quelle sue ricognizioni hanno fatto proseliti) cattura il vero e lo mette in una cornice sociale-dolorosa (ma senza dolorismo), con sincerità e leggerezza.

# 2
Woman (Karen O & Danger Mouse)
diretto da Spike Jonze

È quando vedi cose come questa – Spike Jonze che replica il suo esperimento del video in diretta con performance dal vivo, durante un programma televisivo (ma stavolta, a differenza di Afterlife, è dietro la camera e lo gira in piano-sequenza) – che capisci quanta necessità c’è oggi, un’epoca in cui la videomusica annaspa in una valanga di immagini tutte uguali, di un talento vero, che le forme riesca anche a inventarle.
Altri pianeti, altri orgasmi.
Making of.

# 1
Light Years (The National)
diretto da Mike Mills

È la storia di una donna (Alicia Vikander) attraverso gli anni: la vita, dolori e gioie, scorre in un bianco e nero che dipinge poeticamente le vicende come se appartenessero a un’epoca imprecisata, a un tempo unico e indistinto, in cui la protagonista, dall’infanzia alla vecchiaia, non cambia mai. Ogni dettaglio, intanto, diventa il potente racconto di un’emozione: come quel divano che dice, con semplice verità, di un vuoto, dopo la morte del marito. Scritto e diretto da Mike Mills, è costola di un più ampio progetto filmografico (I Am Easy To Find). Capolavoro.
Parentesi personale: mai amati The National. Ma Light Years l’ho ascoltata a raffica nel 2019. Perché è un bel brano? Forse, ma soprattutto perché, dopo l’uscita del clip, quelle note le ho legate indissolubilmente alle immagini di Mills. Quando il clip “suona” insieme alla canzone, si innesca una magia:  ecco cosa può valere, da tanti punti di vista (espressivo e artistico, certo, ma anche commerciale), un lucido progetto video legato all’operazione discografica. Un esempio per tutti.

COMMISSIONING ARTIST
SebastiAn


Sono francese e figo, ho gli amici giusti, faccio una musica che spacca e non sbaglio un video.
Il poker d’assi che fa saltare il tavolo:
Thirst diretto da Gaspar Noé
Beograd diretto da So Me
Run For Me diretto da Todd Tourso
Sober diretto da Nathalie Canguilhem
Chi quest’anno può vantare di più parli adesso o taccia per sempre.

REGISTA
Henry Scholfield

Si sarebbe meritato la menzione anche soltanto per la puntualità con la quale ricorre in questi consuntivi, ma questo è stato il suo anno, e allora riconosciamogli il primato.
Scholfield guarda da sempre al coreografico, ma conferendogli uno stile preciso in base al discorso da fare (sembra una banalità, ma non lo è, soprattutto nel video contemporaneo che tende ad applicare formule a volte in base a semplici automatismi). E sovverte le regole del genere, sì, ma dopo averne delineato con chiarezza il campo: così si apprezza da un lato l’aspetto normativo e dall’altro la sua violazione (che si tinge quasi sempre di una forte dose di autocoscienza). Ma soprattutto fa aderire la danza alle movenze proprie dell’artista con cui collabora e la mette in scena in modo coerente col suo mondo. Queste caratteristiche spiegano l’efficacia del suo lavoro, la fluidità dei suoi promo, a prescindere dall’inventiva scenica (notevolissima) e dall’uso intelligente dei ritrovati tecnologici (il clip di Billie Eilish dell’anno scorso; o Shameless di Camila Cabello di quest’anno che gioca sui suoi soliti talenti, ma in un contesto meno asettico e più sanguigno che si adatta alla perfezione alla star). È quanto avviene, in un contesto non danzereccio, ma di principio niente affatto diverso, per il performativo. Ne siano dimostrazione il già citato Vossi Bop e il successivo Sound of the Skeng per Stormzy.
Ma che Scholfield le idee le avesse chiare da sempre lo diceva questo vecchio commercial.

Altri:
Vincent Haycock, Wolf Haley

Rivelazione:
Max Siedentopf

TITOLI DI CODA

Horse (Salvatore Ganacci)
diretto da Vedran Rupic
Una delle cose più assurde che si siano viste quest’anno nell’universo mondo.

Bad Liar (Imagine Dragons)
diretto da Ryan Reichenfeld
Coreografia + performance e una linea narrativa enigmatica.

Ordinary Pleasure (Toro Y Moi)
diretto da Mancy Gant
In pianosequenza un’escursione nella colorata factory dell’artista.

Akindo Fighter (Emiko Shibamura)
diretto da Michael Laubert, Daniel Merlot
Esagerare come poetica.

Racks on Racks (Lil Pump)
diretto da BRTHR
Tutto quello che ci si può ragionevolmente aspettare dal collettivo americano: un organizzatissimo delirio grafico.

Tudo Bom (Static & Ben El with J Balvin)
diretto da Carlos Lopez Estrada, Jeff Desom
La solita bella cafonata di Estrada & c.

1 Sided Love (blackbear)
diretto da Malia James
Carrello circolare + Motion Control per raccontare l’evoluzione di una relazione d’amore. Niente di nuovo, ma molto ben fatto.

Good Guy (Eminem ft. Jessie Reyez)
diretto da Peter Huang
Comincia come una revenge story, ma il finale metterà in luce che la questione è maledettamente complicata.

CAN’T SAY (Travis Scott)
diretto da Nathalie Canguilhem
Il miglior video dall’album di Scott: clip-commercial benedetto da Yves Saint-Laurent.

Land of the Free (The Killers)
diretto da Spike Lee

When Am I Gonna Lose You (Local Natives)
diretto da Van Alpert
Kate Mara rappresenta i molti volti della solitudine femminile. Visivamente molto curato, ma gira a vuoto.

Eternal (Holly Herndon)
diretto da Mathew Dryhurst
Artisti visivi e performativi, Herndon & Dryhurst danno vita a una nuova, ardita sperimentazione multimediale.

Sunflower (Vampire Weekend)
diretto da Jonah Hill
Hill segue la gita newyorkese di Ezra Koenig e delle sue eminenti comparse in un girevole multischermo di cui si cerca un vero perché.

100 Bad Days (AJR)
d
iretto da Tim Nackashi
Bella l’orgia di visual effects. 5 secondi.

Late Night Feelings (Mark Ronson feat. Lykke Li)
diretto da JP CHARTRAND
Fantasia domestiche anni 70: Lykke Li sogna il suo idolo Mark Ronson fino a immaginare di esibirsi con lui in uno show televisivo.

La La Land (Bryce Vine ft. YG)
diretto da James Larese
Los Angeles come il set di un film, come un il set di un trip.

Old Town Road (Lil Nas X feat. Billy Ray Cyrus)
diretto da CALMATIC
Dal Far West al quartiere in un salto di tempo e genere che sconfina poi nella coreografia a tema per il brano dei record.

Lately (Metronomy)
diretto da Joseph Mount
Come in una favola, la magia effimera della musica.

Rescue Me (OneRepublic)
diretto da Christian Lamb
Tipo Stranger Things, solo che, per fortuna, dura meno.

Easier (5 Seconds Of Summer)
diretto da Grant Singer
Performance con sottotesto narrativo. Lo stile di Singer sempre una tacca sopra gli altri.

Glad He’s Gone (Tove Lo)
diretto da Vania Heymann and Gal Muggia
Un bel ritorno per Heymann e Muggia, con uno dei video più divertenti dell’anno. Non anticipo nulla.

Press (Cardi B)
diretto da Jora Frantzis
Provocazione calcolata (militanza, violenza, nudità). Ma la coreografia naked ha il suo perché (anche se/perché sfumata a dovere nei punti chiave).

Sanctuary (joji)
diretto da Eoin Glaister
Carino questo omaggio alla fantascienza serie Z.

Mercedes Marxist (Idles)
diretto da 32
L’ennesima ribellione covata in seno da un uomo comune alienato. Che dà di testa, a ritmo. Bello.

Natural Born Killers (James Massiah)
diretto da Ian Pons Jewell
C’è sempre qualcosa di così densamente disturbante e serio nei video visionari di Jewell, anche quando c’è un’ironia di fondo (6am di Beardyman).

Virtuous Circle (Jordan Klassen)
d
iretto da Farhad Ghaderi
Il rapporto tra due fratelli. Il più grande istruisce e prepara a una competizione (e alla vita) il più piccolo. Con Antoine Olivier Pilon, il protagonista di Mommy di Dolan.

Joseph in the Bathroom (Sam Tudor)
diretto da Lucas Hrubizna
Inquietudine a scuola, ma c’è un colpo di scena finale. Molto ben costruito e con una messa in scena di grande effetto.

10/10 (Rex Orange County)
diretto da Warren Fu
Warren Fu sempre molto leggero e godibile.

Don’t Start Now (Dua Lipa)
diretto da Nabil
Toh chi si rivede, un Nabil trend zero years.

Mile High (James Blake feat. Travis Scott & Metro Boomin)
diretto da Nabil
David Lynch + Jordan Peele

 

Video dell’anno 2019: tutte le categorie

Video dell’anno 2018