Thriller

THE HOLE (2001)

Titolo OriginaleThe Hole
NazioneGran Bretagna
Anno Produzione2001
Genere
Durata102'
Tratto dadal romanzo After the Hole di Guy Burt
Fotografia
Montaggio

TRAMA

Una giovane studentessa di una prestigiosa scuola inglese sopravvive a una traumatica esperienza condivisa con alcuni amici: svariati giorni rinchiusi in una specie di bunker sotterraneo non lontano dalla scuola. Con l’aiuto di una psicologa cerca di ricordare cosa e’ realmente accaduto in quel periodo di segregazione e …

RECENSIONI

Una ragazza sanguinante si trascina lungo una strada alberata e raggiunge un'elegante scuola in stile vittoriano. In questa prima sequenza, inframmezzata dai bei titoli di testa, e' riassunto il principale difetto del film: la mancanza di credibilita'. Difetto che riguarda, alternativamente, sia alcune approssimazioni nella messa in scena che parecchi buchi logici nella sceneggiatura.
Il tema dominante e' quello dell'ossessione amorosa ed e' sicuramente l'aspetto piu' interessante del film, mentre la virata thriller, pur funzionando sul piano della tensione, vede la maggior parte delle situazioni risolversi in modo piu' meccanico che verosimile. Inoltre la narrazione, pur intrigante per i continui cambi del punto di vista della vicenda, gioca sporco, perche' priva lo spettatore di informazioni di cui tutti i personaggi sono a conoscenza. Il risultato e' una crescente sensazione di gioco, in fondo divertente, ma assai fine a se stesso, in cui l'effetto sembra prevalere sulla causa. L'unico personaggio motivato e sfaccettato e' quello della protagonista, a cui Thora Birch (non sempre diretta a dovere) presta il suo viso fresco ed enigmatico, mentre gli altri ruoli non escono dai confini dello stereotipo: ragazzotti belli, ricchi e sciocchi, come nella maggior parte degli horror americani degli ultimi anni a target teen-ager.
"The hole" mescola quindi alcuni ingredienti sempre piu' frequenti nelle recenti produzioni cinematografiche: la mancanza di valori in cui credere, l'assenza della famiglia nella crescita dei figli (bella ma poco credibile, al riguardo, l'immagine della madre della protagonista sempre in lontananza), il trionfo dell'apparenza e un tocco horror che non guasta mai. L'insieme si lascia seguire, ma bandito ogni approfondimento sociologico, il thriller mostra presto la corda. Resta una domanda: l'arte imita la vita o piuttosto impone modelli artefatti spacciandoli per veri?

Tratto dal romanzo After the hole, pubblicato nel '93 e scritto dall'allora diciassettenne Guy Bart, l'opera seconda di Nick Hamm percorre, con dignità e cognizione di causa, le trafficate strade del Thriller venato d'Orrori e Spaventi. Inizia bene, ex abrupto, con Thora Birch inebetita e insanguinata che caracolla alla ricerca di un telefono, lo trova, grida e dà inizio alle danze (macabre). La segue/spia una cinepresa nervosa e misteriosa a un tempo, da manuale del Giovane Regista di Paura, che azzarda anche accenni di regia con la R maiuscola (ma moscia, perché derivativa, "giovane" e un po' trendy): improvvise accelerazioni di sguardo, brusche frenate, ripartenze sinuose… very FightClub-ish. Certo Hamm non è Fincher, ma la fortuna (sua e nostra) è che evidentemente lo sa e dunque limita vezzi e lustrini da Director ai primi minuti di pellicola, evitando di tediarci, nel prosieguo, con personalizzazioni registiche poco personali. Ben fatto. Come ben fatto è il dipanarsi della trama, edificata sui collaudati ma efficaci pilastri della narrazione "multiangolo", dove più verità soggettive allontanano e avvicinano lo spettatore alla Verità da ricostruire. L'impianto, dunque, sembra solido: la regia fa il suo dovere, la tensione drammatico-narrativa c'è, l'attenzione della platea pure. Poi qualcosa inizia a scricchiolare e minaccia di rompersi. La prima avvisaglia la si ha nel momento in cui la sceneggiatura confessa, con allarmante candore, di averci fatto uno scherzetto; all'inizio si sente infatti il commento di un telegiornale che recita -finalmente ritrovati i ragazzi scomparsi…- "vivi" aggiunge l'inconscio dello spettatore in buona fede, invece… Da qui in poi la suspension of disbelief si sospende, ed è un male che proprio nel momento in cui lo spettatore è meno propenso a perdonare magagne, incoerenze e forzature, il film dia il suo (di)sgraziato colpo di grazia. Il colpo in questione altro non è che una fuga, comoda e vagamente codarda, nelle sicure spire della follia della protagonista. Il personaggio della Birch, che scopriamo alfine furioso d'amore, ha potuto, può e potrà fare/dire tutto. L'intrigante e intricata (im)possibilità di dare forma coerente alla vicenda, di far combaciare i tasselli della storia è cioè sublimata in una variabile (letteralmente) impazzita che tutto giustifica e tutto ri-ordina in base alla propria (il)logica (in)coerenza; la stessa variabile che, guarda caso, è ormai unica voce narrante, deus ex machina nonché primo (e unico) motore mobile della storia. Troppo facile. Si giunge così a fine proiezione disillusi e delusi, senza troppa voglia di chiedersi se sia davvero credibile che la Nostra possa farla franca dopo tutto quello che ha combinato… la psicologa non potrebbe semplicemente raccontare la verità appena rivelatale? Non lo fa, ma perché non lo fa? Teme (luci)ferine vendette della ragazza? Ne è in qualche modo affascinata? Ne compatisce le pene d'amor perito? Ma soprattutto: questa (ipotetica) polisemia del finale è voluta o è il risultato di una sceneggiatura vieppiù in-voluta? Eppure, e ci si sorprende nel constatarlo, è innegabile che un po' di fascino "inerziale" si trascini (e ci trascini) fino ai titoli di coda, merito di attori perfettamente in parte (Thora Birch è definitivamente in odore di beatificazione… sarà tra brevissimo Santa Iconagenerazionale) e di un regista che anche nei momenti (di scrittura) difficili non perde lucidità e finge, stoico, di continuare a credere in ciò che dice, mostra, racconta. E forse, per il bene della visione, conviene assecondarlo…

Lui aspetta, tetro e silenzioso. Ti guarda. E' pronto ad inghiottirti. E' il buco di Nick Hamm, che fortunatamente non si rivela tale a livello cinematografico, presentando anzi un prodotto estremamente interessante. Thora Birch aveva recitato nel pluridecorato "American Beauty" ma, a dir la verità, in quel caso, offuscata da un Kevin Spacey zampillante di talento a braccetto con Annette Bening in forma stellare, la sua presenza era quasi passata in secondo piano. Adesso invece è innegabile; nasce una stellina, che regala anche una ventata di giovinezza all'affollato firmamento cinematografico dei mostri sacri, assolutamente indiscutibili ma già parecchio in avanti con l'età. Questa ragazza ha qualità recitative che stupiscono, capace di illuminare di luce propria un personaggio altrimenti intrappolato per metà nella gabbia dello stereotipo. Tra le altre valide interpretazioni, le tiene testa soltanto la mimica nervosa e gli occhi strabuzzati di Daniel Brocklebank (nel film è Martin), che dopo una modesta parte nel sonnolento "Shakespeare in love" rilancia pienamente le sue doti. Di solito, nel cinema il termine "stereotipo" è utilizzato nel suo significato più deteriore, ma assistendo alla proiezione di un film come "The hole" mi rendo conto che i personaggi precostruiti rivendicano una loro utilità. Infatti il cast di attori resta sempre piacevolmente in bilico; imprimono una certa autorevolezza alle loro figure (per intenderci: non è la solita quadriglia vincente-amico del vincente-amica sfigata-zoccoletta), però non danno mai l'impressione di trasformarsi in ribelli dello schermo, portandosi sopra le righe nella smania di strafare. In questo senso anche Nick Hamm sfoggia la sua abilità, anche se per il futuro deve assolutamente assimilare alcune gocce di mestiere, per completare la classica quadratura del cerchio. Infatti, in alcuni casi sembra spingersi un pò troppo in avanti, rimanendo intrappolato - lui che è inglese - nella letale ragnatela hollywoodiana; il procedimento che regge in piedi parte del film, cioé le opposte versioni dei protagonisti, è ormai un cliché, portato al successo da Brian Singer ne "I soliti sospetti" ma già adottato addirittura da un cineasta del calibro di Kurosawa, nell'ottimo "Rashomon". Inoltre, la scena della sanguinolenta dipartita di Mike è quantomeno inverosimile (eufemismo). A compensare almeno un paio di cali di stile all'interno della pellicola, ci sono dei momenti azzeccati, da ricordare. Prendiamo per esempio la vita scolastica, descritta da Liz e da Martin; Hamm gioca bene una carta difficile su un argomento scottante e fin troppo banalizzato da vari cori retorici, offrendo delle riflessioni realmente stuzzicanti. Poi c'è quel finale: una coltellata nella schiena allo spettatore, che esce dalla sala con un sapore amaro sulla lingua. A Hollywood nessun produttore che ci tiene al posto di lavoro avrebbe avvallato una conclusione del genere; invece ecco una chiusura feroce, sleale, disturbante, che più anticonsolatoria non mi sarei potuto immaginare.
Questo non è un film horror, ma non è neanche propriamente un thriller; sterza in quella direzione in alcuni tratti, senza però mai imboccare la curva in maniera troppo convincente. Semplicemente, non è questo che voleva ottenere il regista. Al di là del plot, dell'angoscia che comunque gronda come una pioggia nera sulla platea, "The hole" ci dice senza troppi fronzoli che la follia è là fuori. Mentre cammini per strada, incrociando un labirinto di sguardi ed espressioni, non ti rendi conto; uno di loro - uno qualunque - potrebbe essere uno psicopatico. Ecco il significato della pellicola: e questo mi fa decisamente più paura dei vari "Scream" e "So cosa hai fatto". Nick Hamm forse ha modellato un film giovanilistico, ma zeppo di cattivi pensieri e con due palle così. Non è trasgressione forzata, non è retorica e non è maniera. Peggio ancora: è realismo.