Drammatico

LA MEGLIO GIOVENTU’

TRAMA

La vita di due fratelli e della loro famiglia dalla metà degli anni 60 ai giorni nostri.

RECENSIONI


La meglio gioventù nasce come miniserie televisiva in quattro episodi, un lavoro che la Sacher di Moretti e Barbagallo produce per la RAI e che quest'ultima, per motivi niente affatto chiariti, non manda in onda nonostante per ben due volte ne avesse annunciato la trasmissione. Giordana riesce a portare la sua opera a Cannes, vince con clamore la sezione Un certain regard e la grancassa dei TG nazionali, non facendo alcun cenno alle inopinate cancellazioni, suona con orgoglio: "E' un prodotto RAI!". Piccole storie ignobili, passiamo al film.
Uscito nelle sale, diviso in un due atti, sull'onda dell'insperato alloro cannense, La meglio gioventù è un fluviale racconto di quarant'anni della nostra storia letti attraverso le vicende di una famiglia che sembra, coi suoi rami, toccare tutte le vicende chiave che hanno contraddistinto questo lungo periodo di vita italiana. Inutile stare a fare le pulci allo stile: per quanto Giordana insista nell'affermare che tra un film tv e uno cinematografico non ci sia alcuna differenza, di prodotto televisivo si tratta e questa natura La meglio gioventù la denuncia non certo e solo nella grana dell'immagine (trasposta a forza su un grande schermo) - laddove invece le soluzioni registiche sono decisamente cinematografiche - ma anche e soprattutto in un tono che è problematico e approfondito fino a un certo punto e ardito quasi in nulla: una trattenuta accortezza che dimostra come il lavoro sia stato concepito nella piena considerazione del pubblico eterogeneo, e potenzialmente inconsapevole, quale è quello televisivo al quale era destinato. Liquidate queste considerazioni è comunque indubbio che il tentativo di saga portato avanti dal regista abbia, pur coi suoi difetti, una rilevanza e un valore e che, in considerazione di ciò e dell'ombra del romanzo ottocentesco che aleggia sul film, l'attenzione si concentri essenzialmente sul coté narrativo: sono molto lontano dall'essere un estimatore di Rulli e Petraglia, sceneggiatori di punta del cinema italiano degli anni 90 (e di tanta fiction televisiva): in molti passaggi si fa sentire la loro proverbiale rozzezza, l'affanno nello sforzo di ottenere concretezza di tratto, la conseguente esigenza di una risolutezza di ben altro spessore o pregnanza, l'abuso del cliché, certi ammicchi quasi vanziniani, il poeticismo un po' vieto ma, d'altra parte, non può non riconoscersi ai due un lavoro di costruzione delle storie niente affatto banale e la capacità di innervarle in un amplissimo spettro in cui costringere (fin troppo) forzatamente anche tutti i nodi che vengono al Pettine della Storia dell'Italia di questi anni (non manca nulla: dalla contestazione sessantottina alla Fiat, dal terrorismo alla legge Basaglia, dagli scandali tangentari agli attentati mafiosi) e in cui toccare praticamente tutte le città  che furono scenario di quelli e altri esiziali avvenimenti (Roma, Firenze, Torino, Palermo, Milano, Porto Marghera).


Facile sarebbe distruggere il film, i più inflessibili potendo far leva sugli innumerevoli semplicismi, gli scivoloni didascalici e gli inciampi da facile feuilleton, la tendenza al bozzetto per risolvere i caratteri, l'uniformità a volte ottusa del punto di vista, le sottolineature continue, la dinamica del susseguirsi degli avvenimenti - a tratti un po' meccanica -, ma fermarsi a questi aspetti sarebbe senz'altro ingiusto nei confronti di un'opera che, senza essere l'Heimat italiano, come si è detto, trasuda passione, sincerità e un sano amore per i suoi personaggi come capita di rado di vedere dalle nostre parti. Supportato da un cast di attori eterogeneo e di varia efficacia (brillano facilmente Lo Cascio e una splendida Adriana Asti), il film di Giordana si pregia infatti di momenti molto ben dipinti, di passaggi toccanti, di snodi tramici drammaturgicamente compiuti e assai riusciti (il rimpianto silenzioso di Matteo, il suo suicidio, il modo in cui i superstiti ne gestiscono l'assenza) che riscattano la generale, scarsa elaborazione. Se il primo atto è più convulso e denso di avvenimenti, la seconda parte, digerita la congerie di informazioni, si fa più distesa, incisiva e calibrata, donando l'autore chiaroscuri di indubbia sensibilità alla descrizione dei rapporti tra i personaggi, nel mescolio coatto della dimensione privata con quella storica. E poi: ho visto questo film, in due tappe, sei ore in una sala gremita, commossa e, alla fine, spontaneamente plaudente. Questo qualcosa significa.


Saga televisiva in quattro parti (due al cinema) dedicata a chi ha avuto vent’anni nel ’68: I CENTO PASSI portano a LA FAMIGLIA e fanno intravedere (anche forzatamente) la Storia attraverso il privato e la psicologia degli affetti. I sessanta della contestazione filtrano dall’atto emblematico che sottrae una creatura all’elettroshock, all’invasività del Sistema. Nei settanta, ROCCO E I SUOI FRATELLI sono sistematicamente (schematicamente?) distribuiti su tutti i settori: giudice, poliziotto, psichiatra che libera i pazzi, moglie della Banca D’Italia, moglie brigatista. Gli ottanta (i meno incisivi, da tutti i punti di vista) recitano lo sgretolarsi delle certezze e il SALTO NEL VUOTO. I novanta sono gli anni dei ripensamenti: la libertà assoluta, forse, non è da garantire a qualsiasi costo. Fuori I MATTI DA SLEGARE (toccante la sequenza del processo), dentro i Sani Instabili che hanno bisogno di supporto, di essere "imprigionati nel Bene altrui". Il nuovo millennio vede i figli sulle orme dei padri e riaccende la speranza. Nel mezzo del cammin di questa vita, quante (com)mozioni, contraddizioni, ripensamenti, dolori, colori, fallimenti, manifestazioni! Giordana fotografa l’anima dei suoi personaggi e chiede quella degli interpreti, regalando ai caratteri più recidivi (l’enigmatico Matteo e la buia Giorgia) la magnificenza della complessità. Dopo aver evocato Pasolini nel titolo e nella scena in cui i poliziotti si battono contro i dimostranti, imprigiona lo sguardo del fantasma in un ritratto che scaccerà l’insicurezza della prigione mentale e il senso di colpa dell’amore fraterno, trovando il silenzio di STROMBOLI, TERRA DI DIO. Il suo cinema, generoso, accattivante e a suo modo poetico, sussurra i giudizi e allarga (o abbraccia tutte?) le prospettive, rinvenendo la chiave di lettura nella follia dei sani (affetti da insofferenza: il poliziotto, la brigatista) e nel peso delle scelte che separano la Causa dall’A(e)ffetto o il bisogno di regole dall’ossessione d’infrangerle. In quest’Italia Bella, Inutile e mai Trasparente, siamo Padri e Figli impossibilitati a chiudere o studiare (Matteo, a scuola, aveva tutti dieci) la vita come un libro.