CICLONE ESTIVO, Horror, Sportivo, Thriller

RIDE

TRAMA

Kyle e Max sono due rider, praticanti di sport estremi da parkour, percorsi acrobatici in bicicletta e scalate di grattacieli, e realizzano insieme le loro imprese filmandosi a vicenda. Max però sperpera i suoi soldi nel gioco ed è coperto di debiti con persone pericolose, mentre Kyle ha una famiglia e una compagna che è stanca di vederlo rischiare la vita per la sola adrenalina. Arriva loro un messaggio dalla misteriosa organizzazione Black Babylon, che gli propone una gara in un luogo imprecisato e con in palio 250mila dollari, abbastanza per sistemarsi. La gara però non è quello che sembra e diventa presto una sfida per la sopravvivenza tra trappole e filmati che rivelano progressivamente il passato dei due.

RECENSIONI

Nella particolare (e ahimè ancora piuttosto snobbata e sottovalutata) categoria di film che cercano di avvicinarsi in qualche modo ad uno specifico così complesso, entusiasmante ed economicamente redditizio come quello videoludico, Ride occupa una posizione decisamente interessante. Pur non parlando direttamente di videogiochi, l'esordio di Jacopo Rondinelli (scritto però dai registi di Mine, Fabio Guaglione e Fabio Resinaro) è un film che insegue a tutti i costi un'estetica personale sperimentando le possibilità narrative di molte delle più note caratteristiche del linguaggio videoludico. Ecco allora che ad uno stile visivo che vuole replicare quello dei tanti filmati di sport estremi che si trovano su YouTube (action cam sul caschetto e sulle bici, droni, acrobazie in bella mostra), si aggiunge un racconto in cui ci sono livelli da superare, tutorial, punteggi, classifiche, checkpoint, premi e trofei, missioni secondarie, missioni principali e boss da sconfiggere; il tutto, ovviamente, inserito in uno schema a difficoltà crescente.

Lontano anni luce dunque dagli esperimenti in cui il cinema, svelando indirettamente un malcelato complesso di inferiorità, finisce per imitare superficialmente questa o quella soluzione visiva del videogame (quasi sempre il first-person shooter: come dimenticare la sciagurata sequenza in prima persona di Doom o l'inutile esperimento in soggettiva di Hardcore!). Ride non imita pedissequamente il videogioco (da qui l'intelligente slittamento estetico di cui sopra), semmai ne interiorizza la struttura, per provare a comprenderne le potenzialità eminentemente narrative. Insomma, similmente a quanto fatto, ad esempio, da Lola corre e da Edge of Tomorrow con il respawn, da Sucker Punch con la struttura a livelli, ma anche, in un certo senso, da Scott Pilgrim Vs. The World (sebbene in questo caso, più che negli altri, narrazione ed imitazione estetica vadano quasi di pari passo), nel film di Rondinelli la questione videoludica sta tutta nel racconto.

Semplice vezzo acchiappapubblico capace di resistere solo il tempo di un'idea? Tutt'altro. Nel suo ruotare attorno ad una disperata ricerca della libertà (dalle responsabilità e dalle fatiche della vita familiare per Kyle, dalle minacce criminali di un debito impossibile da pagare per Max), Ride è infatti un film capace di utilizzare il linguaggio e le sue peculiari scelte narrative per rafforzare una presa di posizione ben precisa. Perché messa in questi termini, è il film stesso che, in fin dei conti, cerca dichiaratamente la sua libertà e il suo spazio all'interno di un sistema produttivo come quello nostrano, che a lungo si è rivelato pigro ed impermeabile a suggestioni di questo tipo (ma le cose stanno cambiando rapidamente). E allora ben vengano operazioni tutto sommato ancora inedite che, prendendosi non pochi rischi, hanno l'ambizione di costruire un prodotto bizzarro e inclassificabile; imperfetto certo, eppure capace di pensare fuori dagli schemi per provare a guardare cosa c'è oltre i nostri confini e gareggiare contro giocatori che di recente solo raramente abbiamo avuto modo di sfidare (oltre al già citato Mine, penso al non troppo distante caso Monolith di Silvestrini-Recchioni, vicino per ambizioni seppur meno interessante nei risultati). Certo, le ingenuità e le soluzioni grossolane (visive e di scrittura) non si contano, eppure, di fronte ad un progetto dalla vocazione così evidentemente sperimentale, si è ben disposti a chiudere un occhio. Anche perché al netto di tutte le considerazioni di carattere teorico-produttivo del caso, Ride resta comunque un film capace di regalare quell'esperienza squisitamente epidermica che si propone di trasmettere: una corsa divertente, tamarra e libera da molte delle costrizioni imposte dal racconto tradizionale, che sa rilanciarsi alla grande nei momenti di stanca e dosare con intelligenza i suoi numerosi colpi di scena. E poco importa che il finale, in modo quasi antitetico rispetto all'Oasis di Ready Player One, sembri negarla completamente questa libertà, soffocando i personaggi in un sistema in cui la via d'uscita era, fin dall'inizio, solamente un'illusione (siamo pur sempre all'interno del codice di programmazione di un videogioco, no?). Lo sberleffo ironico-pessimista resta nel racconto. Fuori, quello che conta è il percorso. Conta correre, contro tutto e nonostante tutto. Fosse anche solo per respirare un po'.