
Sì, certo, è un film contro gli orrori del terrore staliniano girato in tempi in cui, se vuoi fare un film russofobo, ti tirano i soldi dietro. Ma come tutti i veri registi di propaganda (genere centrale della storia del cinema), Sergei Loznitsa sa accogliere tensioni contrarie che decostruiscono l’assunto propagandista di base.
Anche questo è uno di quei casi, ma è facile ricordarsi di casi ben più interessanti nella sua filmografia. Qui, in fondo, la tensione contraria è abbastanza semplice: Loznitsa non resiste alla tentazione di universalizzare la propria requisitoria, al punto da perdere di vista la colorazione (ambientazione) sovietica della vicenda, pur molto marcata. Two Prosecutors è, in altre parole, un film sulla legge in generale ben più che sul terrore sovietico in particolare. L’approccio alla legge è molto riconoscibilmente kafkiano: non si esce mai dalla legge, perché la topologia della legge è tale per cui il dentro e il fuori sono due dimensioni escherianamente intrecciate, mai nettamente distinguibili.
Lettura scolastica, rafforzata dalle immagini di un cancello che si apre all’inizio del film e si chiude alla fine, e abbastanza intelligentemente avvalorata dalla totale assenza di manierismi kafkiani (salvo forse i corridoi labirintici delle istituzioni carcerarie, o le sale d’attesa della burocrazia), sostituiti dal verosimile grigiore che di consueto si associa a quegli anni e a quel contesto, oltre che da interpretazioni di livello sbalorditivo (e di nuovo diligentemente realiste, in sagace controtendenza rispetto alla vulgata kafkiana) valorizzate da scene tendenzialmente lunghe e quasi monologiche. Ciò che incastra uno dei due procuratori del titolo, giovane benintenzionato che si imbatte nel messaggio fatto passare clandestinamente da un detenuto circa l’estorsione di confessioni forzate, e che è deciso a portare la questione a Mosca, dalla sperduta provincia in cui è, affinché tali storture vengano corrette, è che, quando due spie della polizia segreta si spacciano per viaggiatori comuni nel suo scompartimento ferroviario, loro cercano di portarlo su un registro “informale” (portano la conversazione sulle avventure sessuali illecite etc.) ma lui rimane impettito e ligio alla forma. È questo a tradirlo, a innescare i sospetti che lo porteranno all’arresto. Il livello fondamentale della legge non è la sua lettera, ma il suo rovescio osceno e trasgressivo: più si fuoriesce dalla legge e più se ne viene riassorbiti dentro. E viceversa. Slavoj Žižek lo ripete da decenni: l’anima più autentica del regime staliniano erano le barzellette contro il regime staliniano che si scambiavano gli stessi burocrati staliniani, cosa che vediamo pari pari nel film.
Two Prosecutors è composto da due blocchi, uno breve e iniziale, l’altro lungo e successivo. Nel primo vediamo il ritrovamento, tra una massa di messaggi sottratti ai detenuti e destinati al rogo, di un messaggio scritto col sangue. Nel secondo vediamo il procuratore protagonista che cercherà con fatica di contattare l’autore di quel messaggio dentro le carceri staliniane, e di rincorrere la giustizia fino dentro la capitale dell’impero – ovviamente invano. Morale (manualisticamente kafkiana): se la legge (e per estensione, dunque, il linguaggio) ha una topologia escheriana dove dentro e fuori sono la stessa cosa, l’unica cosa che sfugge a questa topologia è la superficie della sua traccia scritta. Il secondo blocco tenta di dare uno spessore, una profondità, uno svolgimento, a ciò che è già tutto contenuto nella traccia scritta, e che quindi non avrà altro esito che ribadire il circolo vizioso della legge/linguaggio, propriamente infernale, tra dentro e fuori, senza cambiare nulla. A rigore, il film (cioè il lungo secondo blocco in cui di fatto consiste) non avrebbe nemmeno dovuto iniziare, perché tutto era già lì nella traccia originaria, rispetto alla quale esso nulla può aggiungere. Il fine è nulla, il mezzo è tutto (e per questo il film dà così peso all’eccellenza delle sue recitazioni).
Nulla di trascendentale quindi, molto di già visto, già sentito, già saputo. Ma va ribadito: i registi di propaganda sono spesso interessanti perché la propaganda sfugge loro di mano. Loznitsa nel 2018 girò un Donbass che ricordava da vicino il cinema di Amos Gitai, e che dunque suggeriva suo malgrado che l’Ucraina andava inquadrata con gli strumenti cui ci ha abituato da lungo tempo il conflitto israelo-palestinese. Ora dissolve lo stalinismo in una parabola universale sulla legge le cui radici sono inconfondibilmente nella cultura ebraica (Kafka); non sarà mica una conferma indiretta, certamente non intenzionale, che il destino che si è pensato (dal di fuori) per l’Ucraina è quello di essere un altro Israele nel cuore dell’Europa?

