
Una delle intuizioni di Pacifiction di Albert Serra, e non delle meno brillanti, era quella per cui il corpo sociale dell’Europa post-imperiale contemporanea trovava, come ideale correlato, il sempre meno misurabile corpo di Gerard Depardieu, in forma dispersa e disseminata. In quel film, infatti, Depardieu era stato distribuito nei corpi opachi di Benoît Magimel e di Sergi López.
Il secondo è presente con analoga funzione anche in Sirât, film in cui Oliver Laxe abita felicemente la zona intermedia tra la giovane promessa hipster che fa(ceva) film di calcolata solennità contemplativa alla “Slow cinema”, e il non-poi-così-vecchio dinosauro del cinema europeo protetto dal WWF cannense alla, appunto, Serra o alla Miguel Gomes.
Precipitato di gravità, fossile sfatto dalle velleità vitali ormai irrecuperabilmente appannate, López ha il physique du rôle perfetto, all’intersezione esatta tra l’informe e il postumo, per incarnare una middle class europea da tempo in caduta libera, e ormai a mille miglia dall’avere voce in capitolo su qualunque istanza geopolitica presente. È in un Marocco deserto e lacerato da tensioni interne sempre rigorosamente fuori radar che López, cercando insieme al figlio più piccolo la figlia maggiore scomparsa, si unisce a un gruppo di giovani alternativi dopo che l’esercito ha disperso il loro rave.
Nonostante questi siano più “sul pezzo” quando la nuova realtà “alla Mad Max” in cui sono immersi li mette a confronto con cose tipo macchine da riparare, risorse da condividere e quant’altro, il loro mondo è finito tanto quanto il mondo del personaggio di López. È sulla catastrofe come unico orizzonte residuo che si mette a punto la sintonia tra i marginali quasi-punkabbestia e l’ex piccolo borghese. Niente più rimane, se non l’imprevedibilità della contingenza, dell’incidente senza senso e senza ritorno ma sempre dietro l’angolo, senza che niente possa annunciarlo. Dalla contingenza radicale, rispetto a cui si può solo brancolare nel buio, non c’è scampo – o forse sì, se si riesce ad abbracciare fino in fondo l’assenza di futuro, e di renderla tutt’uno col proprio essere.
Insomma: una specie di Cavallo di Torino di Béla Tarr rifatto per il prime time pensando (lo hanno detto in molti) al Salario della paura di Friedkin. Il lato migliore di Sirât è, comunque sia, quello di essere un film umile, le cui aperture al sublime paesaggistico o sonoro (la techno usata immersivamente), complicando e frastagliando la linea tracciata dal film senza mai spezzarla, sono regolarmente funzionali alla cornice di genere, quella di un western che degrada pian piano nell’horror. Cornice che – e qui sta il bello del film – Laxe ha la saggezza di prendere sul serio anziché trattarla come un pretesto indifferente: se all’interno delle singole scene i personaggi vengono sbozzati in modo abbastanza grezzo, scena dopo scena le relazioni tra i personaggi (sulla cui solidità il film non arretra, come non arretra rispetto alla tensione) assumono sempre più nitidamente la fisionomia del fantasma di un patto sociale (a questo servono i generi, da che cinema è cinema), che nel finale acquista le sembianze di una sottoproletarizzazione universale finalmente autocosciente.
Non, dunque, la dozzinale hipsterata che ci si poteva aspettare, ma un Henry Hathaway minore, che sfrutta la propria fascinazione per l’esotico, per il paesaggio, per il deserto, come carburante supplementare con cui sopperire alla mancanza di autentica finezza registica, ma che serve comunque a che la macchina funzioni, e che pur claudicando vada avanti a macinare ogni discontinuità, restituendoci personaggi e situazioni che una vita ce l’hanno, e i cui conflitti sono effettivamente lo specchio invertito dei nostri. Verrebbe addirittura da credere in un miraggio che qua e là ci appare senza dubbio per troppa sete: quello di una sempre più palesemente inesistente industria del cinema europeo.
