Drammatico

SOLE NEGLI OCCHI

TRAMA

RECENSIONI

Il film di Andrea Porporati, malgrado l’argomento (il vuoto esistenziale, quello vero, dei trentenni e non solo di oggi) e il modo in cui è trattato (scabro, scevro di pietismi e facilonerie), ci fa sorridere di gioia, poiché il risultato finale è la prova pratica che esiste, ed è percorribile, una via alternativa sia al percorso tradizionale del cinema di genere (il giallo canonico nel quale “i cattivi finiscono male, i buoni bene, il che è il senso della letteratura”, come nota acidamente Wilde) sia ai deliri filosofeggianti del film intellettualoide (voce off che declama poesie, bianco e nero sgranato, recitazione amatoriale).
“Sole negli occhi” si presenta come una riflessione lucida e sconsolata sul male di vivere e sull’impossibilità di non aumentare la propria infelicità nel momento in cui si cerca di risolverla, orchestrata come una detection al contrario. Lo spettatore segue, fin dall’inizio, i movimenti di Marco, arrivando a condividere il sapere e il punto di vista del giovane. La suspense, secondo Hitchcock, si ottiene quando il pubblico sa quello che alcuni personaggi ignorano ed è consapevole che la (mancata) rivelazione degli elementi in questione può risultare determinante; spinto ad assumere lo sguardo dell’omicida, il pubblico vorrà che il delitto non venga scoperto, e teme non a causa del “mostro”, ma per lui e con lui, come in alcune scene (il risveglio del giorno dopo, il calzino macchiato, l’estraneo invadente) d’insostenibile tensione.
Lo spettatore è coinvolto in un’ulteriore indagine, questa volta più canonica, destinata alla frustrazione: per quale motivo Marco ha ucciso il padre? In ogni scena in cui lo vediamo alle prese con la madre, la sorella, la nuova compagna del padre, il giovane sembra sul punto di svelare, almeno indirettamente, le ragioni del suo gesto, ma ogni volta dobbiamo ritrarci di fronte alla reticenza, o alla pluralità di suggestioni, che caratterizza ogni momento del film. E se fosse vero quello che afferma il poliziotto – alter ego di Marco, cioè che egli ha agito senza movente, per nulla? Se fosse vero, ciò significherebbe che le nostre azioni hanno invariabilmente delle conseguenze, ma non sempre delle cause: l’impossibilità di fornire senso (anche solo meccanicistico, secondo un modello input – output) al nostro agire è una nota ben più cupa del banale sottotesto edipico (la scena del confronto fra madre e figlio). La ragione dell’atto, se esiste, rimane sepolta nell’inconscio di Marco, ed i tentativi di riportarla alla luce, come quelli di cambiare la propria vita attraverso l’omicidio, sono destinati a fallire.
“Sole negli occhi” è inoltre, fin dal titolo, una meditazione sul tema dello sguardo. Guardare è agire, attraverso gli occhi si può ferire e uccidere (il duello di occhiate che punteggia la prima, interminabile, magnifica sequenza), apprendere e nascondere (i bambini), provocare (l’uomo nel bar) e compiangere (la ragazzina): in un mondo in cui le menti e le parole si sono disseccate e svuotate di significato, i gesti, soprattutto quelli casuali, uno sfioramento, un abbraccio interrotto, uno strisciare nel buio di una camera sconosciuta, sono l’unico mezzo rimasto per esprimere amore, paura, dolore, oltre che per tentare (senza risultato) di cambiare le cose. Lo sguardo costruisce il reale anche in senso psicologico (la scena in cui Marco tenta di rievocare la propria adolescenza): viviamo la vita o una sua rappresentazione?
Il noir classico affidava alla luce distorta moltiplicata riflessa il compito di plasmare gli ambienti e delineare i caratteri. Nel film di Porporati gli uomini, la vista indebolita dalla stortura cui hanno ridotto la propria esistenza, non sanno più guardare dentro se stessi, e quindi non vedono il mondo, ma solo il suo riflesso, pallido e sterile al pari del palchetto di un prestigiatore itinerante, salendo sul quale si tenta di raggiungere una felicità sovrumana – per definizione – intangibile. Nel finale, il sogno d’amore porta a maturazione una specie di pentimento, ma è impossibile stabilire se, in tal modo, si otterrà una pace reale, non quella “del sepolcro” dell’anima.
Pur non privo di alcune involute goffaggini di scrittura (il personaggio del poliziotto, onnipresente grillo parlante) e d’interpretazione (il cast femminile, esclusa l’intensa Boccardo, non sempre è all’altezza), il film è la testimonianza di un notevole talento nella composizione delle inquadrature (eccelso l’uso della profondità di campo, che rendi vivi, palpitanti gli spazi, in particolare quelli interni, delineati tramite complessi piani sequenza vicini più alla pittura che al teatro) e nell’articolazione del plot, teso e avvincente senza essere sbrigativo e raffazzonato. Coraggiosa l’ambientazione in una Rimini il cui infantile squallore riverbera quello delle coscienze dell’umanità che vi transita; uno scivolone la scena conclusiva, didascalica e decisamente omissibile.
Superiore ad ogni lode Fabrizio Gifuni, l’unico attore italiano della sua generazione.

Andrea Porporati, sceneggiatore televisivo di parte della saga mafiosa de "La Piovra", debutta nella regia cinematografica. E la sua opera prima cerca di raccontare, in chiave intimista, una vicenda che sembra tratta dalla cronaca di un qualsiasi quotidiano: il determinato progetto di un giovane di uccidere il padre, la sua realizzazione e le tragiche conseguenze. La cosa più interessante del film sono alcune sfumature nei dialoghi, capaci di lasciare intendere senza spiegare, mentre la sceneggiatura non è sempre all'altezza delle situazioni descritte. Il film prova a scavare nei lati oscuri del protagonista, nel suo travaglio interiore destabilizzato da eventi che il non detto trasforma in traumi e la psicologia del giovane parricida è resa in modo da imprimersi nella memoria. Peccato per l'andamento lento da fiction televisiva non sempre sostenuto dalle immagini, (curata la fotografia ma piatta l'impaginazione), e nemmeno dalla recitazione. Fabrizio Gifuni, protagonista assoluto su cui si basa il film, rende con "maniera" il suo problematico personaggio e i suoi occhi lasciano sempre trasparire il misurato calcolo della finzione. Valerio Mastandrea gioca di sottrazione, ma la sua pacatezza, abbinata ad un personaggio privo di spessore, non convince. Quanto a Gianni Cavina, co-protagonista della lunga sequenza iniziale dell'omicidio, beh, forse la sua recitazione potrà essere rivalutata in futuro. Di questi tempi la sua immagine è troppo legata alla pubblicità per non aspettarsi, con ovvia caduta dell'atmosfera di raggelante follia, che da un momento all'altro sfoderi un costume da antico romano per offrire a un incredulo Gifuni un piatto di "Quattro salti in Padella".