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KILL BILL E GIARRETTIERA COLT:

L’omonimia non mente: Nicoletta è mia sorella, sorellastra per la precisione. Quest’articolo le rende omaggio prendendo spunto dalla citazione che Quentin Tarantino le ha riservato in KILL BILL (uno degli pseudonimi di Uma Thurman è Arlene Machiavelli; nella prima sceneggiatura doveva costituire omaggio letterale: Nicoletta Machiavelli) ma non cela alcuna malizia nepotistica od opportunistica: c’è sempre stata una tale distanza d’età e chilometrica fra lei e me (vive a Seattle) che non possediamo un vissuto comune e, solo grazie alle e-mail, abbiamo incominciato, da qualche anno, a conoscerci. Nicoletta Machiavelli attrice è, per me, un oggetto totalmente sconosciuto, anche perché la maggior parte dei film che ha interpretato sono proprio Invisibili (per ricostruirne la filmografia esatta ho torturato i sassi che erano sui set): lei non ne parla (scrive) più volentieri (le testimonianze che troverete qui sono uno scoopissimo, e la loro natura di gossip anticonformista farebbe invidia alla “Hollywood Babilonia” di Kenneth Anger!), parenti amici e tanti guai sembrano aver rimosso. Per un cinefilo come me, dimenticare set e incontri cinematografici equivarrebbe a bestemmiare Dio, ma dai dettagli (che Nicoletta, per sua natura, non omette né edulcora di certo: che mito!) che saltano fuori in queste testimonianze, ci si rende conto che il cinema forse è meglio sognarlo in sala che farlo, come forse arrivò a convincersi Nicoletta. Oggi lei non ha più alcun contatto con le mecche del cinema, è, in una parola, dimenticata.
Non è nata a Firenze, come tutte le fonti riportano, bensì a Stuffione (Modena), nel 1944. Discendente dalla famiglia cui appartenne Niccolò Machiavelli (ecco perché i suoi abili creatori d’immagine vollero nascesse a Firenze…), di madre americana (conosceva perfettamente l’inglese e questo le permise un lancio cinematografico all’estero), a Firenze studiò pittura all’Accademia di Belle Arti. Il nostro fratello maggiore, Brandino, abitava a Roma nella stessa pensione vicino Piazza del Popolo dove soggiornava il costumista Piero Gherardi: venne a sapere da quest’ultimo che Dino De Laurentiis stava cercando un volto nuovo per fare Eva ne LA BIBBIA di John Huston. Nicoletta venne a Roma, le furono fatti dei provini e De Laurentiis le fece firmare un contratto settennale. Non interpretò Eva perché Huston voleva una bionda americaneggiante (Ulla Bergryd).
Esordì comunque come protagonista femminile, al fianco di Ugo Tognazzi, nel film UNA QUESTIONE D’ONORE, ”Mostrando ottime doti di fotogenia, piena di padronanza scenica e un promettente temperamento drammatico, in un ruolo non facile né consueto” (Carlo Alberto Peano, Filmlexicon, 1974). Diretta da Luigi Zampa nel 1965, è una pellicola divertente, macchiettista, finanche tragica e ricca di folklore inusitatamente feroce (frasi del tipo “Fino a sei anni sono bambini poi diventano sardi…”; “Non c’era bisogno che diventasse una regione autonoma perché è già uno stato a sé”; “Il Far West non è niente a confronto”), a tal punto che qualche magistrato sequestrò la pellicola. Si trasforma nella storia di un amore impossibile per colpa di assurde convenzioni tribali, dove conta più l’apparenza che la sostanza. A seguire, Nicoletta partecipò a due film ad episodi con Alberto Sordi: THRILLING (l’episodio diretto da Lizzani, “L’autostrada del sole”) e I NOSTRI MARITI (1966: episodio di Luigi Filippo D’Amico “Il marito di Roberta”), “Nei quali mostrava anche una discreta verve comico-caricaturale” (Peano, ibidem).
“Divenne una star, molta pubblicità sfruttava il suo nome nobile, e i rotocalchi raccontavano le storie più folli sulla sua vita” (Brandino dixit). Nel 1966 girò SE TUTTE LE DONNE DEL MONDO (conosciuto anche come OPERAZIONE PARADISO), di Arduino Maiuri e Henry Levin, con Mike Connors, Terry-Thomas e Raf Vallone, commerciale spy-story ambientata a Rio de Janeiro e destinata anche al mercato estero.

Dello stesso anno NAVAJO JOE, il suo primo spaghetti western, genere che fece la sua fortuna (conducendola fino alla videoteca di Tarantino). Diretto da Sergio Corbucci in Spagna (Almeria), con la molto acrobatica (la sua controfigura) guest star Burt Reynolds è, oggi, oggetto di culto (sebbene o in quanto il plot è demente), con un magnifico commento sonoro di Ennio Morricone. La produzione, purtroppo, abbandona Nicoletta a fare solo la bella (bellissima) statuina. Dino De Laurentiis stava rispondendo al successo di PER UN PUGNO DI DOLLARI e l’aveva battezzata come esportabile icona femminile western.
“Burt Reynolds oggi è famosissimo, ma all’epoca ero più famosa io: è l’unico film che esiste in video qui negli Stati Uniti, grazie a lui. Che vergogna! Perché bisogna aspettare 45 minuti per sentirmi parlare in quel film, e poi…quando apro bocca la voce non é la mia. Magari ci fossero i film che ho amato fare e di cui sono orgogliosa…che figura d’attricetta scemotta (anche se carina), all’italiana proprio. Anche se NAVAJO JOE non è uno dei film di cui mi pregio, sono obbligata a pensare com’è buffo il destino: allora recitavo la parte di un’indiana Navajo e quindici anni dopo facevo la guida tra i veri Navajo nella Riserva indiana più grande d’America, con il paesaggio più bello del mondo, tra rocce di tutte le sfumature del rosso, di forme eccezionali, innamorandomi mentre m’istruivo sulle abitudini, usi e costumi di questo popolo affascinante. Ancora oggi porto solo gioielli argento e turchese dei Navajo, e ho nel cuore ancora un tremolio se sento parlare di loro, o sento una canzone nella loro lingua gutturale o se mi passa davanti agli occhi una foto del paesaggio di quei posti.”
Lizzani la rivuole per UN FIUME DI DOLLARI (1966), spaghetti-western che riesuma Dan Duryea e Henry Silva. Ne dice il Cinérevue: ”Un western della stessa forza-violenza di PER UN PUGNO DI DOLLARI…un clima di autenticità…regia vivace e pittoresca che rende il tono giusto”. Nel 1967 esce MATCHLESS di Alberto Lattuada (dove ritrova Henry Silva): un anomalo spionistico con fantasy (il protagonista diventa invisibile!). Altro spaghetti-western, FACCIA A FACCIA (1967) di Sergio Sollima, è oggi un cult per gli appassionati, con Gian Maria Volonté e Tomas Milian, crudo e insolitamente colto nei riferimenti, con un punto di vista “autorale” sul significato della violenza.
Stufa di fare la stellina in affitto, Nicoletta creò, col suo fidanzato, una società cinematografica: primo progetto affidarsi ad uno script del regista Gian Rocco. Insieme al fratello Brandino (anche produttore e attore nel ruolo del capitano dei francesi), rilevarono un villaggio messico-western vicino Cabras, in Sardegna, dove il film fu girato nelle classiche “sette settimane”, con Marisa Solinas e Yorgo Voyagis. “Gian Rocco riscriveva le scene la notte, aveva in mente scene surreali che costavano comunque troppo. Una delle poche scene di quel tipo che riuscì a girare fu quella dove si vede una foresta di alberi bruciati, resti di tronchi anneriti. Gherardi fece i costumi. Quando si trattò di venderlo, dietro ad una richiesta esosa di denaro, la loro società andò fallita” (Brandino dixit). Nicoletta interpreta una bella pistolera europea (nipote di Margherita Gauthier!) nel Messico del 1867, durante la rivoluzione contro i francesi: ha una mira infallibile e s’innamora d’una spia che contrasta il traffico di armi d’un bandito cattivo (“Il rosso”). Una pellicola dimenticata che, sodata l’inettitudine del regista, nella sua mediocrità merita un ripescaggio per il personaggio di Nicoletta (servita dai décolleté di Piero Gherardi) e per certe bizzarrie che potrebbero  fare la gioia dei cultori del “trash”. Il racconto non ha né senso né meta, le scene sono attaccate con lo sputo, eppure è proprio quel grossolano mix, operato da Rocco, fra pretenziosità formali e incuria, fra epica e demenziale che, infine, può divertire con idee strambe come quella del nano/baro, delle bombe a sombrero, del cattivone di turno con fare animalesco. Gian Andrea Rocco è un oggetto misterioso: di lui si sa solo che è nato a Rovigno, Istria, nel 1927 e che nel 58/59, a quattro mani con Pino Serpi, diresse due documentari, BALLATA SPAGNOLA e CAROSELLO SPAGNOLO (o sono due titoli per lo stesso film?). Sempre con Serpi, nel 1961, esordì nel lungo con MILANO NERA. GIARRETTIERA COLT fu il suo testamento.
“GIARRETTIERA COLT fu un’esperienza incredibile: avevo già girato dei western “normali”, cioè con storie più o meno classiche, un po’ di violenza, per incassare sul filone spaghetti-western. Ma come GIARRETTIERA COLT, non ne avevo mai visti: la storia di questa donna con la colt nella giarrettiera la quale, tutta vestita e pettinata stile ottocento, con grande scollo e spacco laterale per, appunto, avere facile accesso alla giarrettiera, che cavalca tra le praterie e le saline della Sardegna e fa incontri con personaggi a dir poco strani…in più mio fratello era il produttore, il mio fetido boyfriend il vice produttore, mia madre era sul set (e venne da un giornalista scambiata per Shelley Winters). Ero circondata dai familiari e sapevo di non essere all’altezza. Ero stata programmata per non sentirmi all’altezza; e come sempre la mia reazione fu quella di nascondermi, fuggire. Il costumista/scenografo Piero Gherardi, di fama mondiale, il quale era anche colui che mi aveva “scoperto” qualche anno prima, si era offerto di creare il mio costume per Giarrettiera gratuitamente, ed era proprio un costume alla Gherardi! Uno scollo vastissimo, stoffa setosa di colore rosa/beige, cappellino appena appoggiato sui boccoli neri, con una veletta vezzosa…La trama del film era inusuale e non la ricordo tanto bene, ricordo l’albergo sulla spiaggia in Sardegna nel quale si abitava praticamente tutti; le note facce di truccatori elettricisti e maestranze che avevo già conosciuto in altri film; le facce sconosciute di attori e attrici che andavano e venivano per qualche giorno secondo la loro partecipazione; gli scrittori del film che erano comici e sempre agitati; il mio boyfriend fetido che urlava quando andavamo a letto e scopava con gran diletto giovani attrici in cerca di parti che gli capitavano sottomano. E poi due personaggi maschili che non dimenticherò mai: l’istruttore dei cavalli, il “cavallaro” Enzo e l’attore greco, Yorgo. Ogni mattina, vestita e truccata con ciglia finte e tutto il resto, avevo qualche oretta per imparare a cavalcare all’amazzone (cioè di traverso, ahi ahi!). Enzo era l’addetto ai cavalli per il film, li curava, li faceva muovere a seconda delle esigenze della scena, e aveva scelto per me il cavallone “Bimbo” : un cavallo mansueto e bonaccione che galoppava a ridotta velocità in paragone agli altri. Mi sforzavo ad essere una brava cavallerizza, anche se quella posizione traversa era scomodissima. Dovetti imparare a tirar fuori la colt dalla giarrettiera mentre con l’altra tenevo le redini e Bimbo galoppava. Su quella sella western piena di borchie, le mie calze a rete non proteggevano le mie povere gambe: quanti lividi la sera, e che dolore! La velina del mio cappello a volte impediva la vista. Ma grazie ad Enzo, che m’incoraggiava e con il suo forte accento romano mi diceva tutte le mattine quanto ero bella e quanto ero brava, le scene a cavallo riuscivano. Almeno in parte. Mi ricordo la prima mattina in cui dopo che Bimbo aveva cominciato un lieve trotto, Enzo che cavalcava parallelo a me, vicinissimo, mi disse di infilare i talloni degli stivaletti nei fianchi del cavallo, e Bimbo partì al galoppo. Il balzo mi spaventò, persi il cappellino, ma Enzo era lì che mi spronava: ”Brava, brava, piegati davanti, lasciati andare, stringi forte le ginocchia…”. Dopo pochi minuti ero esilarata: il vento in faccia, la sensazione di velocità e quella di essere tutt’una con l’animale che correva, l’impressione di aver finalmente imparato. Poco dopo, da ferma, risi tanto. Una delle poche risate di quel mio periodo buio. Yorgo, invece, fu l’amore a prima vista: bellissimo, caldo, morbido e affettuoso, era venuto per un periodo di due settimane e appena conosciuti, ci vedevamo di nascosto dove potevamo. Alla fine della sua permanenza, abbiamo girato insieme una scena d’amore, in una stalla adibita a studio cinematografico, con letto e tutto. Nella troupe, chi lavorò in quella scena, fra macchinisti, elettricisti e truccatori, senz’altro gustò il sapore di cosa c’era nella realtà tra noi due. Perfino la mia mamma mi diceva: “State così bene insieme, dovresti proprio pensarci”, ben sapendo che il mio trucido e vile boyfriend osservava tutto e non mi avrebbe mai lasciata. Ero la sua gallina dalle uova d’oro. Le uova d’oro della gallinella attricetta. Anche Yorgo aveva una bella ragazza rossa che un bel giorno arrivò da Roma e gli piantò una di quelle grane…La vita, però, ci rimise insieme qualche anno dopo, in quel benedetto anno 1969 che cambiò la mia vita insieme quella di tanti altri…”
Nicoletta continuò nel filone che le dava più fortuna: UN MINUTO PER PREGARE, UN ISTANTE PER MORIRE (1968) è una raffazzonata, ennesima copia di Sergio Leone, con Alex Cord (cui, bisogna ammetterlo,  fornirono un insolito carattere di ammazzatutti), Robert Ryan e Arthur Kennedy. Dirige Franco Giraldi. Poi, in un piccolo ruolo, Nico partecipa a CANDY, coproduzione con la Francia affidata a Christian Marquand e Giancarlo Zagni, con Marlon Brando e Richard Burton, Walther Matthau, James Coburn e Ringo Starr (!). La sceneggiatura portava la prestigiosa firma di Buck Henry, reduce da IL LAUREATO. La pellicola, basata sul romanzo di Terry Southern, voleva respirare i tempi fra psichedelia, satira e liberazione sessuale della donna. Il risultato fu brutto e bizzarro, comunque testimonianza di quella controcultura che Nicoletta abbracciò appieno. Vietato ai minori di 18, nel 1968 uscì anche TEMPTATION di Lamberto Benvenuti, dove Nicoletta interpretava l’amante del protagonista (Mark Damon). Tornò allo spaghetti western con ODIA IL PROSSIMO TUO dell’ineffabile Ferdinando Baldi, star maschile: George Eastman. “Il film, pur non discostandosi dagli schemi propri del genere…risulta abbastanza apprezzabile su un piano puramente spettacolare” (Segnalazioni Cinematografiche). LA COPPIA (1968), diretto dallo scrittore Enzo Siciliano, racconta il triangolo “moglie, marito e terzo (in)comodo”: un oggetto misterioso (chi l’ha visto?), che denuncia la nuova piega presa da Nicoletta, intenzionata a girare anche film anomali, sperimentali, d’autore, azzardati, più consoni al suo carattere anticonformista. Ecco, infatti, nel 1969, il pluripremiato SCARABEA di Hans Jurgen Syberberg, girato in Sardegna, tratto dalla novella di Tolstoj, dove interpreta Bettina: “Un film che non dimenticherò mai.” (Nicoletta).
“TEMPTATION….non mi ricordo molto, credo di confonderlo con LA COPPIA di Enzo Siciliano, con il quale era così difficile lavorare, perché era così esigente (avendo scritto il libro) che niente sembrava soddisfarlo. Ricordo che, per una scena d’amore tra le lenzuola, il truccatore si fece in quattro per mettere cerotti color carne sulle parti intime: uno doveva sembrar nudo, ma in realtà non esserlo…che balle! Forse ero spregiudicata e “poco seria”, o forse semplicemente innocente, ma dentro di me tutte quelle ipocrisie mi facevano ridere: le due dita di cerone prima di ogni ripresa, che all’epoca aveva un odore ingrato e che era spalmato dappertutto sul corpo degli attori; le luci abbaglianti che illuminavano la scena; il noiosissimo esercizio che noi due attori dovevamo fare perché i nostri nasi, nel bacio, non creassero ombre fatali sul viso. La quindicina di persone e addetti che erano comunque presenti, anche se considerati ”troupe ridotta”, non potevano, a mio avviso, dare adito a nessun’emozione sessuale reale, era ovviamente tutta una finta, una recita. Ma non tutti la pensavano così. Senz’altro fui tacciata dai benpensanti di qualcosa. Ma è sempre stato il mio destino”
Ha una particina nella coproduzione internazionale di QUEI TEMERARI SULLE LORO PAZZE, SCATENATE, SCALCINATE CARRIOLE (Monte Carlo or bust) di Ken Annakin con, fra gli altri, Tony Curtis, Walter Chiari, Bourvil, Terry Thomas, Lando Buzzanca, Mireille Darc e Dudley Moore. Seguito di QUEI TEMERARI SULLE MACCHINE VOLANTI, è uno slapstick più stupido che divertente, ambientato negli anni venti. FEMMINE INSAZIABILI (anche BEVERLY HILLS, 1969) di Alberto De Martino è un sexy-thriller fra sangue e orgie, con un soundtrack “lounge” di Bruno Nicolai. Immancabile la sua annuale partecipazione allo spaghetti western: in UNA LUNGA FILA DI CROCI, di Sergio Garrone, interpreta Maya accanto a William Berger (nel ruolo di Murdock, detto…Bibbia…tutto un programma). Partecipa all’episodio “Who’ll bid the million dollar?” della serie tv “It takes a thief”:
“Se era quello con quel Robert Wagner, attore di terza e di molteplici serie americane di quegli anni, ex-marito della Natalie Wood, quasi accusato del suo annegamento…che ho dovuto baciare con ribrezzo su un motoscafo (di fronte alla macchina da presa, ovvio) nel mare azzurro di Porto Santo Stefano…ebbene sì confesso d’averlo fatto: particina minuscola, costume odiato, una camicia a fiorellini verdi…una scena sola, ma la costumista, amica mia, mi presentò il mio futuro marito Carmelo, scenografo, proprio lì a Porto Ercole; quindi il set naturale e bellissimo dell’Argentario. Anche se il telefilm era assolutamente inutile, divenne l’importante scena dell’inizio di un mio grande amore. E anche di un cambio di vita sostanziale. Senz’altro era il ’69, e chi non é cambiato, nel ‘69?! La scusa che ho -che avevo- per fare tanti filmetti senza importanza è che mi liberai dal contratto settennale con Dino de Laurentiis, il quale mi aveva fatto causa. De Laurentiis incappò più avanti in una colossale bancarotta fraudolenta che l’obbligò a rifugiarsi in USA e lasciò perdere la causa alla sua attricetta. Liberarsi da un contratto come quello era stato uno dei miei passi verso la libertà che un po’ tutti cercavano a quei tempi. Io ero salariata da De Laurentiis, e per una ragazzina prendevo moltissimo, certo, però lui mi “cedeva” per un film western, ad esempio, e si riprendeva in due mesi quello che mi pagava in un anno (…). Era il periodo dell’”alernativa”, c’erano tanti e poi tanti registi che facevano film di ogni genere…a me piaceva, non ero pagata molto, i film non uscivano nemmeno nelle sale (almeno in Italia), ma ero LIBERA dal contratto di De Laurentiis, che mi relegava ai filmetti western dove mi ficcava perché sapevo l’inglese (…). Era una vendetta, avevo rifiutato di essere la sua amante fin dall’inizio. Il beffardo. Comunque nel periodo dell’alternativa devo aver fatto anche qualche film politico; c’era un via vai a Roma di gente di tutto il mondo, il regista Glauber Rocha, con tutti i suoi accoliti brasiliani, scrittori, musicisti, attori. Roma era un calderone di artisti, ci conoscevamo un po’ tutti, gli happennings a P.za Navona e Campo dei Fiori accadevano dal vinaio e nelle fontane, ma non si trattava di attricette che si spogliavano, come negli anni 60, era più un’idealista ode per l’arte cinematografica, per le immagini che parlano, che potevano arrivare nei posti più oscuri a portare il messaggio…”.
In un anno particolarmente ricco di partecipazioni, gira anche LA CATTURA di Paolo Cavara, accanto a David McCallum: “Il ruolo della partigiana Anja è il più impegnativo che sia stato finora affidato all’attrice. È stato Cavara a volerla nel film e, secondo quanto lo stesso regista ha dichiarato, la Machiavelli ha risposto in pieno alle sue aspettative.” (Morando Morandini). Pare un remake di DUELLO NEL PACIFICO con Nicoletta, di nuovo, in panni più maschili che femminili, a significare che le donne, in guerra, erano coinvolte quanto gli uomini (e quanto ama le donne guerriere Quentin Tarantino…).
“Tutto girato in l’allora Yugoslavia, in boschi di betulle, una storia d’amore di una partigiana col soldato nemico; due soli personaggi e lui era un americano dinome David McCallum. Io ebbi una storia d’amore col Cavara (prima o dopo le sue dichiarazioni? N. d. r.), dopo il film, che mi aiutò a levarmi di torno il malefico boyfriend dei tempi di Giarrettiera. Ma ci vollero gli avvocati e le guardie del corpo. Girando un film così intimo, all’aperto, in terra straniera, per un attimo vissi la meravigliosa favola dell’unione regista-attore, che è stata il successo di tanti film. Ero curata, stimolata; era come avere un maestro, nel regista, ed essere un’attrice considerata ed affermata, per come ero trattata dalla troupe. Un piccolo assaggio che mi rese più sicura. Per un attimo mi balenò in testa che avrei anche potuto farcela, come attrice. Una cosa buffa furono gli scarponcini d’epoca (1935) autentici, di pelle e non foderati, che portai giorno dopo giorno nella neve alta due metri, anche se non erano sempre una necessità di scena, i quali nonostante tutti gli sforzi non si asciugavano mai, per cui dopo il film mi presi una bella broncopolmonite”.
Del 1969 è anche POLICEMAN, esordio di Sergio Rossi, censurato e edito solo nel 1971 con un VM 18. “Sposando le tesi ideologiche della sinistra più accesa Sergio Rossi ha disegnato la figura del poliziotto in una non precisata società capitalistica…L’impostazione del problema è evidentemente viziata da una visione unilaterale che non può non suscitare perplessità e riserve, accentuate anche dalle imperfezioni stilistiche che affiorano qua e là.” (Vice, Il Messaggero 25/06/1971). “Nel complesso la “carriera di un poliziotto” (che non ha connotati nazionali ma non per questo è meno precisa) è raccontata con meditata sobrietà raggiungendo punte di effettiva suggestione…Da segnalare l’ottimo livello degli interpreti e…la colonna musicale che, sul leit motiv di una canzone protestataria, riprende i motivi ideali del film: è opera del già noto e bravo Tito Schipa Jr.”(Vice, Paese Sera 25/06/1971). Nel 1970 un altro oggetto strano: NECROPOLIS di Franco Brocani, anomalo documentario con, fra gli altri, Carmelo Bene: “Tenendo conto dell’ideologia dei frammenti, Necropolis può considerarsi luogo di eccesso, in senso morale: è la città della morte perché è le città della vita, e viceversa…Le principali figure del film sono Frankenstein, Attila, Montezuma, Eliogabalo, le Contessa Sanguinaria, il Diavolo o situazioni emblematiche scelte nel loro momento di deflagrazione, di scoppio, come la Magia, la religione, il rapporto di tipo borghese”…”Il film evoca, in un clima sepolcrale, personaggi fuori del tempo o della realtà – come Eliogabalo, Attila, King Kong, Frankenstein, Montezuma e la contessa Sanguinaria – i quali, attraverso deliranti dialoghi e misteriosi riti, vogliono esprimere le paure e le illusioni dell’umanità dalle origini ai giorni nostri.” (Rocco Biondi, Neoavanguardia).
“Me lo ricordo come fosse ieri, era un periodo molto felice per me, stavo con Carmelo lo scenografo, avevo chiuso con il cinema “regolare” per un po’ e, anche se non mi pagavano nulla, amavo fare i film come quello di Sergio Rossi. Piccola parte, ma mi sembrava un film importante e feci amicizia con Paola Pitagora, una mia coetanea che mi sembrava stupenda come attrice e persona. Sergio era un ragazzo col fuoco intesta, i capelli scompigliati e lo sguardo di chi sa che cosa vuole e lo vuole subito. Aveva un sorriso incantevole, e sapeva dirigerti molto bene, se lo dico io, che ero una vera gnocca. Carmelo era anche un po’ geloso”.
“NECROPOLIS era più o meno lo stesso periodo: un periodo in cui Roma era percorsa e traversata da una miriade di ondate cinematografiche diverse e varie; i personaggi che giravano in P.za Navona andavano dalle sorelle Rossellini, allo sdentato Pierre Clementi, che fu chi mi trovò la particina da zingara che frigge le cartoline davanti al Colosseo, in Necropolis. Per quell’unica scena, passai più tempo al trucco di quanto durò la scena stessa”.
Si affida a Pietro Germi per LE CASTAGNE SONO BUONE (1970): film romantico nel pieno declino del suo autore, con Gianni Morandi e lei nel ruolo di Teresa. Insieme con SERAFINO (1968), tesse improbabili elogi dell’ingenuità e dei buoni sentimenti.
“Pietro Germi era un regista molto famoso all’epoca e noto per la sua bruschezza. La mia agente, prima dell’inizio del film, mi mise in guardia: “Dovrai lavorare sodo! E’ molto esigente e non fa complimenti agli attori”.
In realtà, quest’uomo alto, anziano secondo il mio giudizio di ventiseienne, con gli occhi un po’ strabici e un eterno sigaro toscano spento in bocca, mi fece immediatamente un’immensa tenerezza. Io facevo la parte di una hippy nel suo film, scapestrata e con poca moralità, ero vestita con molti colori e mi sentivo una caricatura di me stessa. Come sempre, pensavo che fosse una parte che mal mi si addiceva. Prima di ogni scena, Germi si sedeva con me per “mettermi a mio agio” e dirmi come vedeva la scena, suggerirmi gli stati d’animo da esprimere eccetera. Mi ricordo che eravamo seduti al tavolo di cucina del set e, d’un botto, mi chiese: “Perché sei così? Perché non t’importa niente di quello che pensano di te gli altri? Perché sembra che odi tutti e vuoi essere contro il mondo e la società?”. Rimasi sorpresa dell’intrusione, non era da lui entrare nel personale. Nei suoi occhi c’era un’immensa tristezza; più tardi qualcuno mi disse che aveva una moglie molto giovane che era diventata hippy. Qualche anno dopo, incontrai Olga (la moglie, N.d.R.) in un ashram in India, ai piedi del santone Osho”.
Nel 1971 interpreta il film francese L’UOMO DAL CERVELLO TRAPIANTATO. Il regista Jacques Doniol-Valcroze “Si serve delle tematiche della fanta-medicina imperniata sul trapianto del cervello (filone che, specialmente in America, conta un buon numero di pellicole di vario valore) per riflettere sulla debole condizione dell’uomo, perennemente sballottato tra l’ansia di perfezione e le passioni. La storia ha uno spunto ambizioso che potrebbe risolversi in un’insolita metafora fantascientifica sui tabù della psiche lacerata da un irrisolto conflitto tra mente e corpo, ma i suoi sviluppi conducono, essenzialmente, al dramma sentimentale con larghe concessioni agli stereotipi cinematografici degli inoltrati anni ’60” (dal sito “Fantafilm”). Dopo il valido L’AMANTE DELL’ORSA MAGGIORE di Valentino Orsini, tratto dal romanzo di Sergiusz Piasecki, accanto a Senta Berger e Flavio Bucci, interpreta, nel 1972, due sceneggiati tv: in Germania è Amalie in LUNGO IL FIUME E SULL’ACQUA (Die Merkwürdige Lebensgeschichte des Friedrich Freiherrn von der Trenck), di Fritz Umgelter; in Inghilterra fa parte del cast de L’ALTRO UOMO di Francis Durbridge (“Vagamente mi ricordo di uno sceneggiato girato a Londra. Era un giallo e io ero vestita con una minigonna a righe marrone e bianche che odiavo…”).
Ma il 1972 è l’anno di MORDI E FUGGI di Dino Risi:
“Un gossip che mi piace è quello in cui, mentre giravo il film di Risi nel quale facevo la tupamaros che prende ostaggi Marcello Mastroianni e Carole André, vengo chiamata nell’ufficio del capo della polizia di Viareggio perché nella mia camera d’albergo aveva pernottato quattro notti un certo Ron…il quale a Genova era stato arrestato con 150 Kg di hashish afgano infilato nelle portiere della sua Ferrari, che era arrivata su una nave Russa dall’Afganistan. Ron era il padre di mio figlio; la mia e sua storia era appena cominciata quando lui mi seguì in quest’albergo primi novecento “il Principe di Viareggio”, dove abitava tutta la troupe del film, una commedia che ebbe poco successo. Io e Oliver Reed eravamo due mascalzoni di autostrada, politicamente motivati, che appunto rapivano per scopi di lucro e politici la coppia in mercedes Mastroianni /André. Tutto il film è stato girato sull’autostrada Pisa-Genova che allora era in costruzione. Il mio costume nel film era l’opposto di Giarrettiera: una camicia da uomo e un paio di jeans, una pistola infilata nella cintura. I miei capelli erano cortissimi, non portavo nemmeno un filo di trucco. E proprio vestita così (inclusa la pistola) andai dal capo della polizia, quel giorno, che mi aveva urgentemente mandato a chiamare. Ovviamente mi cascò la mandibola quando seppi le notizie di Ron., quando il capo mi mostrò l’articolo sul giornale di Genova. Ovviamente per lui io non ero una “complice” di questo traffico di droga, ma senz’altro fui tenuta d’occhio. Solo che in quel film non ero la sola ad essere “strana”. Girammo da fine settembre a fine ottobre, tutti i giorni sull’autostrada, tu