Commedia

TROPPA GRAZIA

TRAMA

Lucia è una geometra specializzata in rilevamenti catastali, nota per la pignoleria con cui insiste nel “fare le cose per bene”. La sua vita, però, è tutto fuorché precisa: a 18 anni ha avuto una figlia, Rosa, da un amore passeggero; ha appena chiuso una relazione pluriennale con Arturo; il suo lavoro precario non basta ad arrivare a fine mese. Approfittando della sua vulnerabilità economica, Paolo, il sindaco del paese, le affida il compito di effettuare un rilevamento su un terreno dove un imprenditore vuole costruire un impero immobiliare.

RECENSIONI

Dalle parti del realismo magico, fra la Amélie Poulain di Jeanne-Pierre Jeunet e l'ingenuo protagonista di Lazzaro felice, sta il cinema di Gianni Zanasi. Dice bene Roy Menarini, nel suo approfondimento per mymovies.it: “Gianni Zanasi, modenese, [che] con atteggiamento di emiliana surrealtà ha cocciutamente inseguito un cinema di minorità al tempo stesso emozionante e scombinato, pieno di idee non convenzionali e privo di ambizioni eccessive”. Non pensarci (2007), La felicità è un sistema complesso (2015) e Troppa grazia (2018) – per citare i titoli più maturi della sua filmografia – decostruiscono e sfuggono, aggirano e ribaltano gli stereotipi, a caccia di visioni oblique e non omologate che sappiano anche dialogare con la nostra contemporaneità e con la nostra società. Fra le righe, naturalmente, mentre si raccontano storie particolari e bizzarre che giocano coi paradossi della verosimiglianza. Il rocker Stefano di allora (interpretato da Valerio Mastandrea, come il successivo tagliatore di teste Enrico) corrisponde alla geometra Lucia (una luminosa e insolita Alba Rohrwacher) di oggi: un personaggio in crisi e vagamente in cerca di autore, scheggia impazzita di un sistema – economico, umano – che rigetta e guarda con diffidenza. Le sceneggiature centripete di Zanasi (spesso scritte a più mani, e nel caso di Troppa grazia sono addirittura otto) sono viaggi imprevedibili, che chiedono allo spettatore uno sforzo maggiore rispetto alla norma – al ribasso – cui siamo avvezzi, nel nome di una libertà creativa che promette appagamento e arricchimento. Siamo abituati alla perfetta quadratura del cerchio, è vero, al racconto circolare che quasi prendendoci per mano ci accompagna ad una morale finale univoca ed equilibrata che incastra alla perfezione tutti i pezzi del mosaico. Per questo il coraggio anarchico di Zanasi va sempre apprezzato e stimato, quasi a scatola chiusa, anche quando i suoi lavori ci sembrano meno ispirati e riusciti: perché irride e boicotta i luoghi comuni.

Con la sua messinscena disturbante e i suoi dialoghi interrotti o grottescamente superficiali (o, all'opposto, insensatamente grevi), la storia della giovane madre precaria che vede la Madonna richiede in chi guarda un enorme atto di (ehm) fede: per salire sulla giostra occorre accantonare la logica – mentre tutti i personaggi di contorno sembrano invitarci alla razionalità – e seguire i voli pindarici di una narrazione straniante che procede a strappi e per accumulo di situazioni. Ci si potrebbe domandare chi è l'allucinazione di chi: è Lucia, in un momento infelice della sua vita, a vedere la Santa Vergine che le intima di costruire una chiesa, o è Maria di Nazareth a incontrare lungo il suo cammino un essere profondamente terreno e miscredente (“Sono la madre di Dio”, “Sì certo... già è tanto essere una madre guarda”) che rifiuta i suoi insegnamenti, costringendola – letteralmente – a venire alle mani? All'interno di questa forbice, che porta sia all'astrattismo che alla fisicità, sia alla spiritualità che al pragmatismo, sono contenute la cifra formale e la dimensione di un film stralunato e fragilissimo, a volte sciocco e a volte profondissimo. Una pellicola che spesso si perde e altrettanto spesso stecca, ma che si mantiene viva grazie ai suoi poetici primi piani, alla sua onnipresente musica (su cui spesso sfumano anche i dialoghi) e alla sua brillante e rotonda fotografia (opera di Vladan Radovic, già collaboratore fra gli altri di Francesco Munzi e Paolo Virzì). Nell'ordinario e nel quotidiano, la straordinarietà è sotto i nostri occhi, anzi sovente parte da noi stessi. Il mondo resta lo stesso, semmai è il nostro sguardo che deve cambiare, scrutando le cose in modo nuovo e diverso. Come dicono I Cani in colonna sonora, nella tanto splendida quanto inaspettata Nascosta in piena vista (che apre e accompagna i titoli di coda): “Dentro i fili d'erba / Tra le crepe dell'asfalto / Nello spazio vuoto / Tra ogni sassolino e l'altro / Ho creduto di vedere anch'io / Qualcosa che non c'è”.