TUTTO PUO’ CAMBIARE

Titolo OriginaleBegin Again
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2013
Genere
  • 66537
Durata101'
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Scenografia

TRAMA

Greta e il suo storico fidanzato Dave, entrambi inglesi, si conoscono fin dai tempi del college e suonano insieme. Quando lui ottiene un contratto discografico da una major partono insieme alla volta di New York, ma il successo, e una nuova conquista, portano la coppia alla rottura. Greta trova ospitalità da un amico ma ha intenzione di tornare presto a casa. La svolta arriva quando Dan, un produttore discografico fresco di licenziamento, la sente cantare in un locale dell’East Village e viene conquistato dal suo talento.

RECENSIONI


Greta è una ragazza inglese a New York, cantautrice in erba, che viene notata da un produttore discografico. La situazione di partenza lascia presagire cliché a profusione e si intravedono già, dietro le prevedibili discese, le immancabili risalite, fino a una conclusione che solo lieta potrà essere. L’abilità dell’irlandese John Carney (assurto alla ribalta internazionale grazie al successo di Once) è nell’agire da prestigiatore, per cui le premesse vengono completamente mantenute dando però l’idea che siano state disattese. Lo scopo è raggiunto grazie a una buona sceneggiatura (la non linearità e alcune trovate donano verve al racconto) e alla capacità di aggirare con intelligenza e sobrietà molti dei luoghi comuni che il soggetto implica. 


Per cui il sogno della ragazza non è quello di sfondare nel mercato discografico e diventare una diva multimiliardaria, ma fare qualcosa in cui crede, amare ed essere riamata, possibilmente dal fidanzato, star della musica in rapida ascesa da cui è appena stata mollata; e il produttore è sì un grande nome del settore, ma anche un padre e marito assente che è appena stato licenziato perché non più in grado di produrre successi. Poi, siamo a New York, il luogo prediletto dalle seconde opportunità, una città miraggio dove tutto è possibile, per cui i sogni sono destinati inevitabilmente a realizzarsi, se non quelli che ci si era prefissati, quelli che la vita, con le sue vicissitudini, ha reso più appetibili e prossimi alla concretezza. 


E così il film diventa una commedia gentile, di quelle in cui ogni cinismo è bandito, la credibilità scricchiola ma tutto sommato regge, gli stereotipi ci sono tutti ma vengono cavalcati (pensiamo all’amico ciccio che si accontenta come sempre del ruolo di carta da parati, o ai contrasti culturali Gran Bretagna/U.S.A. alla base del differente approccio della “strana” coppia protagonista) e vincere, essere i migliori, superare gli altri, sono più effetti collaterali che obiettivi. Ciò che conta, pare sostenere il film, è essere fedeli a se stessi e ai propri ideali. In tal senso i due protagonisti non cambiano affatto durante il film, ma sono le cose intorno che si modificano in seguito alla loro capacità di non tradirsi, di non cedere più di tanto ai compromessi, alle logiche di altri che rischiano di inquinare i progetti di vita. Una rigidità discutibile, perché non sempre vincente, ma in questo caso salvifica.


Lei dilettante allo sbaraglio, ingenua ma con i piedi per terra. Lui talentuoso, cocciuto e molto piacione. Entrambi idealisti e sognatori, ed è proprio nella leggerezza del non prendersi troppo sul serio, nell’osare l’impensabile che trovano un terreno comune in cui dare sfogo alla propria creatività. Oltre che, naturalmente, nel tappeto sonoro che li accompagna nel quotidiano. Un amore, quello per la musica, che permea il film dalla prima all’ultima inquadratura. La musica, infatti, non solo quella folk cantata e scritta da Greta, finisce per essere molto più di un mero commento alle immagini o dell’efficacia di una  performance, ma diventa protagonista trasversale spesso risolutrice di molte sequenze. È attraverso una canzone che Greta scopre il tradimento del fidanzato. È grazie allo scambio delle reciproche playlist che i due protagonisti entrano in profonda intimità, e sono le esibizioni live a trasformare New York in una sala di registrazione en plein air


Poi è vero che di soldi si parla ma non diventano mai un fine o un problema perché in fondo non lo sono veramente per nessuno dei due protagonisti, ma è anche vero che altri personaggi in soggetti analoghi avrebbero ingigantito le mancanze finendo per fondare sugli aspetti economici i loro sforzi e il loro riscatto. È vero pure che per dare a ognuno adeguato risalto si finisce per esagerare, pensiamo all’evoluzione della figlia da buzzicona irrisolta a chitarrista in tailleur, ma è pur sempre una sorta di favola metropolitana e chiudere un occhio non è affatto difficile. 


Perfetti gli interpreti: Keira Knightley è adorabile, non stona come cantante un po’ legnosetta come richiesto dal ruolo e le basta uno sguardo per dare sostanza a uno stato d’animo; Mark Ruffalo, eterno “l’ho già visto, ah sì è Hulk, ma non ricordo come si chiama”, è una forza della natura dalla passionalità contagiosa e Adam Levine, più noto come frontman e chitarrista del gruppo musicale Maroon 5 che come attore, non sfigura tra i due. Un film quindi simpatico, brioso, in grado anche di dire delle cose, sulla vita e sull’industria discografica, a suo modo originale nel rispettare e disattendere le convenzioni del genere, sempre a un passo dall’impantanarsi ma abile nell’evitarlo. Insomma, se non fosse ormai non spendibile in quanto anticamera del qualunquismo e della superficialità si potrebbe riesumare l’aggettivo “carino”. Fatto!