CARTOLINA DA CANNES 78 – AL CERTAIN REGARD IL DEBUTTO DI DICKINSON

Il debutto dietro la macchina da presa di Harris Dickinson con Urchin si configura come un’opera inquieta, capace di trasformare il marciapiede londinese in un palcoscenico di lotta esistenziale. Il film segue le traiettorie erratiche di Mike, un senzatetto interpretato da un monumentale Frank Dillane — giustamente premiato al Certain Regard per una performance che lavora sottopelle — perso tra le pieghe di una metropoli che ha smesso di guardare. Sebbene il punto di partenza sembri ricalcare i binari del realismo sociale britannico più crudo, Dickinson dimostra immediatamente di voler forzare i confini del genere: la precarietà e la dipendenza non sono solo dati fattuali, ma diventano lenti attraverso cui deformare la realtà. Il racconto della marginalità si frammenta così in derive stranianti, dove la narrazione si sbilancia volutamente per lasciare spazio a squarci visionari e onirici. Questi momenti, vere e proprie escursioni nell’inconscio tormentato di Mike, rompono lo schema del cinema di denuncia per abbracciare una cifra stilistica più sporca e psichedelica, quasi a voler restituire la percezione alterata di chi vive ai margini del tempo e dello spazio urbano.
Certo, il film reca in sé quelle ambizioni a tratti acerbe e sovraccariche tipiche dell’esordio, ma è proprio in questa irruenza che risiede la sua urgenza più autentica. Dickinson rifugge con decisione una rappresentazione codificata o pietistica della povertà; la sua regia si muove in un equilibrio precario ma affascinante tra la durezza analitica di un Ken Loach e lo sguardo vibrante, quasi pop e profondamente empatico, di un Sean Baker. Ne emerge una parabola tragica e profondamente priva di consolazione, in cui ogni timido accenno di riscatto viene sistematicamente soffocato da un disegno fatale che sembra scritto nel cemento della città. Non c’è spazio per la redenzione facile: l’opera nega all’outsider ogni reale possibilità di risalita, preferendo pedinare il suo protagonista verso un abisso che è insieme materiale e spirituale, confermando Dickinson come una voce registica dal talento visivo non comune e dal coraggio di sporcarsi le mani con una materia narrativa incandescente e disperata.

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