PIRATI DEI CARAIBI – LA MALEDIZIONE DEL FORZIERE FANTASMA

Titolo OriginalePirates of the Caribbean: Dead Man's Chest
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2006
Genere
  • 67203
Durata150'
Fotografia
Scenografia
Costumi

TRAMA

Will ed Elizabeth, convolanti a giuste nozze, vengono arrestati e condannati a morte con l’accusa di aver aiutato il pirata/capitano Jack Sparrow a fuggire. La sola speranza di salvarsi è che Will trovi Jack e si faccia consegnare la sua bussola magica… _x000D_

RECENSIONI

Ritrovarsi tra le mani un forziere pieno d’oro non ha davvero giovato a Verbinski&Co: dopo l’incredibile botto de La maledizione della prima luna, sull’inevitabile sequel gravava infatti la responsabilità di tenere fede al mito dell’originale. Che non era affatto mitico, in effetti, ed era bensì un filmetto precotto sporadicamente divertente baciato da una fortuna sfacciata. Ora il problema è: come si tiene fede a un falso mito figlio-di-chissà-cosa? Si tratta il falso mito come se fosse vero tentando, di fatto, di (ri)costruirlo ex nihilo col senno di poi. Scendendo nello specifico, 1) si ripropongono gli anonimi personaggi dell’originale come fossero vecchi beniamini del pubblico [scimmia zombi compresa, che apprezzerà solo chi s’era sorbito tutti i titoli di coda del prequel (perseveranza che, se verrà eroicamente ripetuta anche stavolta, verrà di nuovo ripagata)] 2) ci si riferisce agli esili eventi passati alla stregua di un “ovvio” background straconosciuto dai fans e 3) si suggerisce al protagonista indiscusso una performance autocelebrativa. Il risultato è che 1) Gore Verbinski cala dall’alto un qualunque Jack Davenport/Norrington come George Lucas farebbe con Harrison Ford/Han Solo; 2) la narrazione pretende di atteggiarsi a “saga” [1] ma si rende solo, specie in avvio, di mortifera lentezza e macchinosa intelligibilità; 3) Johnny Depp/Jack Sparrow, coi suoi occhioni sgranati e le sue corsette cartoonesche elevati al cubo rispetto al passato, tramuta il tendenziale fastidio del primo capitolo in decisa insopportabilità. Ultimo elemento mitopoietico: una grandeur registica pseudojacksoniana, che fa molto “evento” in effetti, fatta di campi lunghissimi, interminabili dolly e vagonate di digitale, il tutto maneggiato però senza la sfacciata passione - sana ingenuità - sincerità di Peter Jackson. Si salva in corner una sequenza comica (sull’isola dei cannibali) visivamente e tempisticamente ben gestita ma ovviamente insufficiente a risollevare le sorti di questo pasticciaccio brutto. Musiche di Hans Zimmer, sospese tra l’epico e una sua interpretazione in chiave parodica. 

Girato back-to-back con il seguente Ai Confini del Mondo (il peggiore), è il migliore dei tre. Rispetto al capitolo precedente, La Maledizione della Prima Luna, nonostante cast e troupe siano invariati, tutto è nettamente superiore: la sceneggiatura è più compatta, il racconto più dinamico e inventivo, la commedia funziona, gli effetti speciali sanno meno di finto/digitale (la ILM di George Lucas ha infatti vinto un Oscar), anche perché non sostituiscono quasi mai, diventando gli unici protagonisti, la materia nel profilmico (come accadeva, ad esempio, nella sequenza degli scheletri del primo episodio). Ancora molte citazioni (anche inconsce) di tutti i più famosi film di pirati, incluso 20.000 Leghe Sotto i Mari (l’organo di Nemo/Davy Jones e relativa piovra). Verbinski ha un gusto tutto suo per il dark/horror lovecraftiano, inusitatamente accompagnato a scene-giocattolo “per bambini” o, comunque, da ridere. Puntata inquietante, canagliesca e simpatica come il personaggio di Jack Sparrow. Bel décor, fra fotografia e scenografie.