Drammatico

IRRATIONAL MAN

Titolo OriginaleIrrational Man
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2015
Genere
  • 68025
Durata95'
Sceneggiatura
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Alcolizzato e incline al suicidio, il professore di filosofia Abe Lucas è alle prese da tempo con una crisi esistenziale che non gli dà tregua. Al campus del Rhodes Island dove si è trasferito, viene corteggiato dalla collega Rita e dalla studentessa Jill. Lui però è più interessato a mettere a segno un omicidio che, secondo le sue teorie, potrà ridare senso alla sua vita.

RECENSIONI


[Spoiler]

Da che mondo è mondo, diventare epigoni di se stessi è sempre stata una sindrome diffusa, non necessariamente senile, che non conosce limitazioni di ambito. Nel caso di Woody Allen la si riscontra a partire dagli anni zero, quando il cineasta si è votato alla pratica del repechage seriale dal proprio cosmo autoriale - ovviamente, i sostenitori di questa ultima fase alleniana parleranno, invece, di strenua coerenza alla poetica - all’ossessivo inventario di figure disossate e alla fredda ricombinazione di situazioni, temi, stilemi che un tempo avevano reso di prima grandezza il suo cinema. In rari casi il sangue è tornato a circolare (di recente è accaduto con l’ammirevole Blue Jasmine, per esempio) e qualcuno si è illuso che fossero i prodromi di una ripresa, ma la smentita non si è fatta attendere al film successivo, che confermava l’irreversibilità della tendenza. Pur conseguendo risultati più dignitosi di Magic in the Moonlight, Irrational man non si discosta da questo processo involutivo. Discendente diretto di quel filone di drammi dostoevskijani con delitto e pungoli morali, inaugurato dal magnifico Crimini e misfatti, continuato con Match point e che pareva esaurito nell’afasia di Sogni e delitti, Irrational Man ripresenta i temi della colpa, del caso, della (in)giustizia, dell’insignificanza dell’esistenza con le fisionomie sfigurate dall’ennesimo lifting.


Il professore di filosofia Abe Lucas, alcolizzato, segnato da traumi e delusioni, è nel pieno di uno smarrimento esistenziale che si è già tradotto in nichilismo. Dispensa sentenzuole disarmanti agli allievi del campus in cui insegna e con tronfia faciloneria marchia la filosofia come “un mondo di stronzate” distanti anni luce dalla vita vera (bersaglio prediletto dell’irrational man: il razionalismo critico di Kant), ma ne trattiene quel che gli torna utile per alimentare il suo cinismo e giustificare la sua concezione aberrante di giustizia. Decide, pertanto, di far fuori un giudice corrotto che tartassa una povera disgraziata. È quello che considera un atto morale in un mondo disabitato dalla morale, un modo per conferire nuovamente senso alla propria vita. Qualcosa di totalmente arbitrario poiché, parafrasando Ivan Karamazov (Abe: «Dostoevskij, lui sì che aveva capito!»), se non esiste nessun principio universale, allora tutto è permesso; ma anche una sfida creativa che ha come oggetto hitchcockiano il compimento del delitto perfetto. Se Judah Rosenthal (Crimini e misfatti), Chris Wilton (Match point) e i fratelli Ian e Terry (Sogni e delitti) uccidevano per difendere interessi, status sociale o semplicemente per denaro, Lucas si assegna un movente astratto – un’occasione sprecata da Allen per rendere il personaggio più intrigante tramite formulazioni filosofiche realmente spiazzanti - e non dimostra alcun tipo di rimorso. Al contrario, dopo l’omicidio vive un’esaltazione di sensi indotta dal risveglio del binomio inestricabile di pulsioni di aggressività e sessualità: torna di buonumore, accantona la sua misantropia, riesce finalmente a copulare prima con la derelitta collega e coetanea Rita (Parkey Posey) e poi con l’allieva adorante Jill (Emma Stone). Ma come accadeva in Sogni e delitti, il responso della sorte sarà avverso al colpevole. Qualche volta la lotteria del caso riporta in pareggio i conti, e Allen pare voler consegnare la bussola morale alle nuove generazioni.


Insomma: variazioni minime, meccaniche. Consapevole di maneggiare un congegno che oramai non ha più segreti per lo spettatore, Allen ricorre astutamente, oltre alle abbondanti riverniciature di citazioni e riferimenti nobili (da Sartre alla Arendt), a espedienti narratologici per intorbidare le acque nella vana speranza di generare suspense. E lo fa adottando il paradosso di Sunset Boulevard, con un personaggio che rievocherà la vicenda attraverso una voce narrante, benché non sia sopravvissuto ai fatti esposti. Al tempo stesso, l’intreccio delle voci narranti dei due protagonisti contribuisce fatalmente ad alimentare una fiumana di logorrea che via via erode le immagini e pone sullo stesso piano battute di servizio e dialoghi cruciali. Agli sforzi dell’encomiabile Phoenix, con la consueta maschera catatonica, seduttrice e borderline, che fa quel che può nel tentativo di spezzare le strette maglie del prevedibile Abe Lucas, si contrappongono le evanescenze di Emma Stone e del suo personaggio, eroina dalle frasi fatte, priva di qualsiasi vitale contraddizione, rigurgito senile di Allen che favoleggia oramai un femminino di cartapesta.

In Crimini e misfatti (perché è sempre da quel modello che Irrational man attinge) commedia acre e thriller cupo solcavano tracciati paralleli per poi convergere nell’epilogo del film, restando comunque due facce della stessa medaglia, mentre questa volta Allen vorrebbe ibridare fin dal principio le due anime in un’unica linea narrativa, ma qualcosa va storto. Il tono da commedia resta incolore ma predominante, tantoché gli acuti drammatici, quando riescono a farsi spazio, hanno esiti imbarazzanti come capita nella scena della roulette russa di Lucas al party studentesco. Il finale, invece, ci riserva una inciso grottesco, con una morte accidentale da gag slapstick. Uno sberleffo che forse è il gesto sintomatico di un cineasta che non vuole più neppure essere preso sul serio.


Una pila giocattolo illumina/abbaglia la banalità del Male. Fuor di metafora: un'idea in ogni senso minuscola (una frase colta al volo sconvolge l'esistenza di una piccola comunità accademica) divampa sullo schermo. Peccato che si tratti di un fuoco fatuo: attorno, il solito nulla fatto di chiacchiericcio (a) vuoto nutrito di reminiscenze filosofiche, spleen suburbano in salsa cottage come se piovesse, sesso (poco) e alcool (in dosi più generose) a insaporire (una parola...) una storiella che ricorda, se mai qualcuno avesse ancora dubbi in proposito, che l'omicidio non è un diversivo per il ceto medio. Non bastano il bel volto di Emma Stone e la smagliante fotografia di Darius Khondji a risollevare le sorti di quello che non è più nemmeno teatro filmato, ché la sceneggiatura ristagna al pari della vicenda, si trascina fra intoppi e giri a vuoto, affastella temi e figure nel tentativo di raggiungere un minutaggio accettabile, ma non si dà poi tempo e modo di svilupparli (al punto che viene da chiedersi se il personaggio del marito di Rita non sia frutto di un errore di montaggio). Il sacrificio di Abe, olocausto (dis)umano offerto alla casualità che governa l'universo, trova un unico guizzo (la silhouette "fuori fuoco" al lago), decisamente stridente in una regia così abborracciata e al tempo stesso cincischiante (le pene d'amore di Jill e Roy, che sembrano riproporre quelle, consapevolmente vacue, di Skylar e Holden in Tutti dicono I love you). Lo specchio deformante in cui Allen pretenderebbe di riflettere (su) se stesso e il pubblico proviene, al massimo, dall'Ikea.