Drammatico, Sportivo

IL CAMPIONE

TRAMA

Christian Ferro sembra avere tutto dalla vita: a vent’anni vive in una megavilla con più Lamborghini in garage, ha una fidanzata influencer, migliaia di fan adoranti e un contratto multimilionario con la A.S. Roma. Ma la sua brillante carriera è messa a rischio dal carattere iracondo e dalla bravate cui si abbandona, istigato da tre amici che lo provocano accusandolo di essersi “ripulito”. Il campione infatti viene dal Trullo, quartiere periferico della Capitale, e ha alle spalle anni di miseria e degrado, un padre assente e una madre scomparsa troppo presto. Non c’è personal trainer, psicologo o life coach che tenga: Christian continua a comportarsi come un asociale, coperto dall’impunità che accompagna quei campioni cui il pubblico perdona (quasi) tutto. È a questo punto che il presidente della Roma decide di far affrontare a Christian l’esame di maturità, per inculcargli un po’ di disciplina e migliorarne la pessima reputazione.

RECENSIONI

A fare da certificato di garanzia e da traino, nel cast & credits e nel manifesto di Il campione, non è il nome del regista, l'esordiente Leonardo D'Agostini. E non è neppure la presenza di Stefano Accorsi, attore che ormai da anni ha esaurito la sua – presunta – vena da sex symbol (tutto nacque nel 1994, con lo spot del gelato Maxibon Motta diretto da Daniele Luchetti). A saltare all'occhio, invece, è la voce relativa ai due produttori: Matteo Rovere e Sydney Sibilia, ovvero due dei cosiddetti alfieri del nuovo cinema italiano, wonder boys della giovane casa di produzione Groenlandia. Sarebbe interessante, anzitutto, capire però cosa si intende per “nuovo cinema italiano”, indipendentemente da chi produce e distribuisce. Ci proviamo: lavori come Smetto quando voglio (Sibilia, 2014-2017), Lo chiamavano Jeeg Robot (Mainetti, 2015), Veloce come il vento (Rovere, 2016) e, seppur più lateralmente, Non ci resta che il crimine (Bruno, 2019) sembrano accomunati dalla medesima tensione verso l'apertura al genere e verso un respiro sovra-nazionale e globale (entrambi termini orrendi, ma che rendono l'idea), che nell'ottica dei detrattori diventa arrendevole imitazione degli stilemi commerciali americani. Anziché guardare sempre ai medesimi standard e ai propri auto-referenziali e inossidabili schemi di riferimento, creando una impermeabile e fasulla simmetria fra autorialità e intimismo melodrammatico, si prova a concepire altro; qualcosa magari di sghembo, impreciso e talvolta scoordinato, ma allo stesso modo di vivo e coraggioso, anche solo per il tentativo. Il road movie e l'action, il thriller e il film sportivo possono essere modellati sulle esigenze della nostra industria, senza corromperne per forza di cose l'identità. Una questione di consapevolezza, scrittura e sensibilità, come brillantemente dimostra Il campione, operazione dai mille pregi fra i quali spicca la non scontata capacità di raccontare trasversalmente (i fallimenti di) tre diverse generazioni, fingendo di parlare d'altro.

Qui non si narra dei capricci di una rockstar del calcio ineducata e arrogante, facendo calare dall'alto una morale didattica e retorica sui rischi di una vita sregolata e dedita agli eccessi; si prende semmai in esame – non siamo i primi a dirlo – un campione umano, parte per il tutto di un disegno più articolato e universale riguardante la realtà del nostro Paese. Ovvero: si segue la parabola del baby fenomeno Christian Ferro (per i fan CF24, genio e sregolatezza dell'A.S. Roma, benissimo interpretato da Andrea Carpenzano) alla ricerca di se stesso e al centro di un gioco più grande di lui, per offrire sottotraccia anche uno spaccato sociale e malinconico piuttosto approfondito su altre fragili quotidianità, nello specifico quelle di un professore di liceo 40enne finito nel vortice del precariato e di un genitore over 50 adagiato per manifesta incapacità sui talenti altrui. Ognuno ha la sua storia, ognuno affronta le proprie frustrazioni e disillusioni cercando di tenerle a bada e di conviverci. Il romanzo di formazione vale per tutti e non fa sconti a nessuno, e, al netto di alcune semplificazioni e di alcuni passaggi stereotipati (i personaggi di Alessia e di Cecilia, ex moglie del prof. Valerio Fioretti, avrebbero meritato forse una diversa evoluzione che li affrancasse dalla mera funzione narrativa cui sono ridotti), Il campione mantiene intatto per tutta la sua durata il mix di freschezza e calibrata furbizia con cui ci conquista fin dall'incipit. La pellicola di D'Agostini dice e spiega molto: che si può essere scaltri e intelligenti senza che l'una caratteristica escluda l'altra, ad esempio, e che si può ammiccare al pubblico senza per questo perdere in originalità e sincerità, mantenendo un profilo nobile e alto. Che lo sport drama sia per definizione un veicolo e una metafora della vita e dei suoi possibili riscatti, è cosa risaputa; che il discorso possa valere – cinematograficamente parlando – finalmente anche per l'Italia, è un piacevole colpo di scena.