Horror

SUSPIRIA

TRAMA

1977. La ballerina americana Susue Bannion si trasferisce a Berlino per entrare a far parte della prestigiosa compagnia di ballo Markos Tanz Company. Che in realtà è una congrega di streghe.

RECENSIONI

Pare che Guadagnino abbia visto Suspiria di Dario Argento quando aveva 14 anni, che ne sia rimasto turbato/folgorato e che, con il suo Suspiria, volesse in qualche modo riprodurre (e indurre) quelle sensazioni. Che impressione deve aver fatto, Suspiria ’77, a un (si presume brillante e cinefilo) ragazzino di 14 anni? Probabile che ci abbia visto un Horror-non-Horror atipico, estetizzante, un po’ arbitrario nei suoi sviluppi narrativi, con un ritmo lento e meditabondo squarciato da (non molte) esplosioni di ferocia e violenza graficamente esplicita ma anche anti-realistica, posticcia, kitsch. A pensarci bene, forse, il regista palermitano è perfettamente riuscito nel suo intento.
Suspiria 2018 genera quegli stessi effetti per vie forse traverse ma coerenti con l’originale e, come dire, lecite. Si tratta di un film inclassificabile, talmente carico, da tutti i punti di vista, che finisce per affascinare e stordire. Ci sono molti rimandi registici ad Argento (composizione del quadro, plongée - vedi foto -, inquadrature inattese, deformazioni “focali”, stacchi sul dettaglio) ma anche criptonarrativi (l’enigmatico sorriso finale di Susy / Jessica Harper - la protagonista del Suspiria argentiano - ottiene una spiegazione ex post: anche lei era una strega). C’è, più in generale, molto cinema degli anni ’70 (alcuni movimenti di macchina un po’ sgraziati, zoomate ottiche povere). C’è tanto (dichiarato) Fassbinder (si veda la presenza di Ingrid Caven), nel modo in cui viene cinematografato il gineceo stregonesco, popolato di donne tormentate, complesse, combattive, c’è lo Zulawski di Possession, ci sono le Scarpette Rosse di Powell/Pressburger, ci sono attrici che innescano riferimenti significanti al cinema tedesco (la citata Caven, la Winkler che rimanda a Schloendorff)  e il Brian Yuzna gommoso e protesico di Society.

E c’è un affastellarsi di temi estranei – ma storicamente sottesi – al testo originale: le rivolte femministe, lo spettro della Guerra Fredda, il Muro, l’isteria del Controllo, il Terrorismo della banda Baader-Meinhoff, la Banalità del Male e gli insistiti rimandi al Terzo Reich, con la vicenda (non tanto) secondaria del Dottor Klemperer (Tilda Swinton sommersa di lattice) che assume un ruolo viepiù centrale e dice più di quello che sembra sulla Shoah e sulla/e Colpa/e. Ma si ha l’impressione che, elencando i rimandi e i riferimenti, si finisca solo per scalfire appena la superficie, del film di Guadagnino. O di cadere in un tranello. Di farsi trascinare in un film-labirinto nel quale c’è sicuramente troppo e non tutto finisce per essere intelligibile, per trovare una collocazione organica, coerente. Neanche l’horror si ritaglia uno spazio “sufficiente”: una sequenza inusuale e potente (il balletto spezza-articolazioni in montaggio alternato), un sabba finale parossistico e quasi cartoonesco in certi suoi risvolti (Ken Il Guerriero?) e un’altra sequenza piuttosto svogliata e/o autoparodica (quella con protagonista Sara/Mia Goth che finisce per fratturarsi le gambe) sono le uniche concessioni di Guadagnino al Genere.

L’impressione altrettanto forte, però, è che questo tutto, questo troppo un po’ caotico sia la conditio sine qua non del fascino di questo non-remake di Suspiria, che esiste perché c’è Suspiria ma potrebbe esistere anche senza Suspiria. E’ possibile, ma tutt’altro che certo, che più re-visioni potrebbero esplicitare i passaggi oscuri, le sottotrame per nulla sotto- (il rapporto di Susie con la madre menonnita) e chiarire la maggiore o minore gratuità di certe implicazioni pesanti (Terrorismo, Olocausto). Ma alla fine, è bello anche rimanere nel dubbio e lasciarsi circuire da centocinquanta minuti di immagini e suggestioni tematiche sfuggenti quanto potenti. Può sembrare una conclusione semplicistica, e non escludo che lo sia. Ma mi sembra l’unica possibile, la sola intellettualmente onesta. Quello di Guadagnino è un film denso fino al congestionato, stratificato fino al dispersivo e/ma sembra figlio di un paradosso: un’operazione molto cerebrale, pensata, studiata che però sembra rifiutare l’interpretazione/analisi esaustiva e, in realtà, chiede solo di essere esperita. Se si accetta questo patto non scritto con il film, la tentazione di infastidirsi per le troppe pretese o di utilizzare l’aggettivo arty in senso deteriore cede il passo alla proverbiale “gioia per gli occhi”. Ma anche per la mente, purché disposta a scendere a compromessi.